Aiutiamo gli alpinisti a non morire!

Prendendo spunto dalla recente tragedia sull’Everest (16 sherpa morti sotto una valanga mentre attrezzavano le vie di salita) il TrentoFilmfestival (www.trentofestival.it/‎)‎, rinomata rassegna dedicata alla montagna, lancia in questi giorni un messaggio molto forte: “La montagna è per la vita e non per la morte”. Un concetto che viene ripreso in diverse occasioni in questa edizione del festival, la sessantaduesima. Spiega il presidente Roberto De Martin: “Riprendendo uno slogan che il festival fece proprio negli anni ’70, ‘montagna da salvare, montagna da vivere’, quest’anno diciamo ‘alpinismo da salvare, montagna da vivere’”.

Sull’argomento è molto atteso l’intervento di Oreste Forno (oforno@libero.it), scrittore, fotografo, guardiano di una diga dell’Edison in Valle dei Ratti in Lombardia. Socio accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (GISM), dopo avere guidato importanti spedizioni agli Ottomila ed essere stato tra i primi al mondo a cimentarsi con gli sci su simili montagne, Forno si è dedicato alacremente alla scrittura.

È nella solitudine di questa sua attuale professione di guardiano, tra le scoscese pareti della Valle dei Ratti, che oggi trova la migliore ispirazione per i suoi libri. Il documento da Forno presentato a Trento ha per titolo “La montagna per la vita”. Forno ha visto morire diversi compagni in montagna e a sua volta ha rischiato di perdere la vita a 34 anni precipitando in un crepaccio.

“Di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco”, spiega riferendosi alla tragica morte di Marco Anghileri, “ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte. Per questo ho scritto queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi, con la speranza di poter iniziare insieme un percorso che potrebbe finalmente portare a risvolti positivi. Vi chiedo quindi di seguirmi e di riflettere su quanto vi dirò, perché saranno le vostre idee e osservazioni a dare maggior forza a questo intento. Se saremo in tanti, credo che faremo veramente un buon lavoro”.

Morte Tony Kurz copia
La raccapricciante fine di Tony Kurz negli anni ’30 all’Eiger. In alto sopra il titolo Oreste Forno nell’attuale veste di guardiano di dighe. Ph. Serafin/MountCity

“Quanti si sono mai chiesti veramente che cosa significhi morire in montagna, a una giovane, o relativamente giovane età?”, si chiede Forno. “Provo a spiegarlo con un esempio che mi riguarda. Il 10 maggio 1985, verso le dieci del mattino, caddi in un crepaccio. Ero al mio primo tentativo di un 8000, lo Shisha Pangma. Quel giorno eravamo partiti in tre dal campo base avanzato, con l’intento di andare fino in cima. Ci accompagnava una quarta persona che si sarebbe però fermata al campo 2, a 7000 metri, installato nel corso delle salite precedenti.

“Quando caddi ero abbondantemente in testa, perciò nessuno mi vide. Ero precipitato per quasi 30 metri, ed è difficile sopravvivere a un volo così. Anche perché prima che scoprissero l’accaduto e mi tirassero fuori passarono due ore. Due ore all’interno del crepaccio, mezzo rotto. Qualcuno disse che quel giorno nacqui una seconda volta. Si vede che non era la mia ora.

“Avevo 34 anni. Fino a quel momento avevo avuto una vita bella e interessante, grazie anche al lavoro che mi aveva permesso lunghi soggiorni negli Stati Uniti e che continuava a darmi modo di viaggiare. Ma quanto avrei perso se fossi morto in quel crepaccio? Ci ho pensato tante volte. Avrei perso la seconda parte della mia vita, quella che mi ha dato le cose più importanti. Come unirmi a una donna per dare il dono della vita ai miei due figli, che valgono ben più di qualunque cima avessi mai potuto fare! Chi ha figli sono certo che capisce… O scrivere quei libri con i quali credo di aver saputo trasmettere qualcosa! O andare da un posto all’altro con le conferenze che mi hanno portato tanti amici e aperto orizzonti nuovi! O aver potuto dare un po’ di aiuto a qualcuno fra i tanti bambini poveri del mondo… Fare un po’ di bene…

“Ecco, allora, che cosa avrei perso se fossi morto quel 10 maggio di trent’anni fa! Avrei sfruttato meno della metà il grande dono, unico e irripetibile che mi era stato dato. E sarebbe stato un vero peccato perché l’opportunità della vita, l’occasione più grande in assoluto, si presenta una volta sola.

“Ma morire non significa solo questo. Se fossi morto, mio padre, già anziano e malandato, probabilmente non avrebbe retto e sarebbe morto di crepacuore (mia madre ci aveva già lasciati anni prima). Morire significa anche gettare nel dolore più atroce, se non nella disperazione, le persone che ci amano di più”.

“Pochi mesi fa”, conclude Forno, “sono uscito con un nuovo libro, ‘La farfalla sul ghiacciaio’. Sulla quarta di copertina c’è scritto: ‘Un libro per aiutare gli alpinisti a non morire. Un libro dove la montagna si fa vita.’. Spero veramente possa essere d’aiuto, ma spero anche di vedere nascere sempre più, pur tra libri che parlano di grandi imprese, quelli inneggianti alla bellezza della vita”. Parole da sottoscrivere. E voi, amici alpinisti, che cosa ne pensate?

Ser

One thought on “Aiutiamo gli alpinisti a non morire!

  • 18/02/2017 at 03:22
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    Sport assurdo a suicida d’abolire immediatamente

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