Sugli schermi. Dolomiti, orsi fasulli e un’improbabile sedia della felicità

Orso : Vignetta copiaTratto leggero e favolistico? Può darsi che queste fossero le intenzioni di Carlo Mazzacurati, il regista che ha diretto il noiosissimo film “La sedia della felicità” approdato sugli schermi cittadini con un incomprensibile coro di osanna da parte della critica. O forse comprensibile per un solo motivo: il pur bravo Mazzacurati ci ha lasciato prima di vedere la sua opera sugli schermi. Parce sepulto, e sia.

In questa farsa stucchevole che dovrebbe prendere di mira la dabbenaggine e l’avidità dei veneti, la caccia a una sedia che nasconde un tesoro accumula incontri con personaggi incongrui, dal mago di provincia al pescivendolo collezionista di sedie, dagli imbonitori di televendita a due gemelli del nordest. Il tutto fra sedute spiritiche, strozzini e varie vicissitudini.

Questa caccia dagli scontatissimi colpi di scena porta i protagonisti fin sulle Dolomiti. E tra i monti pallidi, sugli impianti di Vigo di Fassa opportunamente identificabili ai fini della promozione che sicuramente ha portato un po’ di ossigeno al produttore, i tre cacciatori di sedie, diventati nel frattempo due, s’imbattono nel più odioso stereotipo di montanaro rappresentato da due fratelli dalla scarpa grossa e dal cervello tutt’altro che fine, forse inebetiti dall’alcol.

Qui il tratto è tutt’altro che leggero e favolistico e a noi maniaci della montagna viene da rimpiangere quella vallata trentina recentemente descritta da Andrea Segre nel film “La prima neve” che ci concilia con i monti, dove la gente si comporta in modo plausibile ela neve è quella che tutti in valle aspettano, quella che trasforma i colori, le forme, i contorni.

Ma se farsa ha da essere, ebbene questa storiaccia della “Sedia delle felicità” non può che concludersi nel modo più incongruo. Pensate un po’, a salvare i due di cui sopra dagli assatanati montanari, è addirittura un orso. Senza entrare nei dettagli per non togliere la sorpresa ai volenterosi che riusciranno a restare incollati alla poltrona fino alla fine, vorremmo qui reclamare un briciolo di dignità non solo per i montanari ma anche per il malcapitato plantigrado la cui aggressività nel film è in aperto contrasto con il carattere schivo che gli viene in genere attribuito.

E’ indubbio che quest’orso, che fa spallucce dopo avere causato la morte di un rivale dei due, fa il paio con quello più conosciuto degli spot sulla telefonia. Dalle note di produzione si apprende che è interpretato da un attore extraeuropeo “perché quello dello spot costava troppo”.

Possibile che ci sia una tale richiesta di orsi? Ma questo sembra riservarci lo zoppicante e asfittico cinema italiano con questi prodotti considerati “medi”, la cui diffusione non supera il confine di Chiasso. Sbaglierò, ma queste Dolomiti infestate da villici ebeti e orsi allupati non sembrano affatto quel patrimonio dell’umanità che i protocolli hanno voluto finora farci credere.

Ser

Nella foto della home page una delle scene conclusive del film “La sedia della felicità”. Qui sopra la (presunta) mitezza dell’orso in una vignetta di Aberto De Bettin.

 

Commenta la notizia.