Io, avventuriero per caso, e quei tre indimenticabili minuti di “emozione totale”

Terrore a bordo
Nell’home page e in questa pagina due drammatiche immagini dell’emergenza scoppiata su un traghetto nelle Bocche di Bonifacio (ph R. Serafin)

La valanga che si abbatte mentre scodinzoli allegro come una pasqua sulla pista da sci, l’atterraggio d’emergenza, l’aereo dirottato, l’albergo minacciato dai terroristi, il traghetto in fiamme, la nave da crociera che affonda. Sono inconvenienti che in genere capitano agli altri, ai perseguitati dalla sfiga o a chi le rogne va a cercarsele. In effetti non sono queste le circostanze contemplate dai teorici di quell’”emozione totale” che si accompagna alla “nuova dimensione del viaggio”, come teorizzano gli esperti di antropologia.

Per raggiungere l’”emozione totale” risulta necessario, dicono, unire più stili di vita: andare a caccia di cultura, svago, relax, sport, benessere, natura, shopping e avventura. A volere essere precisi non guasterebbe praticare il “cultural crossing”, cioè quell’incrocio che oggi rappresenta una delle più forti motivazioni del viaggio a patto che, dicono i suddetti esperti, “a incontrarsi o scontrarsi non siano culture ma persone”.

E invece il destino riserva ancora (e per fortuna) un margine all’improvvisazione. Così con buona pace degli antropologi l’”emozione totale” e il “cultural crossing” possono realizzarsi senza darsi granché da fare in una notte di luna, accarezzati da una lieve brezza nelle Bocche di Bonifacio, tra la Sardegna e la Corsica.

A una condizione. Che alla brezza impregnata di salsedine si accompagni l’acre fumo sprigionatosi dalla sala macchine del traghetto in servizio tra Palau e Genova. Bastano allora tre minuti perché sul filo dell’emozione nella notte fra il 27 e 28 maggio 2005, come mi è capitato, s’incrocino le culture (e i destini) di 88 passeggeri, almeno metà dei quali ragazzi sardi in gita scolastica all’Acquario di Genova.

Ripesco questo episodio nei meandri della memoria, mentre nell’aprile del 2014 leggo sui giornali del tragico affondamento del traghetto carico di studenti nei mari della Corea del Sud. E’ in quei tre minuti che si realizza l’”emozione totale” a cui seguirà l’inevitabile “cultural crossing”. Tre minuti densi di sensazioni come lo è il fumo che richiama bruscamente alla realtà ancora più della voce preceduta da un jngle del comandante il quale stenta palesemente a controllare la tensione.

Tre minuti “imperdibili” come è di moda dire di certi best seller. Solo l’incredulità non è concessa. Il richiamo alla realtà è imperioso alle 23 in punto. Le scolaresche si sono appena rassegnate ad andare in cuccetta. Ed è il tranquillo ron ron del motore, anzi degli otto motori quello che accompagna fino a quel momento la navigazione del traghetto “Palau” della Società Enermar Trasporti Isole Sarde salpato alle 20.30 in punto mentre a tribordo, in controluce, la partenza era salutata da un gioioso carosello di delfini.

Di colpo il silenzio, come se una mano misteriosa avesse staccato la spina alla lavatrice. E dall’oblò una conferma. Il riflesso della luna sulla superficie del mare appena increspata è immobile, la nave è inchiodata. Non c’è tempo per riflettere. L’invito a raggiungere il punto di riunione è perentorio. Mantenere la calma, mantenere la calma. Al buio ci si riveste in fretta e furia. E anche se l’invito è di lasciare tutto in cabina ci si porta con se lo zaino con le nikon, almeno quelle…

Ore 23.15. E’ il commissario di bordo a prendere in pugno la situazione tra le moquette del bar. E’ bionda, minuta, decisa, soave e autorevole questa commissaria nell’impeccabile divisa blu navy con cravatta marchiata Enermar. “Ora vi devo contare”, dice puntando la torcia addosso ai passeggeri, uno per uno, impauriti come un gregge di pecore sorpreso dal lupo nella notte nera. “Anzi, facciamo così: il vostro numero sarete voi a pronunciarlo”. Intanto un corpulento cuoco dall’accento partenopeo tiene a bada i ragazzini in gita scolastica con vocione da burbero benefico e anche le insegnanti, poverette, fanno miracoli.

“Incendio a bordo? Al massimo un corto circuito. Ma in questi casi è sempre meglio prevenire che curare, no?”, dice (bugiardo) un tipo dell’equipaggio in tuta seduto, quasi stravaccato nel buio. Fuoco nel garage dove sono parcheggiati gli amati birrocci? “Avremmo già calato le scialuppe”, spiega la commissaria che ce la mette tutta per chiarire dubbi, rendere tutto plausibile, negare anche l’evidenza. Un nobile esempio di professionismo. Ed è anche una donna di fascino che conosce senz’altro il segreto per conquistare e all’occorrenza… incendiare i cuori.

Ore 23.30. Anche il bar dev’essere abbandonato. Tutti fuori, accanto alle scialuppe, sovrastati dalla nuvola acre che si sprigiona dal comignolo. Vengono distribuite coperte, gelati, acqua minerale, the bollente. Non c’è stato panico e si moltiplicano gli elogi per i passeggeri. Che hanno del resto alcuni motivi per rallegrarsi. Conforta la vicinanza della Corsica verso le cui coste il traghetto sembra essere sospinto. Due gruppi elettrogeni sono ora in funzione, la nave risplende delle sue luci e questo è un altro motivo per tranquillizzarsi.

La una di notte. Da due ore la sala macchina vomita fumo. Cos’altro ci sarà da bruciare? Un comunicato ufficiale spiegherà alla fine che “il principio d’incendio a uno degli otto motori della nave è divampato quando la Palau aveva già percorso una trentina di miglia di navigazione”. Il “cultural crossing” raggiunge il diapason. Ci si scambiano impressioni, innocenti battute, si azzardano caute previsioni, qualcuno scuote incredulo la testa ai tentativi del commissario di rassicurare che il peggio è finito. Sul ponte più alto si armeggia invano per disporre due strisce di lampadine, un riferimento per l’elicottero che sta arrivando e che ora riempie l’aria di frastuono. Sotto la carlinga la sigla SAR, search and rescue (ricerca e salvataggio in mare).

Dopo tre giri attorno alla nave, il pilota dell’elicottero decide di restare in overing per almeno un quarto d’ora. Con il verricello vengono calati due tecnici, il volto coperto dalle bombole. Confabulano con l’equipaggio, poi spariscono nelle viscere del traghetto. Che fegataccio, che lavoraccio.

Ore 2. Ai passeggeri viene concesso di rientrare al bar. La nave è sempre immobile.

Ore 3, cessato pericolo. Il traghetto riprende a navigare, anzi a zoppicare verso Olbia dove l’attracco avviene al rallentatore verso le 10. “L’incendio in sala macchine è stato spento con i mezzi di bordo e il traghetto è rientrato con i propri mezzi”, è il soddisfatto comunicato dell’armatore. Impeccabile. E complimenti all’equipaggio e alla bionda, impavida commissaria di bordo per avere reso l’emozione un po’ meno totale.

Roberto Serafin

 

0 thoughts on “Io, avventuriero per caso, e quei tre indimenticabili minuti di “emozione totale”

  • 23/05/2014 at 09:07
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    E quei tre minuti non si dimenticano più. Le immagini esprimono gli attimi di angoscia paralizzante.

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