Sacro e profano in vetta: l’annosa polemica sulle croci

Una statuetta di Budda simile a quella posta in vetta al Pizzo Badile
Una statuetta di Budda simile a quella posta in vetta al Pizzo Badile

Sgomenta la notizia della croce dedicata a papa Woytila crollata il 24 aprile nella montagna bresciana addosso a un ragazzo parzialmente disabile che non ha trovato la forza per sfuggire al suo ingrato destino. La pietà per questa povera vittima non può impedire, in un blog aperto a tutte le voci favorevoli o contrarie, di riaprire la mai sopita polemica sulle croci di vetta: troppe, antiestetiche (quasi sempre) e pericolose perché esposte al peggio degli elementi atmosferici, scariche di fulmini comprese, nonché all’insidia di terreni per loro natura instabili e franosi.

L’argomento divide da sempre che io sappia alpinisti e amici della montagna. Anche Reinhold Messner ne è convinto. “Né croci né Buddha”, ha sentenziato, “bisogna finirla con lo sfruttamento delle cime”. A quale Budda si riferiva? Alla statuetta cementata sul Badile nel 2006 da Gianluca Maspes e Jacopo Merizzi, giovani e brillanti guide alpine valtellinesi. Una provocazione, anzi una “buddanata” per alcuni detrattori. E anche un divertente corto presentato al 54° TrentoFilmfestival per richiamare l’attenzione su questo problema con una buona dose di humour (merce rara per molti sussiegosi alpinisti).

Precisato che la statuetta è stata scaraventata successivamente a valle da anonimi “summiter”, quasi tutti concorderanno che, sacro o profano, qualsiasi oggetto posto in vetta a una montagna può rappresentare una nota stonata. Specie alla luce di una nuova sensibilità ecologica. Certamente alcune croci “storiche” sono ormai un tutt’uno con la loro montagna. Ma oggi perchè continuare ossessivamente a piantare croci ovunque? Spesso, tra l’altro, con risultati orrendi sul piano estetico-artistico. Ogni vetta ha già per corredo, e da sempre, il suo degno e ineguagliabile coronamento: il cielo. Diadema più bello non si può immaginare, nero di nubi, roseo o stellato che sia il cielo. Un’opera, il cielo, autenticamente sacra, perchè fatta dal Creatore (per chi crede).

Mi chiedo, e non sarò certo il solo, se sia davvero il “volere della gente” che porta croci oversize in acciaio inox sulle vette delle Alpi e degli Appennini. No, troppo spesso a portare quei megasimboli e mille altri consimili sulle vette è ben altro: è ricerca di visibilità, è un vero e proprio lavoro di marketing in cui confluiscono inconfessati interessi politici mirati alla ricerca di voti e non di indulgenze.

E un altro problema si affaccia con sempre maggiore frequenza. Chi è non credente o professa religioni diverse in questa società multietnica può continuare a salire sulle nostre montagne senza sentirsi nelle condizioni di un ospite, sia pure gradito e bene accolto? Infine ho avuto modo di notare che sempre più di notte le croci di vetta si accendono stabilmente di mille luci grazie ai pannelli fotovoltaici. Eh no, la notte no. Ci basta e avanza la volta stellata per ricongiungerci se lo desideriamo con l’Onnipotente e facciamo volentieri a meno di quelle croci illuminate. Cari parroci delle vallate, se proprio lo ritenete indispensabile, accendete quelle croci soltanto in occasione di eventi religiosi e lasciate che di norma nottetempo la montagna riposi in pace.

Roberto Serafin

Nella home page una croce di vetta in valle Antigorio dotata di pannello fovoltaico per l’illuminazione notturna (ph. R. Serafin). 

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