Classico o skating? Dialogo tra fondisti erranti

Marzo 2014, Engadina.  Una nevicata insolitamente generosa regala giornate intense agli sciatori. Davanti  al Langlaufcenter  scorre la pista di fondo, ampia e soleggiata. C‘è da sbizzarrirsi su quei 400 chilometri perfettamente battuti per pattinatori e/o sciatori tradizionali (che utilizzano i binari, ma sono una netta minoranza). Un meraviglioso labirinto, un filo d’Arianna che si dipana per laghi e foreste penetrando in vallette laterali inondate di sole. Carlo e Luciano, entrambi milanesi e fondisti incalliti e patiti dell’Engadina, s’incontrano casualmente. Luciano è ostinatamente fedele al passo classico e sta smadonnando con le scioline.

 

–       Me l’aspettavo. Con questo sole lo stik blu non funziona, non fa presa. Eppure ieri sotto la nevicata teneva che era una meraviglia. Al diavolo l’anticiclone!

–       Di che cosa stai parlando? Ancora la tua vecchia fisima delle scioline…

–       L’hai detto. Una buona sciolinata nella zona di tenuta, al centro dello sci, e sei ai settimi cieli.

–       Be’, non esageriamo…

–       Devi spingere di braccia, se ce la fai. E hai la sgradevole sensazione degli sci che ti scappano indietro.

–       Tutto perché hai sbagliato sciolina, naturalmente.

–       Non è detto che io abbia sbagliato. Qualche volta basta aggiungere uno straterello in più della stessa sciolina. Stick blu su stick blu. Ma si può anche mescolare blu e verde o rossa e blu. Tenendo conto che la blu della Swix non equivale alla blu della Toko, quindi occhio alle marche!

–       Poveri noi! Che assurdità queste scioline. Nell’ombra di un bosco se gli sci tengono troppo, sciolinando male rischi che si formi uno zoccolo. E prima d’inchiodarti non ti resta che estrarre un raschietto e con le mani ghiacciate cercare di rimuovere il superfluo. Che allegria!

–       Però con i binari moderni ben tracciati dal gatto non ci vuol niente a far scorrere gli sci. Ed è raro che si formino zoccoli.

–       Ti va bene che siamo in marzo e la temperatura si mantiene bassa al sole o all’ombra.

–       D’accordo. In primavera, con gli sbalzi di temperatura e l’alternarsi di sole e nuvole, sciolinare di solito diventa un rebus. E qui viene il bello.

–       Il brutto vuoi dire…

–       Lo ammetto. Certe volte in primavera vien voglia di buttare via tutto l’armamentario delle scioline, compresa la lampada a gas per scioglierle e scaldarle. Soprattutto se per sciare devi imbrattare gli sci con le klister o le skare in tubetto, salvo ritrovarti con i guanti, la tuta, i capelli e non so che altro impiastricciati. In quel caso non c’è solvente che serva.

–       In questo caso ti converrebbe usare degli sci turistici, quelli con le squamette sotto la suola che vanno benissimo anche senza sciolina.

–       Ma se non c’è da tribolare, mi sai dire qual è il divertimento del nostro sci? Piuttosto vado in giro con le ciaspole.

–       Questione di gusti.

–       Ai miei tempi, prima che qualcuno s’inventasse questa faccenda dello skating, i quarantadue chilometri della Skimarathon li facevamo tutti quanti a passo alternato con klister viola e, sopra, un velo d’argento… Gli sci erano ancora di legno di betulla, fragilissimi. Spesso si spezzavano sotto le nostre mani mentre cercavamo di tirare a lucido le solette con un sughero.

–       Però, credimi, nella Skimarathon dell’Engadina non serve tenere: le salite si contano sulle dita di una mano e sono tutte di corto respiro. Ciò che serve è far correre gli sci con il minimo sforzo.

–       Ti ricordo che a mettere in crisi noi bisonti basta quella famigerata salita di Sank Moritz al ventesimo chilometro, con il pubblico che ti assorda a suon di campanacci. Stando sul classico inteso come passo, il resto del percorso è tutto da godere. Foreste, laghi ghiacciati… pura poesia.

–       Vuoi forse dire che lo skating non è poesia?

–       Dipende. Sui laghi ghiacciati dell’Engadina, pattinare è certamente il massimo del piacere.

–       Eppure negli anni settanta lo skating era mal visto.

–       Già, perché il pattinatore distruggeva i binari segandoli.

–       Non a caso si parlò ironicamente di passo sega…

–       Ricordo che all’imbocco della foresta di Statz, appena fuori Sankt Moritz, un cartello lungo la pista ammoniva: Siitonen verboten.

–       E che cosa c’entrava questo Carneade?

–       Pauli Siitonen era un marcantonio finlandese, mi sembra. Vinse una delle prime marcelonghe per distacco mettendosi a pattinare fuori dai binari e facendo incavolare tutti. Nacque così il passo Siitonen. Solo che, particolare non da poco, le piste non erano predisposte per il pattinaggio.

–       Già, e prima di lui l’americano Bill  Koch vinse l’oro ai Giochi invernali e lasciò di stucco sospingendosi con uno sci, mentre l’altro attrezzo restava nel binario.

–       In un primo tempo si pensò che quella tecnica fosse riservata a pochi eletti iperdotati.

–       O forse sarebbe meglio dire reietti.

–       Dici giusto. Sciare come al nord era un rito rigidamente codificato. Nessuno osava trasgredire. C’era gente che conosceva a memoria il manuale di Bengt Herman Nilsson intitolato suggestivamente ’Sciare come al nord’.

–       E applicava un…protocollo fatto di passo alternato, passo triplo, passo e spinta, passo finlandese.

–       Vorrei sapere quanti oggi sanno fare il finlandese.

–       Peccato, era bello da vedere…

–       A patto che gli sci fossero sciolinati alla perfezione.

–       Anticaglie che non interessano più nessuno.

–       Non è detto. Prima o poi qualcuno metterà su una scuola in cui si insegnerà soltanto il passo finlandese.

–       Peggio per lui, finirà come è finito il telemark.

–       Come che cosa?

–       Lo vedi anche tu, da sempre ci sono corsi e ricorsi. Quello che conta è amare questi meravigliosi sci stretti, questo modo di andarsene nella montagna invernale. Questo è il vero sci, quello normale per gente normale. Altri non ne conosco.

 

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