Sui sentieri con l’antropologo

I sentieri quali patrimonio di beni comuni da tutelare. Questo il tema dell’intervento di Annibale Salsa, antropologo, past presidente del Club Alpino Italiano, al convegno “I sentieri delle Alpi (vanno) verso il futuro”, svoltosi nell’ambito del Festival delle Alpi il 21 giugno 2014 a Gromo, incantevole paese della bergamasca. MountCity ne pubblica un estratto per gentile concessione del professor Salsa che ringraziamo.

Salsa a incontro seniores 2009 copia
Annibale Salsa

Commons è una parola inglese che fa riferimento alla nozione di “beni comuni”. Ai nostri tempi sta ritornando d’attualità un concetto che rimanda ad epoche della storia (Medioevo) in cui i beni collettivi avevano grande rilevanza sociale. Acqua, aria, biodiversità si stanno rivelando oggi beni altamente strategici, soprattutto dopo l’orgia consumistica degli anni del secondo dopoguerra. I fuochi fatui dell’”usa e getta”, alimentati dalla perdita di rispetto per beni materiali ritenuti illimitati – ma che tali non sono – giustifica l’urgenza di pervenire ad una nuova cultura della vivibilità. Tra questi “beni comuni” possiamo inserire anche i sentieri di montagna. Si tratta, infatti, di autentici prodotti culturali nati con il diffondersi capillare degli insediamenti umani sull’arco alpino. La rapida fondazione di comunità rurali nelle terre alte, favorita soprattutto da politiche di incentivazione all’abitare in montagna – in particolare i secoli XII e XIII registrano l’ultima grande colonizzazione rurale delle Alpi – aveva lo scopo di rendere sempre più abitabile la montagna stessa.

Abitare significa creare presidi di vita e di cura del territorio, rendere possibile la transitabilità dei passi tra valle e valle, tra versante e versante. Non dimentichiamo un importante dato storico-sociale: l’età d’oro delle Alpi ha coinciso con la formazione degli “Stati di Passo”, entità autonome dotate di poteri di autogoverno ma, al tempo stesso, aperte alle relazioni transfrontaliere. Le Alpi non possono essere pensate, infatti, alla stregua di entità chiuse in forma “autarcica” (economica) ed “autarchica” (politica). In tale contesto, la costruzione di vie di arroccamento e di attraversamento quali sono i sentieri rendeva possibile la trasformazione delle Alpi da spazio chiuso a spazio aperto. Sentieri, quindi, intesi come la risposta a necessità di spostamenti per i quali la fatica dell’andare a piedi o con animali da soma doveva essere ridotta il più possibile. Essi sono frutto di una saggezza che emerge dalla tracciatura di percorsi dove non si ricercano scorciatoie. Al contrario, si seguono gli andamenti sinuosi del terreno con un’empatia “sapienziale” nei confronti delle asperità dei luoghi che oggi non possediamo più. I “saperi tradizionali” sono stati annientati da “un sapere tecnocratico” che traduce troppo velocemente la volontà di potenza della tecnica profanando il senso del limite.

La parola “sentiero” rimanda anche all’etimologia del “sentire” attraverso una relazione biunivoca con la terra che altre forme di infrastrutturazione viabilistica più tecnologiche non consentono di avere. Il sentiero, pertanto, viene ad assumere oggi una valenza del tutto nuova legata non più alla necessità del duro lavoro del montanaro, bensì a motivate scelte culturali. Si tratta quindi, per i territori alpini, di capitalizzare un patrimonio (dal latino “patrum munus”, dono dei padri) dotato di grande valore paesaggistico (intreccio di natura e cultura), di un valore etico non disgiunto da importanti ricadute economiche e sociali.

La nascita dell’alpinismo e dell’escursionismo aveva già fatto comprendere l’importanza dei sentieri. Tuttavia, la percezione di una loro fruibilità era ancora circoscritta ad una limitata cerchia di appassionati, per lo più aggregati attraverso l’associazionismo alpinistico. Nei Paesi d’oltralpe, stili di vita legati a modelli comportamentali molto attenti alla pratica dell’andar-per-sentieri sono legati ad una cultura diffusa del Wanderer o del Randonneur. Una cultura che, in Italia, trova ancora resistenze di ordine psico-culturale.

Esotismo di prossimità
Dalla Liguria occidentale (Province di Imperia e Savona) fino all’entroterra triestino, abbiamo a disposizione circa 1200 chilometri lineari da percorrere a piedi.

Ma i comportamenti stanno cambiando anche da noi. Lo dicono le rilevazioni statistiche che registrano incrementi nella frequentazione, anche in quello che un tempo era il “Bel Paese” dell’abate Antonio Stoppani, il fondatore della sezione milanese del CAI. Per troppi anni, il turismo alpino italiano si è legato alla monocultura dello sci invernale o a quella della ricerca ossessiva dell’abbronzatura d’alta quota. Si tratta di una gerarchia dei valori della montagna del tutto capovolta rispetto ai nostri vicini francesi, svizzeri, germanici, austriaci, sloveni. Proposte recenti, come quella di iniziativa francese della “Via alpina”, consentono di immergersi in una dimensione del tempo e dello spazio paradossali, rendendo possibile una sorta di “esotismo di prossimità” totalmente impensabile nel recente passato.

Sul territorio italiano, dalla Liguria occidentale (Province di Imperia e Savona) fino all’entroterra triestino, abbiamo a disposizione circa 1200 chilometri lineari da percorrere a piedi. Attenzione, però. L’anima delle Alpi, per poter essere compresa nella sua dimensione più autentica, non può essere vissuta soltanto dentro i confini nazionali. Le Alpi, a differenza degli Appennini, sono un territorio trans-nazionale che coinvolge tutti gli otto Stati della Convenzione alpina. Che cosa di meglio possiamo allora proporre se non un sentiero reale, quel filo rosso che unisce Regioni e Stati nel cuore dell’Europa?

Annibale Salsa

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