Regole e divieti in montagna per gli amici pelosi

Basta dirlo, o meglio scriverlo sulla porta d’ingresso: “I cani non sono ammessi”. La legge italiana non pone divieti, ma il gestore può scegliere di non farli entrare nei rifugi. Questa la salomonica sentenza espressa in un documento della Commissione rifugi del Cai. Del resto, lo dice anche il regolamento: “Non si possono introdurre animali nei rifugi, salvo diverse disposizioni concordate tra Sezioni e Gestore”. Dovunque ci sia una linea gialla è sufficiente non superarla. Questo sì è essere chiari.

Resta comunque il divieto assoluto di accesso per gli animali nei locali adibiti al pernottamento.
 Oddio, a livello normativo non esiste alcun divieto di far entrare i cani nei pubblici esercizi, salvo quelli in cui si producono alimenti, con l’obbligo di condurli con guinzaglio e museruola. Ma ciascun Comune ha comunque facoltà di  emanare a livello locale ordinanze sindacali o regolamenti ad hoc più o meno restrittivi.

“Qualora gli animali siano ben accetti”, specifica il documento della Commissione rifugi del Cai, “non si apporrà nessun cartello o al massimo cartelli di benvenuto agli amici a quattro zampe”. E questa sembrerebbe la soluzione che meglio si attaglia agli amici dell’uomo che in montagna si rivelano più amichevoli che mai. Amici che alla montagna hanno strappato tante vite e che con i montanari hanno convissuto e convivono pacificamente e laboriosamente come dimostrano gli insostituibili cani da pastore.

Al di fuori dei regolamenti, un occhio di riguardo per i cani in montagna s’impone. Anche perché di spazio in montagna ce n’è tanto, non è come in spiaggia. E oggi se non vuoi perdere i clienti devi accettare anche le loro appendici pelose. Non ci sono forse agenzie specializzate che studiano i viaggi in modo da coinvolgere attivamente gli animali nei momenti di svago? Non esistono forse i dog trekking?

Per capirsi meglio, basterebbe ricordare le storie di due formidabili montanari a quattro zampe di due secoli or sono: il San Bernardo Barry, vittima della sua dedizione, e l’intrepida bastardina Tschingel che fu devota compagna di scalate del reverendo Coolidge e in alcuni casi gelosa custode dei suoi beni.

La storia dei cani da soccorso in montagna è oggetto di saggi e manuali come quello dedicato alle unità cinofile del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (Cnsas). I samaritani con la coda vigilano giorno e notte sulla nostra incolumità, pronti a farsi in quattro per ritrovarci quando ci perdiamo nei boschi o in fondo a un dirupo. Come non ricambiarli offrendo loro ospitalità nei rifugi?

Cani non ammessi copia
“I cani non sono ammessi” recita il cartello sulla porta del rifugio Coldai alla Civetta. Ph. R. Serafin

“Il cane psicopompo (in greco, conduttore di anime) come Ermes, presso i Greci, l’egizio Anubis, e ancora Cerbero ed Ecate”, scrive Laura Guardini in “Samaritani con la coda” (Priuli e Verlucca, 2005), “erano guide verso il mondo dei morti. Questi del soccorso no, sono l’esatto contrario: quattrozampe che hanno fatto di tutto per strappare donne e uomini alla morte. Psicopompi alla rovescia, con buona pace di quel cattivone di Cerbero, che anche Dante mette a guardia del suo Inferno, ‘fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sopra la gente che quivi è sommersa’”.

Cercare, cercare, trovare, per questi samaritani con la coda è una gioia: è il bau bau festoso di Robby, un po’ pastore tedesco e un po’ belga, che ha dissepolto il faccino di Maurizio, 12 anni. Per la gioia del loro conduttore ma forse non soltanto quella, dicono in tanti. Ma altri samaritani vengono in mente.

Ecco Rocky, intorno ai cinque anni, premiato a Camogli tra i cani “buoni”. I chiodi che gli avevano piantato nel naso quando faceva il pastore nella zona di Bergamo perché non andasse troppo vicino alle pecore non gli hanno lasciato segni di rancore. E’ un cucciolone solo un po’ impaurito dagli estranei. Ma è un campione con i bambini disabili.

Pensiamoci su prima di chiudere ai cani la porta in faccia.

Ser

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