Laura Guardini e gli articoli che non vorrebbe mai scrivere

Come deve comportarsi un giornalista costretto a occuparsi di una disgrazia in montagna? Raccontare ciò che effettivamente è accaduto sarebbe la cosa più semplice. Ma c’è, fra i tanti blogger in vena di tuttologia, chi ancora oggi invita il giornalista a non fare commenti e chi lo ritiene comunque inadeguato a causa della sua “professionale” ignoranza, votato esclusivamente al pettegolezzo, responsabile di immagini distorte dell’alpinismo che si perpetuano dalla notte dei tempi. Ma bando alle generalizzazioni, è fin troppo facile (e di moda di questi tempi) crocifiggere i giornalisti. Vediamo allora di analizzare come lavora un cronista mandato dal suo giornale a riferire su una sciagura in quota. Lo facciamo attraverso questa testimonianza presentata nel 2001 a un simposio dell’Associazione italiana giornalisti della montagna (Agim), all’epoca gruppo di specializzazione della Federazione nazionale della stampa. Ne è autrice Laura Guardini, professionista trentina scrupolosa e ultracollaudata sia al desk sia quando si tratta di andare “sul fatto”, sinceramente appassionata di montagna, sportiva “militante” (è stata campionessa di nuoto), attualmente in servizio presso la redazione del Corriere della Sera dove si occupa di cronache della Lombardia.

Primo: evitare la palude dei luoghi comuni

C’è stato un incidente e il maresciallo della Stradale ti dice parole come corsia, guard-rail, autostrada, curva, sorpasso, proveniente dalla direzione opposta. E tu capisci tutto perché la tangenziale è sotto casa. C’è stato un delitto e il capitano dei carabinieri ti dice parole come traiettoria dei proiettili, impronte, pistola calibro tal dei tali, tentativo di fuga, e tu continui a capire abbastanza.

E poi vai sul posto, del delitto o dell’incidente, e vedi con i tuoi occhi: dove è successo, i colori e gli odori delle case, le facce della gente, magari anche i mazzi di fiori messi dove c’erano i morti.

C’è stato un incidente in montagna e il capo del soccorso alpino ti dice parole come ramponi, ghiaccio che si compatta sotto i piedi come una suola e li rende inutili, corde, cordini, escursione termica, cengia, morena. E tu non capisci più niente. Non sai bene cosa sia, non sai immaginare neppure il paesaggio, perciò spiegare con precisione cosa sia accaduto diventa difficile.

Per noi cronisti di pianura la difficoltà mi pare tutta lì. Perché per raccontare un fatto bisogna (bisognerebbe) averlo visto. Almeno lo scenario. Invece con gli incidenti di montagna non capita mai, proprio mai. Se muoiono sul Monte Bianco, si va a Courmayeur, mica lassù dove è successo. Per i morti del Gran Zebrù del ’97 io sono andata a Silandro, senza neanche arrivare a Solda perché era tardi e inutile.

Allora, l’unica è parlare con i soccorritori. Per i morti sulle montagne lombarde del 17 dicembre 2000, meno male che quella domenica Roberto Serafin è tornato in tempo a casa per sentire il mio messaggio in segreteria telefonica: altrimenti mai sarei riuscita a parlare con Daniele Chiappa, che dal 118 di Como coordinava tutti gli interventi di quella brutta giornata.

Insomma: gli incidenti di montagna succedono sempre in posti nei quali il cronista non arriva, non può arrivare, non può vedere. E allora bisogna cercare qualcuno che spieghi, descriva, qualcuno a cui fare domande che, magari, a loro del posto, sembrano anche un po’ stupide: “Come è fatto il ghiaccio del Gran Zebrù?”. Alla fine – ti spiegano ­- se non ti fermi, come è capitato a quei poveretti è come un balcone sopra Solda: si vola fuori. A Solda l’allarme del Soccorso Alpino suona dal fornaio: tra un’infornata e l’altra raccontano tutto, danno i numeri degli elicotteri dell’Aiut Alpin, dove c’è altra gente che, appena ha tempo, è disponibile a spiegare.

Parlare, chiedere, anche aspettare. Che possano rispondere, spiegare, far vedere attraverso le loro parole. Io sono andata un poco in montagna: quel tanto che basta per farmi dire che non me ne intendo abbastanza, che – per fare un pezzo come si deve – ho bisogno di aiuto. Devo riconoscere che l’ho sempre trovato, sempre, sempre. Perché chi ci risponde, chi ci dà le informazioni, è gente buona. Gente che fa quello che fa, anche a suo rischio, per amore del prossimo e della montagna. E con gente così, non si può che lavorare bene. Capiterà, magari, di incontrare qualche orso: ma a me è capitato anche di intervistare un intero branco di cani da valanga con relativi accompagnatori: mi hanno fatto pensare che la vita è davvero bella.

Quanto alla Montagna Assassina, io l’ho riposta nello scaffale dove tengo – per sorridere nei momenti in cui magari mi sento un po’ giù – anche l’Asfalto Reso Viscido Dalla Pioggia, le Lamiere Contorte, l’Esodo Ferragostano, il Generale Inverno, la Bianca Visitatrice, il Tragico Incidente e il Delicato Intervento Chirurgico: è la palude dei LUOGHI COMUNI da cui il nostro mestiere deve scappare a gambe levate. Con l’aiuto del vecchio buon senso, dell’intelligenza e di un po’ di cuore. Il cocktail che ha fatto dire a Tone Valeruz: “Dobbiamo fermarci a pensare. La montagna non è un business”.

Laura Guardini

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