Vacanze in montagna. Come riempire la giornata in rifugio quando il maltempo non da tregua

Bloccati per il maltempo alla capanna Coaz del Club Alpino Svizzero in Engadina, a 2610 metri di quota, poco sopra il Vadret da Roseg, raggiungibile dalla stazione intermedia delle funivia del Corvatsch in due ore e mezzo passando dallaFuorcla Surlej. E’ capitato a una famiglia milanese. Una disavventura estiva a lieto fine che qui viene raccontata dal capofamiglia Tomaso (Tom) Todeschini, commercialista, amante della natura, escursionista per caso, scrittore e scultore di talento. Buona lettura.

Chamanna Coaz
La Chamanna Coaz (2610 m) nelle Alpi Retiche.

Non fu né ben pensata né bene organizzata la “passeggiata” alla capanna Coaz con Raffaella, i nostri figli Lorenzo (13 anni), Simone (9 anni), mia suocera Mity e il suo cane Lamù. Giornata splendente. “Andiamo a vedere il ghiacciaio, ci fermiamo a dormire alla capanna e il giorno dopo con calma rientriamo”. Eravamo tutti eccitati di dormire in un rifugio sul ghiacciaio.

L’esperienza era senz’altro molto interessante anche se impegnativa, soprattutto per Raffaella e per me che sentivamo la responsabilità dei bambini.

Tutti avevamo le pedule tranne Lorenzo che avendo un’età in cui “non gli va bene più niente” calzava le scarpe da tennis; Lamù, per la sua struttura camminava sempre a piedi nudi.

Si arriva in quota con la funivia, poi una lunga costa fino alla Coaz. Luce abbacinante, guadi di torrenti, mucche. Arrivammo alla capanna nel tardo pomeriggio e i gestori ci mostrarono subito la camerata e il bagno.La cena venne servita, con orari ospedalieri, dalle 18 alle 19, poi tutti a letto.

Per tirare tardi mangiammo tutti molto lentamente, era un messaggio che ci trasmettemmo telepaticamente. Dopo un’ottima minestra di cavoli rossi, che i bambini deglutirono faticosamente, arrivarono patate fritte e uova con pancetta e pezzettini di mela. Decidemmo che nessuno si sarebbe lavato i denti perché l’acqua aveva una temperatura di circa 4 gradi. Quindi a dormire, all’indomani era prevista la sveglia alle 5,30, così saremmo arrivati alla stazione della funivia alle 9,30/10.

Verso le 4, sentii un certo trambusto, mi svegliai pensando a una cordata in partenza. Guardando fuori dalla finestra, nonostante fossimo nei primi giorni di agosto, il terreno era ricoperto da una fitta coltre di neve di circa 4050 centimetri. Il tutto era avvenuto durante la notte. Svegliai Raffaella e Mity: panico. Che cosa avremmo potuto fare?

L’abbondante colazione non ci distrasse più di tanto, seguitavamo a guardare fuori dalla finestra e a scrutare il cielo. Bisognava organizzarci la giornata. Nello zaino di Raffaella aveva trovato posto il libro degli esercizi di latino (Lorenzo aveva gli esami a ottobre). Il vocabolario, troppo pesante, non lo aveva portato “tanto c’è la nonna che è un vocabolario ambulante”. I compiti erano suddivisi: Mity e Raffaella aiutarono Lorenzo a fare i compiti di latino, io dovevo giocare con Simone; Lamù dormiva.

Tom copia
Tom Todeschini.

Non si poteva neanche andare nella camerata perché i gestori del rifugio erano scesi in paese e sarebbero rientrati solo nel tardo pomeriggio. Lasciarono disponibili la sala da pranzo, l’ingresso, un gabinetto e la terrazza.

La giornata passò molto lentamente, le distrazioni consistevano nel guardare i mosconi sui vetri delle finestre, rifugiati all’interno per ripararsi dal freddo improvviso e alcuni signori tedeschi che avrebbero dovuto fare scuola di arrampicata all’interno dei crepacci del ghiacciaio. Per allenarsi si legavano in coppia, salivano su due sedie poste in cima a un tavolo, da li si buttavano giù sul pavimento simulando di nuotare. Nessuno capì mai cosa volessero fare, ma anche questo era un modo per fare passare il tempo.

Finalmente la cena, poi tutti a letto; le previsioni per l’indomani erano buone, quindi dovevamo essere pronti per la partenza. Il signore del rifugio fu molto gentile: telefonò alla stazione della funivia segnalando che era in arrivo una strana comitiva di due adulti con due ragazzi, una nonna e un piccolo cane. Lorenzo, che aveva scarpe da ginnastica, fu attrezzato con sacchetti di plastica indossati sopra le calze (suggerimento del signore del rifugio per non bagnarsi i piedi).

Il sentiero non era visibile per la grande quantità di neve ancora presente; si vedevano solo le orme dei tedeschi della scuola dei crepacci che ci avevano preceduto…

Tomaso Todeschini

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