Nella “Magnifica terra” a tu per tu con Mick Fowler, profeta dell’edonismo alpinistico

Su ghiaccio sottile copiaIl grande alpinismo si dà appuntamento anche questa estate a Bormio (SO) per il festival della cultura di montagna 
”La Magnifica Terra“
 giunto alla IV edizione. Da mercoledì 23 a sabato 26 luglio nello stupendo comprensorio dell’Alta Valtellina è possibile incontrare Maurizio “Manolo” Zanolla, il climber portoghese Leopold Farìa, il noto giornalista della BBC Mick Connefrey, Elio Orlandi, Sergio Martini, Mario Corradini, e il presidente onorario della rassegna Kurt Diemberger. Tra i premiati delle precedenti edizioni spicca nel “palmares” della rassegna Mick Fowler: personaggio quanto mai vivace e simpatico, appartenente a un’ideale categoria di edonisti “verticali” che perlopiù del proprio alpinismo svelano solo i piaceri.

Nessun tarlo rode Fowler, a quanto pare, prima di una scalata e forse, se gli fosse capitato qualche inconveniente, avrebbe evitato di mostrare ai fotografi le mani piagate dal gelo. Questione di carattere, di sistema nervoso. Ma anche di scelte obbligate quando prevale l’esigenza di mediatizzare le proprie esperienze e farne commercio. Un certo fair play è poi d’obbligo quando si ricopre una carica importante, come è il caso di Fowler, presidente dello storico Alpine club di Londra.

Intanto, per inquadrare meglio il personaggio, va precisato che il simpatico Mick, classe 1956, londinese, nella vita di tutti i giorni lavora nel presumibile grigiore di un ufficio imposte. Come fece ai suoi tempi il grande Riccardo Cassin, anche Fowler sgobba con impegno per vivere e mantenere la famiglia. Ma come risulta evidente dal suo curriculum alpinistico, vive per scalare le montagne del mondo.

E’ il prestigioso Piolet d’or che lo ha consacrato nel 2002 tra le star internazionali. Più sommessamente, la Valtellina gli ha reso omaggio in quell’estate del 2011 con una “pigna d’argento” al termine della rassegna “La Magnifica Terra”.

Fowler ha un debole per l’Italia e appena può non si nega un week end sulle Grigne. Marco Anghileri che Mick ha ricordato con grande strazio, alla notizia della sua morte, come “una persona estremamente piacevole”, era tra i suoi prediletti compagni di cordata e in qualche modo gli assomigliava. Entrambi dovevano fare i conti con gli impegni quotidiani e ogni occasione era buona per spassarsela con giudizio.

Il tappeto rosso delle grandi star è stato steso per Fowler anche il 18 ottobre 2012 al Palamonti di Bergamo. Ospite d’onore alla rassegna “Il Grande Sentiero”, quando incontrò il pubblico bergamasco era reduce con Paul Ramsdem da una brillante prima salita nell’Himalaya Indiano sulla parete nord dello Shiva, vetta di 6.142 metri nella remota regione del Pangi District: la cordata ha impiegato sette giorni per arrivare in cima e altri due per scendere dall’inviolato versante sud est. A Fowler l’esperienza ha ricordato una scalata invernale di misto sul Ben Nevis, mentre per Ramsden è stata “la più bella scalata della sua vita”. E se lo dice lui, gli si può credere: negli ultimi dieci anni con Fowler ha aperto diverse vie tra cui quella al Central Couloir sulla parete nord del Siguniang che è valsa loro il Piolet d’Or.

“Il primo avvistamento della parete ci ha dato un certo sollievo e ha aumentato la voglia di salire anziché avere l’effetto opposto come è capitato ad altri prima di noi”, racconta Fowler. “La linea aveva tutto quello che Paul ed io cerchiamo: la cima più alta della zona, una linea accattivante, inviolata, visibile da lontano, una linea diretta alla vetta, al sicuro da pericoli oggettivi, ripida, tecnicamente impegnativa e, infine, la possibilità di scendere da un percorso diverso”.

Fowler premiato a Bormio, 2011, f. R. Serafin
Mick Fowler con il premio ricevuto a Bormio per il suo libro “Su ghiaccio sottile” (Alpine Studio). Ph. R. Serafin

Mick in ogni circostanza riesce a trasmettere ottimismo e buonumore assieme a una ben calcolata dose di stupore. Sprizzava felicità anche il giorno che lo intervistai, nell’estate del 2011, a Bormio, mentre brindava con il suo editore italiano, il giovane e intraprendente Andrea Gaddi che ne ha fatto conoscere agli appassionati le straordinarie esperienze pubblicando, con la prefazione di Chris Bonington e la traduzione di Luca Calvi, il suo più bel libro, “Su ghiaccio sottile”. Una lettura affascinante. Dal libro si apprende che, partendo da una lunga stagione di conquiste sulle pareti invernali della Scozia e di salite estive sulle scogliere e le falesie di arenaria della sua isola, nel 1976 Fowler si getta nelle ripetizioni delle vie più classiche delle Alpi (le nord del Cervino e dell’Eiger) e affronta il ghiaccio del Monte Bianco.

“La mia specialità? L’alpinismo pulito in stile alpino, possibilmente in aree poco esplorate o anche sconosciute agli occidentali”, spiega. “Niente ottomila: richiedono troppo tempo di cui, per i miei impegni di lavoro, non dispongo”. Ancora qualche notizia su di lui. La sua predilezione per l’arrampicata su ghiaccio lo ha portato in Perù nel 1982, dove è riuscito a salire una via nuova sulla parete sud del Taulliraju in sole due settimane (voli da e per Londra compresi); nel 1983 ha salito il couloir ovest del Kilimanjaro, nel 1986 la parete ovest del Monte Ushba, in Caucaso.
Poi, il colpaccio: in Pakistan scova assieme all’amico Saunders un pilastro alto duemila metri, e vi traccia una delle vie di ghiaccio e misto più difficili dell’Himalaya, il Golden Pillar dello Spantik.

Dal 1989 è un susseguirsi d’imprese di ampio respiro, sempre in luoghi sconosciuti e su vette perfino inviolate. Nel 1997 compie la prima ascensione all’inviolata parete nord del Changabang (Himalaya Indiano), lungo una linea di bave di ghiaccio sottile.
Nel 2002 scova nella regione del Sichuan, in Cina, uno dei couloir più alti e affascinanti della Terra. Con Ramsden sale la parete nord dello Siguniang. Quella colata di ghiaccio, non-stop per oltre 1000 metri, conferisce a Fowler e a Ramsden il Golden Piton 2002 e il Piolet d’Or per l’edizione del 2003.

L’ultima “vertical pleasure” di Mick e Paul Ramsdem è dell’ottobre 2013, ancora nell’Himalaya indiano dove realizzano la prima salita del Kishtwar Kailash (6451m): una linea che Fowler aveva delineato già nel 1993 durante la sua spedizione al Cerro Kishtwar. Da una foto scattata dalla cima del Cerro si vedeva che, con le condizioni giuste, il Kishtwar Kailash sarebbe stato un obiettivo di prim’ordine. Ecco perché, non appena è stato possibile, Fowler ha richiesto e ottenuto il permesso per tentare questa cima. Supportati da Mike Morrison e Rob Smith, dal 4 al 10 ottobre Fowler e Ramsden hanno salito in stile alpino una linea di 1500m sulla parete sudovest descritta come “una grande via, con viste spettacolari ed arrampicata varia fino al VI grado scozzese”.

“Tutto ciò”, precisa Fowler, “è avvenuto nel periodo delle ferie e all’insegna del relax. Come, più o meno, fate voi italiani quando andate a spassarvela in Grignetta. E come ha sempre fatto l’indimenticabile Riccardo Cassin che all’alpinismo riservava le parentesi concesse dal suo lavoro d’imprenditore”.

Inconvenienti? In trent’anni e più di scalate Fowler può “vantare” solo una ferita e una piccozza conficcata nel gomito. “Pura fortuna”, sorride, “ma poteva anche andarmi meglio quella volta della piccozza se non fossi incappato per sovrapprezzo in una valanga”.

Trova anche Mick che oggi la nostra società è ossessionata dalla ricerca della sicurezza a tutti i costi?

“E’ una cosa che mi dà piuttosto fastidio. Un sacco di gente o di enti andrebbero in visibilio se fosse consentito scalare soltanto a chi dispone di un particolare certificato. Per quanto mi riguarda, sono dell’opinione che ogni singolo individuo dovrebbe assumere una maggiore responsabilità delle proprie azioni. E non credo di essere l’unico a pensarlo”.

L’ossessione della sicurezza potrebbe costituire un rischio per la libertà degli alpinisti?

“Nel modo più assoluto, e questa è la preoccupazione maggiore per la futura generazione di scalatori. L’Alpine club sta cercando di collaborare con le altre associazioni europee per scongiurare questo rischio e garantire libertà di scalate a tutti”

Alla morte di un compagno sul Changabang, al dolore dei suoi cari, osservo a questo punto, Mick contrappone nel suo libro la considerazione che l’amico è scomparso facendo quello che gli piaceva e sostiene che quell’incidente lo ha indotto ad amare ancor più le montagne. Non c’è un pizzico di cinismo in questo atteggiamento?

“E’ vero, le montagne, nonostante tutto, continuo ad amarle”, risponde. “E quanto all’amico che ci ha lasciato, purtroppo non c’è nulla al mondo che possa riportarlo alla vita. Ricordo la sua euforia per il primo successo in Himalaya e in cuor mio so perfettamente che arrampicare anche in suo nome è la cosa migliore che si possa fare per rendergli omaggio. Quell’incidente mi ha tuttavia scosso profondamente e molto mi ha insegnato: spero che abbia fatto di me un alpinista più consapevole dei rischi che corro”.

Ha scalato con Simon Yates, l’uomo che tagliò la corda di Simpson abbandonandolo al suo destino, come è raccontato in “Touching the void”. Che idea si è fatto di lui?

“Posso garantire che ho la più assoluta fiducia in Simon, qualunque sia stata la ragione per cui ha deciso di comportarsi in quel modo”.

E’ d’accordo sul fatto che l’alpinismo meriti, in quanto bene immateriale, di essere considerato patrimonio dell’umanità?

“Non conosco i dettagli di questa proposta, ma in generale mi trova favorevole. L’alpinismo è un’importante eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e va preservato nei suoi valori”.

Ma l’alpinismo oggi ha delle colpe?

“Certo che ne ha. Soprattutto quando l’alpinista si impone di raggiungere la vetta a ogni costo. Corde fisse e spit sono il risultato di una mentalità sbagliata: quella di chi non accetta che la montagna possa anche respingerci. La rinuncia non deve mai rappresentare un atteggiamento di cui vergognarsi. Può capitare. Importante è lasciare le montagne in buone condizioni, così come le abbiamo trovate”.

Che cosa prevede per il futuro?

“Può darsi che le nuove generazioni riescano a scalare ciò che oggi ci sembra impossibile. Ma non c’è niente di scontato e sono convinto che, comunque vadano le cose, nessuno di loro avrà vita facile”.

I migliori alpinisti?

“Mi trovo in una posizione piuttosto delicata, come presidente dell’Alpine Club, per esprimere giudizi di merito. Più in generale, ho stima di quegli alpinisti che si godono il tempo trascorso in montagna senza ossessionarsi e porsi troppi problemi. Più o meno come faccio io”.

Roberto Serafin

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