Campagne sulla sicurezza. E se poi il neofita indottrinato si sente “abile” e non usa il cervello?

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La locandina della Giornata nazionale “Sicuri sul sentiero”.

Occorre scongiurare il pericolo che il neofita s’intenda investito del titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri. Questo scrive autorevolmente Alessandro Gogna nel suo Gogna blog prendendo spunto dall’iniziativa “Sicuri sul sentiero”, già trattata in MountCity. Sorpresa. E’ la prima volta in dieci anni che l’esemplare lavoro di prevenzione svolto periodicamente da volontari del Cai e del Cnsas e dalle Guide alpine viene messo, sia pur garbatamente, in discussione.

Ma è bene che qualcuno senza timori riverenziali giudichi quanto valgono i buoni consigli per l’uso (dei sentieri) elargiti “scolasticamente” ai neofiti da tecnici e guide alpine se poi ciascuno dei discepoli non si interroga, come osserva Gogna, “su quanto siano sereni in quel momento lui e la sua compagnia, quanta tensione interiore si stia tentando di scaricare sul mondo naturale che, chissà perché, non solo è refrattario ma tende a restituire negativamente ogni energia male impiegata. Ogni nervosismo, ansia, rivalsa”.

Prima osservazione. Ma questa serenità volta a scongiurare comportamenti azzardati vale soltanto per i neofiti? E quanta energia viene male impiegata anche dai cosiddetti esperti? Ha sicuramente ragione l’amico Gogna: nessun accenno alla preparazione psicologica è previsto negli incontri di “Sicuri in montagna”. Ma credo che il discorso porterebbe troppo in là e dovrebbe per forza essere rivolto anche ai cosiddetti esperti che si mettono nei guai perché incappano nelle cosiddette trappole euristiche.

Una tabella riportata sul periodico Neve e valanghe ne elencava qualche tempo fa ben sette di queste trappole, ognuna delle quali accuratamente descritta con esempi e comportamenti da tenere. Eccole: familiarità (con un itinerario), eccesso di determinazione, ricerca del consenso sociale, aura dell’esperto e istinto gregario o effetto gregge, competitività sociale, scarsità ed euforia, effetto di apprendimento negativo. In quest’ultimo caso, raccomandano i ricercatori, “si deve imparare a valutare criticamente non solo le gite nelle quali si è verificato un incidente, ma anche quelle che si svolgono senza problemi, chiedendosi se il rischio era accettabile o meno”.

Chi finisce per primo in trappola, esperti o neofiti? Io sono sicuramente un esperto nell’attraversare la strada o almeno tale mi reputavo fino all’altro giorno. Infatti ho rischiato di essere travolto semplicemente perché non mi ero accorto che la strada era a doppio senso di marcia e pertanto non tenevo in considerazione le auto che a tutta velocità sopraggiungevano sulla mia destra.

Come certamente Gogna sa per l’esperienza accumulata in tanti anni di glorioso e irripetibile alpinismo e per il tanto inchiostro versato in scritti e libri diventati dei classici e per i consigli elargiti per una frequentazione rispettosa in appassionanti conferenze, il problema degli errori da valutare in montagna riguarda tutti, neofiti e non. E perciò non se ne parla mai abbastanza.

Però ho il dovere di precisare che, da me espressamente interpellato, Alessandro ribadisce che “la serenità è una condizione di spirito che TUTTI devono avere prima di cimentarsi. Solo che, parlando di sentieri e riferendomi esclusivamente al target di neofiti cui si rivolge l’iniziativa ‘Sicuri sui sentieri’, non ho ritenuto opportuno mettere in ballo anche gli esperti. Tra l’altro, qualcuno avrebbe potuto leggere la cosa come un attacco diretto a coloro che si sono prestati a fare da insegnanti il 15 giugno. Cosa che proprio è lontana dal mio intendimento”.

Niente di più complesso, comunque, che fare prevenzione in montagna. Ma discuterne non significa gettare ombra su una campagna per la prevenzione dei rischi quale è quella che i bravi tecnici conducono da tanti anni con grande impegno e sacrificio personale.

Nella consapevolezza, certo, che il rischio in montagna è ineliminabile. Ma anche nella convinzione che se è vero che lo scalatore accetta il rischio con un senso di liberazione “così come alcuni monaci giapponesi nell’Ottocento pretendevano dai neofiti la pratica dell’alpinismo come fatto catartico” (Spiro Dalla Porta Xydias), l’escursionista non può permettersi di identificarsi con un monaco giapponese.

Sia benedetta dunque la giornata del 15 giugno nell’ambito del progetto Sicuri in Montagna, anche perché lo sforzo di comunicazione e informazione è grande ed evidente. Forse ce ne vorrebbero di più, ma con il volontariato di più non si può fare.

Escursionisti al Coldai
Escursionisti al Coldai (ph. R. Serafin)

Certo, la formula andrebbe in parte riveduta e corretta. Si potrebbe (forse, dico forse) prendere esempio dai ‘Café montagne’ diffusi in tutta la Francia non senza qualche difficoltà dal “guru” Bernard Amy per coinvolgere appassionati di ogni tipo e, insieme, raccogliere proposte per rilanciare l’alpinismo e valorizzarne il ruolo sociale.

Non ci sarebbe niente di male a dialogare con chi ne sa più di noi davanti a un buon caffé o a un mezzo litro de quel bon. Né ci sarebbe niente male a coinvolgere personaggi più o meno mediatizzati e sicuramente coinvolti, sempre che lo facciano da semplici appassionati senza specularci sopra come sembra che stia facendo il popolare Fabio Fazio, sinceramente innamorato dell’alpinismo e allievo diligente a Milano dei corsi del Cai.

Sarebbero forse più contenti se s’instaurasse un simile clima anche i pochi giornalisti di buona volontà che, meno male!, s’interessano di queste iniziative e ne riferiscono sui giornali generalisti, quelli letti da tutti, e lo fanno per pura passione. Senza di loro non sarebbero apparsi in tutti questi anni decine di articoli che invitano a sciare, scalare, camminare in sicurezza.

Se il discorso è rivolto ai giovani va ribadito infine che il rischio, accettabile o meno, esercita una forte attrazione soprattutto su di loro, così come nella mitologia attrasse Icaro conducendolo alla sua rovina. Le sirene hanno buon gioco nel sedurli e lo spirito di emulazione è spesso un cattivo compagno di scalate. E a poco valgono, a questo punto, le campagne informative che esortano alla prudenza e, sicuramente, anche queste mie modeste parole.

Roberto Serafin

0 thoughts on “Campagne sulla sicurezza. E se poi il neofita indottrinato si sente “abile” e non usa il cervello?

  • 15/06/2014 at 09:08
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    Concordo con quanto è stato espresso da Serafin in questo articolo.

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