Altri dieci inverni così e i ghiacciai saranno salvi! Illusioni e speranze secondo un illustre glaciologo

Ghiacciai della Lombardia
Qui sopra la copertina del volume “I ghiacciai della Lombardia” a cura del Servizio Glaciologico Lombardo (Hepli 2012, 39 euro). Sotto, effetti della copertura con geotessile del ghiaccio Dosdé in Alta Valtellina (arch. Lievissima).
Smiraglia
Il professor Claudio Smiraglia.

Le immagini del Giro d’Italia alla fine di maggio con i corridori sullo Stelvio stretti fra ciclopici muraglioni di neve hanno fatto capire l’eccezionalità dell’inverno che ci lasciamo alle spalle. Un toccasana per i ghiacciai. “Ma basta un’estate infuocata come ormai ce ne sono tante per annullare l’effetto”, spiega il professor Claudio Smiraglia, milanese, un padre della glaciologia moderna, che da anni “dialoga” con i ghiacciai per conto dell’Università degli Studi di Milano Dipartimento Scienze della Terra “Ardito Desio”. MountCity lo ha intervistato.

Come sta cambiando, professor Smiraglia, il “cuore freddo” delle Alpi Italiane e di quelle lombarde in particolare?

“Ce lo chiediamo da tempo, alla luce dell’intenso regresso glaciale, noi esperti dell’Università degli Studi di Milano, Dipartimento “Scienze della terra” “Ardito Desio”. Anni di studi e ricerche e ora, molto atteso, è arrivato il momento della verità con la presentazione del nuovissimo Catasto dei Ghiacciai: un evento che il 22 maggio è stato realizzato a Milano d’intesa con Levissima e in collaborazione con Ev-K2-CNR nonché con il determinante contributo del Comitato Glaciologico Italiano”.

Quale il dato più significativo?

“I ghiacciai sono aumentati di numero: oggi in Italia sono 896 mentre negli anni 50 erano 824”

Una buona notizia?

“Tutt’altro: il numero è aumentato per via dell’intensa frammentazione. I sistemi glaciali complessi riducendosi si dividono in singoli ghiacciai più piccoli. Nel complesso la superficie dagli anni ’80 si è dimezzata passando da 609 chilometri quadrati agli attuali 368”.

Come siete arrivati a queste conclusioni?

“Il progetto ha visto coinvolta l’equipe da me coordinata a partire dal 2012 e ha integrato dati raccolti nel corso di un decennio. Risalgono al 1962 e al 1984 i precedenti catasti, realizzati dal Comitato Glaciologico Italiano. Rispetto ai dati rilevati allora, risultano visibili gli effetti e l’impatto sui ghiacciai italiani del cambiamento climatico in corso: aumento del numero, sensibile riduzione della superficie e del volume, cambiamento della morfologia stessa del cuore freddo delle Alpi”.

Quali sono le conseguenze di questa frammentazione?

“Se il valore areale medio si è ridotto a 0,4 chilometri quadrati, le ridotte dimensioni espongono in maniera esponenziale i ghiacciai a ulteriori fenomeni di fusione dovuta all’innalzamento delle temperature medie annuali”.

Ma i cambiamenti climatici sono gli unici colpevoli di questa situazione?

“Le novità di cui parliamo non sono solo dovute ai cambiamenti climatici ma in alcuni casi anche ai risultati dei nuovi studi. Così il ghiacciaio più vasto, a conti fatti, è risultato essere non più quello dei Forni come indicato nel precedente catasto ma il ghiacciaio del complesso Adamello-Mandrone che grazie a recenti rilievi si è scoperto essere composto da un corpo glaciale unitario. La variazioni assumono poi differente rilievo a seconda che vengano confrontati con il catasto del 1962 e con quello del 1984 (durante quegli anni si è registrata infatti un piccola fase di espansione). I dati sono di complessa lettura e non sarebbero corretto formulare previsioni troppo semplicistiche. Rispetto ai precedenti rilievi, ed esempio, risulta incrementata la copertura detritica”.

Come avete fatto a scoprirlo?

“Sulla base delle immagini scattate anche da satellite, ma soprattutto con laboriose e faticose ispezioni sul posto”.

Questi detriti rappresentano un’ulteriore minaccia?

“Al contrario. Nonostante sia tutt’ora in atto una lunga fase di regresso glaciale, l’incremento della copertura detritica superficiale potrebbe ridurre i ritmi di fusione, mentre l’incremento di polveri naturali o antropiche potrebbe aumentarla”.

C’è qualche altro motivo per essere, sia pure moderatamente, ottimisti?

“La variabilità meteo-climatica, con inverni molto nevosi ed estati fresche e umide, favorirebbe periodi di rallentamento di questa attuale fase negativa. A fine estate 2013, per esempio, la riduzione di spessore di molti ghiacciai italiani è stata minore rispetto a quella registrata negli anni precedenti, a causa delle forti nevicate dell’inverno 2012-2013. Ma è chiaro che, per avere una vera e propria inversione di tendenza, dovrebbe verificarsi una successione, almeno decennale, di queste caratteristiche meteo-climatiche. Altri dieci inverni come questo appena trascorso sarebbero l’ideale. A patto che le estati fossero fresche e piovose, non saprei con quanta soddisfazione per gli operatori turistici…”.

Quanto vi ha impegnato la compilazione del catasto?

“Il problema principale è stato quello di mediare tra esigenze locali e il quadro globale della situazione, mettendo a frutto il lavoro del Comitato glaciologico italiano e quello degli esperti in loco. A differenza dei precedenti catasti abbiamo lavorato con ortofoto ad alta definizione, anche se spesso disomogenee, accoppiate a osservazioni dirette. Come si sarà capito è stato un lavoro corale commisurato alla vastità della superficie glaciale tenuta sotto osservazione. Una superficie, per rendere l’idea, che è pari al lago di Garda”.

Avete provveduto a raccogliere questi dati in una pubblicazione?

“Anche questo aspetto è stato curato con estrema attenzione. Sono 150 le tabelle contenute in questa pubblicazione ora in corso di stampa, ricca anche di osservazioni riguardanti la colonizzazione vegetale in rapporto al regresso glaciale e al fatto che il ghiaccio conserva materiale biologico che ora viene frequentemente alla luce”.

Una curiosità. Sono valide le coperture dei ghiacciai con grandi teloni per preservarli durante le estate?

“A partire dal 2007 è stata proprio un’equipe dell’Università di Milano da me guidata, in collaborazione con Levissima, a tentare questo inedito esperimento contrapponendo alla “febbre” del ghiacciaio Dosdé Piazzi, sulle Alpi Valtellinesi, un rimedio di protezione attiva con un telo geotessile chiamato “Ice Protector 500”. I risultati lasciano ben sperare. Due esempi? Nel 2008 sono stati preservati oltre 115.000 litri d’acqua mentre nel 2009 il telo ha permesso di preservare il 91% del ghiaccio glaciale e il 29% di neve”.

E ora che cosa resta da fare?

“Le ricerche non sono che all’inizio e dovranno estendersi a tutti i continenti. Basti pensare che nelle montagne asiatiche non si hanno ancora dati sulla consistenza del permafrost. In Italia in queste ricerche possiamo dire di essere all’avanguardia, con una nuova generazione di ricercatori preparati ai quali desidero rivolgere un ringraziamento per essersi prodigati in questo progetto e un augurio per i progetti che verranno”.

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Geotessile._Ottobre2009_2 copiaIl nuovo catasto dei ghiacciai

• Superficie coperta dai ghiacciai: oggi 368 km2, nel catasto del 1962 519 chilometri quadrati, nel catasto del 1984 609 chilometri quadrati Oggi rispetto agli anni ’50 si è fusa una superficie glaciale di 151 chilometri quadrati, rispetto agli anni ’80 di 241 chilometri quadrati.

• Numero dei ghiacciai: oggi 896, nel catasto 1984 1381 (oggi sono 485 in meno), nel catasto del 1962 824 (oggi sono 72 in più). Oggi i ghiacciai sono aumentati rispetto agli anni ’50 a causa di un’intensa frammentazione. Negli anni ’80 erano di più per un motivo opposto, durante quegli anni si è registrata una fase di espansione.

Tipologia dei ghiacciai oggi:

• Ghiacciai montani: 62% (di medie dimensioni collocati sui versanti montuosi a quote elevate, caratterizzati dalla mancanza di una lingua che fluisce lungo una valle)

• Ghiacciai glacionevati: 35%(forme iniziali o terminali dell’evoluzione di un ghiacciaio, di dimensioni limitate, solitamente inferiori a 0,05 chilometri quadrati, e privi di movimento)

• Ghiacciai vallivi: 3% (con un vasto bacino di accumulo nella zona superiore e una lingua che scende a bassa quota nella zona inferiore)

 

 

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