Sui sentieri della Grande traversata che gli italiani disertano

All’albergo Montagnard di Balme, vecchio stile ma confortevole, si stupiscono. Da quando in qua un italiano è in cerca di alloggio? La clientela è perlopiù tedesca e il motivo lo si comprende facilmente. L’albergo è anche posto tappa della Grande Traversata delle Alpi e su questo itinerario escursionistico che unisce tutto l’arco alpino occidentale nella Regione Piemonte la lingua ufficiale è il tedesco (e, in sottordine, il francese e l’olandese).

Ispirato negli anni Ottanta dall’esperienza francese della Grande Traversée des Alpes, il percorso cerca di privilegiare i luoghi meno conosciuti dal turismo di montagna in 55 tappe della durata da cinque a otto ore di marcia. Ottima idea, senonchè…

Due anni fa sulla Stampa, Enrico Camanni scrisse che gli italiani ignorano lo spirito con cui la Gta va affrontata: usare i piedi per riattivare la testa. “Quella che era stata un’idea pilota per tutte le Alpi”, osservò l’illustre scrittore alpinista, “e un atto di fiducia nella capacità pubblica e privata di organizzare intorno all’idea forte dell’escursionismo il futuro del turismo dolce della montagna, si è rivelata una proposta apprezzata quasi esclusivamente dai tedeschi e dagli olandesi, paradossalmente pubblicizzata da editori d’oltralpe e personaggi di larghe vedute come il geografo Werner Bätzing, straniero anche lui”.

Basta guardarsi in giro per ottenere uno “spaccato” credibile della situazione turistica in un week end di luglio al Pian della Mussa, bucolica testata della Val d’Ala poco sopra Balme. In questo verde catino attraversato dalla Gta si affacciano montagne tentatrici come la Ciamarella che però risulta avvolta nelle nebbie afose di questa giornata estiva. E ancora una volta tornano a venire in mente le parole di Camanni: “In genere confondiamo l’escursionismo con la sudata sul sentiero della polenta o con la galoppata occasionale ai confini dell’infarto”.

In questa Italia in cui, per dirla provocatoriamente con Camanni, “non cammina nessuno” – a parte un’esigua quota di frequentatori delle terre alte iscritta al Cai e un’altra aristocratica quota di presunti marciatori “slow foot” lungo i percorsi devozionali – la meta dai più condivisa, qui al Pian della Mussa perlomeno, sembra essere rappresentata dal fumante piatto di (mediocri) agnolotti serviti nel rifugio appena sopra il parcheggio.

Il menu è in apparenza da gourmet, il servizio è di prim’ordine, ma la qualità lascia a desiderare. Di insalata verde neanche parlare. Eppure il gestore usa la macchina come tutti noi comuni mortali, e i rifornimenti quotidiani per lui non costituiscono certo un problema. Bei tempi, viene da pensare, quando al rifugio non si sgarrava: la scelta era tra una pastasciutta scotta e un minestrone. Ma forse si badava meno al fatturato e alle apparenze.

Tra i clienti alcuni palesemente appartengono al popolo che corre, due o tre pedalano sulle scintillanti bici da corsa in lega, pochissimi sono quelli che chiaramente “scarpinano”.

Verso il rifugio Gastaldi ai piedi della Bessanese salgono i duri e puri che non si sottraggono alla fatica delle due ore e mezzo di marcia annunciate dal cartello di fondovalle e a un possibile temporale annunciato dalla meteo. Ma sul sentiero ci si imbatte anche nel giovane skyrunner in abbigliamento da palestra con lunghi bastoncini che qui è di casa. Vorrebbe andar su in meno di un’ora, ma ha un problema: la sera prima ha fatto bisboccia fino alle ore piccole e oggi si accontenterà di quei cinque minuti in più che non sono la fine del mondo.

E’ questo il modo di affrontare i sentieri alpini più impervi, è questa la “filosofia” a cui si vorrebbe affidato un futuro della montagna più prospero all’insegna dello sport e del dinamismo? E’ questo il modello, come si legge in documenti ufficiali che annunciano accordi tra il Cai e la Federazione degli skyrunner, che può rappresentare i valori, lo sport e il territorio della montagna? O non sarà, come sostiene saggiamente Reinhold Messner, “che le montagne sono diventate delle piste dove tutto è previsto e organizzato per colpa soprattutto dei club alpini, corresponsabili in questa banalizzazione”?.

Ser

 

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