In trasferta a Milano la Cannes del cinema di montagna

Piero Carlesi

Mentre una selezione di film del TrentoFilmfestival approda a Milano nella bella sala dello Spazio Oberdan a Porta Venezia dal 13 al 18 maggio 2014, l’ufficio stampa della rassegna dirama un positivo bilancio della 62a edizione. Con buone ragioni la direttrice Luana Bisesti definisce l’edizione appena conclusa “spumeggiante, ottimamente seguita dal pubblico e dai media, fin dall’inizio, con un trend in crescita di spettatori”. Una sola ombra apre inquietanti domande sulla vitalità del cinema di montagna. Come mai viene puntualmente snobbato dalla giuria internazionale del festival? Non sarà un controsenso? Non si rischia di scontentare in tal modo i tanti appassionati di questa cinematografia? Sul delicato argomento, MountCity ha sollecitato e cortesemente, amichevolmente ottenuto il parere di uno dei maggiori esperti, il milanese Piero Carlesi, che da tempo immemorabile racconta la rassegna trentina nelle pagine di periodici specializzati, fa parte del consiglio direttivo del festival ed è presidente del Centro di cinematografia del Cai.

Tutti conoscono il Festival di Trento come un festival della montagna. Non solo di cinema, tra l’altro, come testimoniano tanti eventi collaterali da Montagnalibri alle presentazioni e incontri con autori della letteratura alpina. Sono innumerevoli gli incontri di montagna che si tengono nel corso dei dieci giorni del festival, tra aprile e maggio. Gli stessi ospiti-testimonial sono grandi alpinisti e arrampicatori: di oggi e del passato. Anche il Club Alpino Italiano, socio fondatore del festival, è un garante del carattere montano, alpino, alpinistico dell’evento.

Insomma, tutto depone a favore del fatto che Tff sia un festival della montagna.

Eppure… c’è qualcosa che non convince. A partire dai film che ogni anno la giuria internazionale (che non è mai la medesima dell’anno precedente) premia. A parte qualche eccezione infatti, le opere che si portano a casa gli ambiti premi non sono di montagna, o sono di una montagna molto lontana (che si vede con il binocolo) che somiglia più a una bassa collina nei casi più fortunati.

Certo il Festival si potrà obiettare, da sempre ha avuto anche un occhio di attenzione verso l’esplorazione e l’avventura (ricordo reportage di decenni fa su popolazioni semisconosciute del Sudamerica o del Centro Africa), ma ora il discorso è diverso. Perché quella che poteva considerarsi una curiosa eccezione sta diventando la regola.

Il Gran Premio Città di Trento che quest’anno ha incoronato “Metamorphosen” è l’ennesima dimostrazione. Si tratta di un documentario in bianco-nero assai crudo che riprende una desolata landa di pianura ai piedi degli Urali del sud dove, un incidente nucleare del 1957 ha reso l’area radioattiva e pericolosissima, ma è tale la povertà degli abitanti che si continua a vivere su quelle terre rischiando la morte di cancro. La montagna ovviamente qui non c’entra nulla, ma nell’albo d’oro del Festival sarà questo il film che caratterizzerà l’edizione 2014.

Ma non è solo il film vincitore assoluto che desta perplessità. In realtà sono diversi i film che hanno poco a che fare con il “nostro” mondo della montagna.

Un amico di Sondrio giunto a Trento per gli ultimi tre giorni della rassegna mi ha confessato sconsolato giorni fa che non era riuscito a vedere nessun film di montagna pur andando al cinema. Una gran delusione per chi, appassionato delle vette, programma un soggiorno. Anche costoso, all’ombra delle Dolomiti. Con che pensieri sarà ripartito da Trento? Temo con il pensiero che a Trento si rischia di perder tempo e di non godere delle immagini spettacolari che le pellicole di alpinismo sanno offrire.

Il fenomeno che la giuria non sia tanto attratta dai film alpinistici ma da quelli generici (o d’autore) non è nuovo. Ricordo anni fa come mi stracciai le vesti quando a Trento vinse “Conflict tiger” del regista britannico Sasha Snow, che ha saputo raccontare, non senza suspense, la difficile coesistenza in Siberia, tra Russia e Cina, tra l’uomo e la tigre. Era il 2006 (in quell’anno fu addirittura non assegnato il premio per il miglior film di montagna).

L’anno dopo, nel 2007 la Genziana d’oro andò a “Primavera in Kurdistan”, un film sui guerriglieri curdi girato sulle montagne del Kurdistan dal regista italiano Stefano Savona. Il film segue gli spostamenti di un gruppo di ragazzi e ragazze che da un campo di addestramento all’altro vanno al fronte a combattere l’esercito regolare turco. Scrivevo allora sullo Scarpone: “Il film a molti è piaciuto per l’atmosfera serena che emerge dai dialoghi dei guerriglieri che combattono per la libertà del proprio popolo. A noi francamente è piaciuto come opera cinematografica, ma non l’avremmo nemmeno ammesso al concorso perché fuori tema. Non parliamo poi dell’idea di dargli il massimo premio. Una follia. Una discutibile follia”.

Nel 2008 nonostante ci fosse in concorso “Au de là des cimes”, magnifico film di alpinismo con Catherine Destivelle (genziana d’oro come miglior film di alpinismo), il trofeo Città di Trento fu assegnato a “4 Elements”, del regista olandese Jiska Rickels, un’opera dedicata a terra, fuoco, acqua e aria, con immagini suggestive e musica avvincente. Anche qui il mio commento all’epoca fu drastico: “Rinunciamo a capire perché la giuria internazionale – guidata dal regista italiano Maurizio Zaccaro – gli abbia voluto assegnare il massimo riconoscimento”.

La musica non cambia nel 2009: il Gran Premio Città di Trento è assegnato dalla giuria internazionale guidata da Giuliano Montaldo al film “Sonbahar” di Alper Ozcan, una classica opera da cinema d’essai; un film d’autore che racconta la vita di un ex “sessantottino” turco, autore evidentemente di reati talmente gravi da rimanere in prigione 20 anni. Solo le pessime condizioni di salute (senza speranza) gli consentono la scarcerazione e il ritorno al suo villaggio sui monti della Turchia. L’incontro con gli amici e i parenti e un amore senza futuro sono gli episodi che allietano la sua esistenza giunta purtroppo al capolinea. Un’opera triste, girata però con estrema bravura, dal profondo significato sociale.

Dobbiamo arrivare al 2010 per ritrovare finalmente un massimo premio dedicato alla vera montagna, anche se non è di alpinismo: il trofeo va a “Himalaya, le chemin du ciel” della regista francese Marianne Chaud, che l’anno prima vinse il premio del CAI per il migliore film di montagna. L’opera riprende un ragazzo di otto anni, Kenrap che è stato riconosciuto come la reincarnazione di un vecchio monaco e si svolge nello sperduto monastero di Phukthal, ricco di un fascino tutto suo, aggrappato alle pareti della montagna.

Concludo osservando come la via intrapresa dal Festival di Trento difficilmente cambierà rotta; almeno fino a quando il sottotitolo del Trentofilmfestival sarà: Montagna/Società/Cinema/Letteratura.

Si voleva fare un Festival di Cannes della montagna “allargato” e forse l’obiettivo si è raggiunto. Il boom delle presenze del pubblico che ogni anno aumenta lo testimonia. Ma l’anima del festival, quella delle origini. si è decisamente annacquata. Forse basterebbe dedicare una sala del cinema Modena a quelli che noi definiamo i “veri” film che interpretano le attività del Cai, dall’alpinismo allo sci alpinismo, dall’arrampicata al trekking, dalla speleologia all’ambiente. Così, forse, almeno i “puri” non partiranno scontenti.

Piero Carlesi

Il programma delle serate allo Spazio Oberdan su www.altrispazi.it

 

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