In Val Formazza il bivacco che ricorda l’odissea degli scout milanesi

Adolfo Zavelani, capo scout
La testimonianza di Adolfo Zavelani che nel ’53 fece parte della tragica spedizione al Gries (ph. Serafin/MountCity).

La montagna talvolta diventa ostile quando meno te l’aspetti. E’ successo nel dicembre del 1953 a un gruppo di scout milanesi saliti dalla Valle Formazza al passo del Gries. Il cielo era terso e niente lasciava prevedere che d’improvviso, su questo valico lungo il percorso che storicamente collega Milano, Berna e il Vallese, dove per generazioni sono transitate carovane con vino, sete, fustagni, formaggi, si sarebbe scatenata una micidiale bufera. Trasformatasi in un’odissea, questa gita dove tutto era e perfettamente organizzato e previsto salvo il voltafaccia delle condizioni atmosferiche, è costata la vita a tre ragazzi morti di sfinimento. Lo stesso sarebbe capitato tre anni dopo sul Monte Bianco, con i francesi Henry e Vincendon sopraffatti dalla bufera mentre salivano lungo la via della Brenva al seguito di un alpinista straordinariamente esperto quale era Walter Bonatti. Entrambi, qualcuno lo ricorderà, sono morti dopo un’agonia di undici giorni.

L’esperienza, la prudenza, la previdenza quanto possono davvero contare in queste circostanze, quando gli elementi si scatenano? Certo, un provvidenziale bivacco in cui rifugiarsi avrebbe potuto evitare questo luttuoso evento che ha sconvolto tante famiglie milanesi e richiamato, in quel ’53, una folla di cittadini commossi a Sant’Ambrogio, dove si sono svolte le esequie.

Oggi il bivacco per fortuna c’è, costruito nel 1964 in forma di cappella-rifugio proprio per ricordare i poveri Giampaolo Colombi, Franco Colombo e Riccardo Vannotti dell’ASCI Milano IV Veritas.

Recentemente quella capannina di legno, che si profila civettuola dai pascoli del Bettelmat, è stata restaurata grazie alla collaborazione tra scout e Cai Formazza e verrà inaugurata il 3 agosto, in occasione del raduno transfrontaliero delle genti walser in valle Formazza.

L’annuncio è stato dato da Piero Sormani, presidente del Cai Formazza, in occasione di un incontro organizzato il 6 maggio dalla Commissione culturale nella sede della Sezione milanese. Un’occasione preziosa e sapientemente sfruttata, con la conduzione di Carlo Lucioni, past presidente del Cai Milano, per aprire una finestra su realtà e prospettive dei bivacchi, queste strutture disseminate sulle Alpi e molte volte bisognose di cure perché abbandonate a sé stesse, infestate dall’immondizia lasciata da alpinisti maleducati.

In gran parte creati con passione e sacrificio poco meno di un secolo fa dai soci del Club alpino accademico, i bivacchi sono oggi al centro di rinnovate attenzioni da parte dei progettisti, come ha osservato Luca Gibello, storico e critico d’architettura, presidente dell’associazione culturale Cantieri d’alta quota nata a Biella nel maggio 2012 con l’obiettivo di incentivare la ricerca sulle strutture in quota.

Non si tratta più però di ideare semplici involucri stagni come il famoso e diffusissimo bivacco a botte, ma di aggiungere alle strutture contenuti hi-tech, di renderle più confortevoli e facilmente trasportabili in loco come il vistoso Gervasutti al ghiacciaio del Freboudze sulle Jorasses e come potrebbe diventare in seguito la storica Marinelli sulla Est del Monte Rosa che in un recentemente progetto – oggi, fino al 24 maggio, visibile in mostra a Villa Pomini a Castellanza in occasione della replica della retrospettiva “La Lombardia e le Alpi” voluta dalla sezione Cai Castellanza – acquisterebbe le caratteristiche di uno sloop marinaro con utili gavoni e comode cuccette.

Sull’argomento dei bivacchi, nella serata al Cai Milano ha portato il contributo di un soffio di poesia Renata Viviani, presidente del Gruppo regionale Cai Lombardia, mentre Carlo Alfredo Pessina della Commissione rifugi Lombardia ha fatto il punto recuperando dalla rete interessanti informazioni. Ma il momento forse più emozionante della serata è stato quando ha preso la parola Adolfo Zavelani del Gruppo scout Milano IV che nel tragico inverno del ’53 ha fatto parte della comitiva salita al Gries. Oggi ottantenne, Zavelani ha un ricordo incancellabile di quella vicenda raccontata con immagini d’epoca in un volume pubblicato da ASCI Milano VI Veritas in occasione del sessantennale.

Come risulta dall’inchiesta giudiziaria aperta all’epoca dal Tribunale di Milano che ha totalmente scagionato gli organizzatori, l’allora diciannovenne Umberto Rossi – anch’egli presente con la sua testimonianza a questa importante serata al Cai Milano – si distinse particolarmente per la solerzia con cui, da sottocapo, aiutò il capo spedizione Pierluigi Bertolini nei momenti cruciali, mentre i ragazzi lottavano per sopravvivere, curando “con meticolosità superiore alle esigenze del programma, tutte le premesse di ordine organizzativo”.

Ser

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