Quelle stelle sulla bandiera e nel cielo. Quando l’Europa ci accolse al rifugio Brioschi

Bandiera Europa al Brioschi
La bandiera dell’Europa sventola al rifugio Brioschi, nelle Grigne.

Rimase perplesso qualche lettore vedendo sventolare sulla copertina dello Scarpone nel mese di maggio del 1998 la bandiera europea issata su un pennone del rifugio Brioschi posto sotto la vetta del “Grignone”, il primo rifugio del CAI di Milano e uno dei primi costruiti in assoluto. L’euroscetticismo serpeggiava già allora e non solo tra gli alpinisti. Il trattato di Maastrich era entrato in vigore cinque anni prima e dal 1985 la bandiera era stata adottata da tutti i capi di stato e di governo dell’UE. Eppure quell’immagine che io stesso ho scattato in marzo sul far della sera, sullo sfondo delle creste ancora imbiancate delle Grigne, era insolita per un giornale di montagna e quasi provocatoria.

“Lasciate stare quel simbolo di un’unione di banche e di mercanti o, per essere più morbidi, di una unione economica capitalistica: sistemato sulla vetta di un monte non mi interessa e m’infastidisce”, scrisse un tale alla redazione. Il suo atteggiamento sarebbe stato altrettanto “morbido” con l’arrivo dell’euro e alla luce degli sconquassi provocarti dalla moneta unica?

Sono passati sedici anni e in clima di elezioni europee va ribadito che quel vessillo era stato innalzato insieme con il tricolore in nome di un genuino spirito europeo di cui nei rifugi erano e sono quotidiana testimonianza i libri del visitatore. Va poi precisato che la decisione, quella di esporre il vessillo dell’Europa, riguardava tutti i rifugi del Cai.

La scelta di pubblicare quell’immagine era evidentemente legata all’ineludibile esigenza di proporre una cronaca rispettosa dei valori della montagna ma anche degli eventi e della cultura che, piaccia o no, appartiene agli anni in cui viviamo. E alla quale il mondo della montagna non può dirsi estraneo né mai lo fu fin dai tempi di Quintino Sella, anche se oggi come oggi è meglio stare prudenzialmente alla larga dalla contesa elettorale con i suoi toni beceri.

E’ vero, si sale tra le deserte pietraie dei monti, come affermava il mistico Siddharta, per barattare l’avidità dei commerci della pianura con una sconfinata serenità, ed è giusto quando si è lassù non essere scocciati dalle ideologie. Ma oggi in particolar modo va tenuto conto che le Alpi, come dice giustamente lo storico Paul Guichonnet, sono il cuore dell’Europa e i loro abitanti sono tutt’altro che cittadini di serie b. In passato, anzi, avevano i più alti tassi di scolarizzazione e anche di rendite economiche. E per sovrapprezzo ricevevano devoti omaggi dai cittadini d’Oltre Manica ai tempi in cui Leslie Stephen, scrittore e viaggiatore illustre, definì l’arco alpino terreno di gioco dell’Europa.

La domanda da porsi è se oggi esiste la possibilità di costruire un alpinismo europeisticamente integrato, se l’approccio alle Alpi dei club alpini è effettivamente europeo. Materia di discussione questa di un convegno organizzato nel 2008 dalla Sezione XXX Ottobre nel Palazzo del Governo di Trieste, affacciato sulla splendida piazza dell’Unità d’Italia. Ricordo che nell’aria tersa le Alpi apparivano quel giorno imbiancate, simboli concreti di una cerniera culturale dell’Europa, non più barriera: un significato che è sembrato esaltarsi in quei giorni nel nuovo clima di apertura del vecchio continente che alla città di Trieste, cadute le frontiere con i paesi dell’Est, ha restituito la funzione baricentrica e mediatrice avuta in passato, come città profondamente alpino-alpinistica, una città di mare che guarda alla montagna.

In Europa ci sono paesi che insistono sull’arco alpino e altri, più lontani, che hanno comunque un forte rapporto con esso, a livello di pratica alpinistica, come l’Inghilterra, la Polonia, la Repubblica Ceca, per citare qualche caso. Ma esistono anche particolari cordate che in nome dell’alpinismo guardano all’Europa: l’Uiaa (Unione internazionale delle associazioni alpinistiche), il Caa (Club Arc Alpin), la Cipra (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi) e soprattutto la Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e tutelare gli interessi della popolazione residente, tenendo conto delle complesse questioni ambientali, sociali, economiche e culturali.

Tutto in regola dunque? Si fa presto, anche lassù tra le vette, a dire Europa. I sondaggi di ieri davano una strabocchevole maggioranza di pareri favorevoli; oggi invece assistiamo all’affievolirisi delle tensioni ottimistiche e propositive esistenti in passato e c’è il rischio che anche la montagna possa risentirne.

Ser

 

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