Pro o contro le gare nell’era dello skyrunning?

Fonti ufficiali hanno recentemente annunciato che Cai e Federazione Italiana Skyrunning si sono ritrovati “per promuovere i valori, lo sport e il territorio della montagna”. Una delicata manovra di accostamento, un “inchino” che arriva dopo un percorso lungo e travagliato per un’associazione che alle gare ha sempre riservato una naturale (e forse giustificata) diffidenza.

Proviamo a ripercorrere a grandi linee questo percorso dopo avere dedicato su MountCity un post sull’argomento considerato da alcuni amici irrispettoso e fuori luogo, e perciò gettato con senso di responsabilità da chi scrive nel cestino.

Occorre ribadirlo. Le competizioni in quota hanno sempre rappresentato un mondo a parte rispetto al club fondato nel 1863 da Quintino Sella eccettuato il periodo della dittatura mussoliniana durante il quale il Cai è stato inserito ope legis nel Comitato olimpico nazionale italiano, organo sportivo direttamente dipendente dal Partito nazionale fascista. Ma a ben vedere è solo nel 1995 che sull’argomento si è sviluppato fra gli iscritti il dibattito più acceso e approfondito, scaturito dalla decisione dell’Unione delle associazioni alpinistiche di confluire nel Movimento olimpico internazionale.

Il dibattito ha infiammato a Merano, il 7 maggio di quell’anno, l’assemblea dei delegati, organo sovrano del Cai all’epoca presieduto da Gabriele Bianchi, dopo avere trovato adeguate casse di risonanza nei convegni primaverili. Sul tema “sport e competizione in montagna”, una mozione prese atto della delibera approvata all’assemblea generale dell’Uiaa, adottata il 7/10/94 a Istanbul, concernente per l’appunto il riconoscimento degli sport della montagna e relative competizioni e l’ingresso dell’Uiaa stessa nel Movimento olimpico internazionale.

Nel documento si ribadì, sulla scorta di una mozione del Consiglio centrale (seduta del 4 marzo 1995), “che l’organizzazione di competizioni in ambiente alpinistico è estranea alla cultura originaria del Sodalizio e che è necessario distinguere le competizioni tradizionalmente organizzate in ambito sezionale e quelle mirate alla partecipazione olimpica”. I delegati deliberarono perciò di “riconoscere le prime quali attività istituzionali e di non occuparsi dell’organizzazione delle altre, ma di svolgere un ruolo di vigilanza e di garanzia per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza”.

Al tempo stesso una mozione presentata all’assemblea dall’accademico Carlo Alberto Pinelli, uno dei padri di Mountain Wilderness, considerava tali orientamenti “estranei allo spirito e alla cultura originaria del Club Alpino Italiano e alla sua missione nella società contemporanea”. Talmente estranei alla citata cultura, questi orientamenti, che sei anni dopo, il 13 gennaio 2001, una dichiarazione di intenti approvata dal Consiglio centrale  osservò senza mezzi termini al punto 7 che “le competizioni sono di norma da evitarsi, particolarmente nei settori ancora preservati da ogni trasformazione, sensibili o protetti”.

Con che spirito dobbiamo rileggere oggi queste prese di posizioni mentre l’avanzata dei maratoneti d’alta quota impegnati nello skyrunning e nelle titaniche ultra trail viene a torto o a ragione considerata un toccasana per lo sviluppo sostenibile del turismo in montagna e un irrinunciabile passaggio nelle politiche rivolte ai giovani?

Poletti al Kima
Mario Poletti impegnato in un’edizione del Trofeo Kima lungo lo storico Sentiero Roma. Nella foto in alto un aspetto della skyrace “Maratona del cielo” in Valtellina.

No, non sembra risiedere nel Dna della gloriosa associazione voluta da Quintino Sella il gareggiare; casomai lo è il competere che è ben altra cosa. “Qualunque classifica porterà sempre alla Gara, e al trionfo dei vari sport. Cioè alla negazione dell’alpinismo”, sentenziò negli anni Trenta Giuseppe Mazzotti che sugli eccessi del prestazionismo scrisse anche un libro, “La montagna presa in giro”, deliziando generazioni di alpinisti. Ma erano altri tempi.

Oggi nonostante l’enfasi con cui si organizzano e si promuovono manifestazioni di skyrunning e ultratrail e nonostante l’affollamento di atleti che si registra, una corrente di pensiero suggerisce di investire diversamente le modeste risorse di cui la montagna dispone. I sentieri dovrebbero essere meglio conservati, non solo quando è giocoforza che si trasformino in piste su cui gareggiare e, per l’occasione, sui percorsi si sfalciano le erbacce e si sistemano sponde pericolanti. Riflessi benefici sul turismo? Le competizioni sono fonte non a tutti gradite di affollamento, con volteggiare di elicotteri, andirivieni di mezzi motorizzati di servizio, problemi di igiene e di ordine pubblico.

Contro le competizioni si sta non a caso formando un “partito” che ha solide basi. Basta leggere il portale della Commissione per la protezione delle Alpi (CIPRA) che vorrebbe l’arco alpino “libero da Olimpiadi”. Referendum anti-olimpiadi sono condotti con successo in Svizzera e in Austria e alcuni ricordano che una valle del Piemonte bocciò a suo tempo la partecipazione della comunità ai Giochi invernali del 2006.

Va tenuto infine presente il sempre attuale problema del doping. Sempre più in montagna, facendo trekking, alpinismo e ultra trail, si ricorre infatti a prodotti farmacologici per migliorare le proprie prestazioni fisiche. I medici specializzati possono tranquillamente testimoniarlo.

Proviamo allora a rileggere quanto Lo Scarpone pubblicò vent’anni fa sull’argomento, e lo facciamo in nome di quella completezza dell’informazione che per il notiziario del Cai è sempre stato all’epoca un requisito primario.

Sugli “sport della montagna e competizione” venne nominato il 26 novembre 1995 un gruppo di lavoro che portò alla mozione cui si è più sopra accennato. Il dibattito proseguì per tutto l’anno. Proviamo a riassumere sommariamente alcune posizioni. Il consigliere centrale Remo Romei, possibilista, ammonì in un editoriale del notiziario che “accanto all’alpinismo classico può convivere benissimo l’area delle competizioni”. L’ambientalista Bruno Zannantonio prospettò invece i rischi di un inquinamento ambientale e culturale derivante delle competizioni in quota. Armando Mariotta approfittò del dibattito per invitare il Cai a entrare nel Comitato internazionale per lo scialpinismo da competizione.

Dal canto suo Giulia Barbieri, presidente della Commissione per la tutela dell’ambiente montano, cercò di opporsi a una possibile decisone che ammettesse le competizioni “in nome dei valori etici e culturali che sono alla base dello statuto stesso dell’associazione”. Chiamato in causa, Cesare Scurati, ordinario di pedagogia dell’Università cattolica, notò che “l’agonismo si costruisce i suoi contesti adatti, che tendono a essere, tra l’altro, sempre più artificiali piuttosto che naturali” e quindi bocciò ogni commistione tra alpinismo e competizioni. Paolo Valoti confessò le sue perplessità su un punto cruciale come è l’organizzare e il gestire le competizioni, ma non ebbe dubbi su quello che può essere il punto cardinale del Cai: educare a competere.

Paolo Civera della Sezione Valtellinese ribadì che appartenere al Club alpino non è obbligatorio, si tratta di una scelta che fa vivere l’alpinismo in una certa maniera: per chi ha altri obbiettivi, osservò Civera, esistono le FISI, le Polisportive, i CRAL e innumerevoli dopolavoro. Agostino Da Polenza, dopo essersi dichiarato favorevole all’alpinismo sportivo e agonistico, invitò a non spaccare il Cai su una questione che invece di essere di buon senso rischiava di diventare ideologica e politica. Decisamente caustico fu l’alpinista vicentino Franco Perlotto che paragonò l’eventuale apertura del Cai alle competizioni al comportamento di molti vecchi “che si fanno l’amante per sentirsi più giovani”.

Negli anni successivi lo sky running, sempre alla ricerca di nuovi spazi e nuove occasioni di promozione, venne passato al setaccio degli esperti in varie occasioni. Nell’estate del 2007 un convegno è stato organizzato dall’Associazione Kima della Val Masino che si prende cura ogni anno dell’omonimo trofeo di corsa in montagna nelle Alpi Retiche. Il tema era “Sicurezza a confronto in montagna: velocità ed etica”. Coordinato da Cesare Cesa Bianchi, guida alpina, il simposio registrò gli interventi del presidente nazionale delle guide Erminio Sertorelli, del presidente delle scuole di alpinismo del CAI Maurizio Dalla Libera, dell’esperto del CAI in materiali e tecniche Vittorio Bedogni, del presidente delle sezioni lombarde Guido Bellesini, del past presidente generale Gabriele Bianchi e di Giancarlo Morandi in veste di responsabile del Centro per la gestione delle montagne dell’Università degli studi di Milano.

Alla fine, tutti d’accordo: è necessario che sui problemi connessi con le corse in montagna si faccia fronte comune evitando sterili demonizzazioni. Citando l’americano Al Gore, Morandi ricordò che “da soli si va veloci, ma in gruppo si va lontano”.

Fra tanto discutere va tuttavia doverosamente registrato in quegli anni cruciali anche il parere di Giuseppe Popi Miotti, illuminato protagonista del nuovo alpinismo in Val Masino, che dal trofeo Kima ha sempre preferito prendere le distanze. “Intendiamoci, il Kima è una competizione dura e bellissima ma che, come tutte le competizioni in montagna per nulla mi coinvolge, lasciandomi totalmente indifferente tanto la sento lontana”, spiegò Miotti sollecitato dallo Scarpone.

“Sicuramente”, aggiunse Miotti, “una gara come il Kima è adatta ai nostri tempi di consumo sfrenato, di bisogno d’immagine a tutti i costi, di spettacolarizzazione, ma, così impostata, non mi pare assolutamente ecologica e utile al progresso culturale del turismo alpino che vorrei. Intendiamoci, capisco benissimo le motivazioni e le esigenze che muovono iniziative del genere, e permettetemi di non condividerle del tutto”.

Miotti andò ben oltre. “Basta, ad esempio, stare in valle il giorno della gara per provare un certo fastidio, con quell’elicottero che ogni pochi minuti scarrozza verso l’alto fotografi, curiosi o paganti che vogliono raggiungere i rifugi senza troppa fatica. Per un giorno le belle montagne del Masino sono trasformate in un’arena che nulla aggiunge alla loro magnificenza, anzi! Ma siamo nei tempi dell’eli-sky e dell’eli-alpinismo: criticare queste cose è demodè”.

Ora, per concludere, la corsa in quota la chiamano trail running e non più sky running. Si tratta pur sempre di prove severe, spesso protratte per giorni e giorni, riservate a gente preparata e disposta ad assumersi rischi anche gravi. Liberissimi di farlo e noi, gente demodè, di starcene alla larga.

Ser

Maraini p.p. copiaFosco Maraini: non demonizziamo l’agonismo!

Nella piacevole occasione di un incontro con Fosco Maraini, celebre studioso dell’Asia che il Cai volle nominare socio onorario, Lo Scarpone ebbe modo di consultarlo nel 1995 riguardo al consolidarsi di nuove forme di agonismo in montagna. Ecco l’intervista pubblicata nel fascicolo numero 4/1995.

Oggi si discute tanto sull’ambivalenza dell’alpinismo come sport e competizione da una parte e come attività culturale e pedagogica dall’altra. Come vede Maraini, da antropologo e da alpinista, il fenomeno della corsa alla vetta?

“La corsa alla vetta fa parte della natura autentica dell’alpinismo, su questo non c’è dubbio. Fin che non si esauriscono tutte le vette del mondo, le cose vanno abbastanza bene. Ma una volta esaurite tutte le vette, tutte le pareti, le creste e le possibili combinazioni, che cosa si inventa? Allora o l’alpinismo finisce, oppure accettando lo spirito competitivo che è insito nei giovani come del tutto naturale, bisogna inventare qualcos’altro. Io non mi sento di condannare, per esempio, quelli che adesso fanno il Cervino in quattro ore o in ventiquattro percorrono le quattro grandi nord: il loro è un modo di esprimersi, per cercar di primeggiare, imposto dall’epoca storica in cui ci troviamo. Chiaro che ai tempi di Whymper era diverso…”.

Insomma, occorre inventarsi nuove regole per nuove forme di conquista?

“Nel ’60 quando scrissi la relazione della spedizione ai Gasherbrum, proprio pensando a queste cose, ho fatto per scherzo una previsione: nel futuro, quando tutte le cime saranno salite, si faranno i giri circolari intorno alle cime. Per esempio, il giro del K2 cercando di rimanere sempre a quota ottomila. Cosa difficilissima, pazzesca: pensare di attraversare canali, spigoli…La immaginai allora come un gioco estremo, assurdo, fantastico, eppure oggi non siamo tanto lontani dall’arrivarci!”.

Un buon suggerimento per tanti alpinisti in cerca spasmodica di nuove imprese!

“Eh già, così per altri dieci anni avrebbero da fare. Poi si inventerà qualcos’altro…Ma insomma un certo agonismo in montagna è fisiologico, non bisogna demonizzarlo anche se può avere degli aspetti poco simpatici”.

Matteo Serafin

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