Alex Honnold, un benemerito o un caso clinico?

Honnold Found
La home page della Honnold Foundation con il campione di free solo in piena azione.

“Brividi al capolinea” s’intitola significativamente l’articolo di Pietro Crivellaro di domenica 20 luglio sulll’inserto del Sole 24 Ore. Riguarda il “rischio pazzesco” della scalata libera senza corda, quel “free solo” che ha dato una certa notorietà all’americano Alex Honnold. E’ vera gloria, si chiede Crivellaro, tutto quel rischiare la vita, quello starsene “lassù nel vuoto, a qualche centinaio di metri da terra, in mezzo all’immensa muraglia di roccia liscia verticale”?

Crivellaro, accademico del Cai che di rischi se n’è presi in vita sua affrontando l’americana al Dru nel gruppo del Bianco e la Via dei Fachiri sulle Dolomiti, non si lascia incantare dal ventottenne fenomeno e azzarda rispettosamente una conclusione: se la licenza di rischiare porta al free solo sistematico solo per girare video adrenalinici da offrire alle masse attraverso You Tube e i festival di alpinismo, l’evoluzione dell’arrampicata potrebbe essere prossima al capolinea.

Prende spunto, Crivellaro, dall’exploit di Honnold avvenuto tre mesi fa al Festival di Trento, davanti a 850 e passa ammiratori che gremivano l’auditorio Santa Chiara. Ha sicuramente ragione: nessuno ha osato in quella circostanza pronunciare le parole paura o morte. E i commenti e i quesiti proposti erano vaghi ed evasivi.

Ma in questa cronaca di Crivellaro fortemente in differita, considerato il fatto che sulla prestigiosa testata i suoi articoli filtrano con il contagocce pur conservando intatto il loro aroma come nelle caffettiere napoletane, lo scrittore tralascia un paio di argomenti che nel frattempo hanno nobilitato le gesta apparentemente sconsiderate del ragazzo californiano.

Honnold arrampica
Alex Honnold in azione a centinaia di metri da terra.

Per prima cosa Crivellaro tralascia di citare quanto ha scritto sul prestigioso Gogna Blog l’alpinista Ivo Ferrari, accademico del Cai, sposato, due figli, protagonista di un numero impressionante di solitarie, in un post intitolato “La vita sulle dita”. Dopo avere visionato la salita in free solo realizzata da Honnold il 14 gennaio 2014 2014 su El Sendero Luminoso (7b+, 500m) sulla cima El Toro, Potrero Chico, Messico, Ferrari offre infatti la sua convinta assoluzione al giovane collega di scalate. Non è poco.

“In tanti”, commenta Ferrari, “non concepiscono tutto ciò, e il non concepire è umano e giusto, in tanti dopo aver visto un suo video e avere letto di lui sul suo interessantissimo blog, rimangono seduti a respirare a pieni polmoni. Io mi alzo felice, e lo divento pensando ai suoi battiti cardiaci, alle sue gocce di sudore… Sì, perché la vita sulle dita trasmette una sudorazione diversa, profumata e delicata, odorosa e acida… Tutto nel tempo della salita. Se fossi un tifoso da stadio, tiferei per Lui, perché ad ogni salita… mi fa alzare in piedi!”.

Ce n’è abbastanza per beatificare questo scalatore “con le ali dentro” che, al minimo errore, rischia di volare dritto come un sasso per qualche centinaio di metri andandosi a sfracellare in fondo alla parete.

E invece no. Basta andare al sito della Honnold Foundation attiva dal 2012, per capire quanto l’americano ami la vita, perlomeno quella degli altri: la fondazione contribuisce infatti al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che lui incontra nei suoi viaggi. Tra i suoi ultimi progetti c’è quello di offrire l’accesso all’energia elettrica a circa 18.000 famiglie Navajo tra Arizona, Colorado, New Mexico e Utah, per dire finalmente addio alle  pericolose e inquinanti lanterne a cherosene e a gas in uso fino a oggi.

Davvero Alex suscita in noi comuni mortali più dubbi che ammirazione? Si tratta o no di un vistoso caso clinico, come sospetta Crivellaro? Ai posteri e anche a chi ha voglia di esprimersi qui a MountCity, l’ardua sentenza.

Intanto va registrata sull’argomento una nota di Carlo Zanantoni, accademico del Cai e autorevole esponente dell’ “Osservatorio della libertà”.

“Sembra che Crivellaro voglia porre una specie di barriera logica”, scrive Zanantoni sul portale del Cai, “fra le salite in completa libera di Alex Honnold e le tante arrampicate solitarie – anche se non sempre in libera totale – che hanno destato ammirazione, e lui probabilmente non ha criticato: da Comici a Bonatti, da Cozzolino a Manolo, da Maestri ad Aste, da Edlinger alla Destivelle, da Ivan Guerini a Marco Anghileri, da Messner ad Alex Huber, ecc.. E in quale categoria classificherà poi il rischio nelle grandi imprese himalyane, per esempio le solitarie di Messner?

“Crivellaro”, spiega Zanantoni, “ha un buon curriculum alpinistico, è accademico del CAI, scrive di montagna, commenta libri, è consulente del “Sole 24 Ore”per i problemi alpinistici. Dice di sapere che cosa è il rischio in parete. Ma il rischio che correva lui non meritava critiche? L’alpinismo estremo ha motivazioni meno nobili di quello dei più ? Argomento delicatissimo, perché una certa dose di ambizione è caratteristica di tutto l’alpinismo. L’averlo scelto come professione rende forse meno seria e ammirevole la dedizione che il raggiungere l’autocontrollo e il dominio dei proprî mezzi richiesti da salite impegnative richiede? Mi sembra povera logica quella che tende a porre un limite al rischio rispettabile”.

“È una logica che porta diritto a comportamenti collettivi come quello che portò l’URSS a limitare l’alpinismo a chi poteva esercitarlo ad alto livello, e magari portare gloria alla patria”.

“Da ultimo Crivellaro solleva”, scrive sempre Zanantoni, “un problema fino ad ora non apparso nelle tante critiche all’alpinismo che ho letto; non è apparso perché molto delicato, riguarda rapporti umani, aprirebbe una voragine di considerazioni che vanno al di là dei problemi dell’alpinismo. Mi riferisco allo stupore di Crivellaro rispetto alla risposta data alla domanda: “che dicono tua madre e la tua ragazza dei tuoi comportamenti?” Stupore per la risposta laconica: “non è un problema”. E se ne stupisce? Un risposta sprezzante per una domanda che in un contesto alpinistico può, con buona dose di generosità, essere definita ingenua”.

Ser

One thought on “Alex Honnold, un benemerito o un caso clinico?

  • 22/07/2014 at 08:28
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    E’ a volte buffo sentire queste affermazioni (sulle quali sono abbastanza d’accordo) riferite sempre ad alpinisti del presente. Mi chiedo, vi chiedo: e allora Paul Preuss? E’ un mito, tra i “vecchi” storici/alpinisti/giornalisti: perché non dire le stesse cose di lui? Tra l’altro Crivellaro dovrebbe sapere che, nonostante i rischi insiti in una salita solitaria, generalmente i cosiddetti solitari arrampicano su difficoltà molto inferiori alle proprie capacità massime, proprio per diminuire questi rischi… Certo, poi anch’io sono molto scettico su queste “imprese” soprattutto quando i “solitari” hanno delle famiglie ad aspettarli a casa… Ma questo è un altro e ben più ampio discorso….

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