Vacanze in montagna. L’asinello in cerca della mamma e altre delizie del Resegone, aspro e selvaggio

Cap. Monzesi
La Capanna Monzesi appare di colpo nella boscaglia, sotto i contrafforti del Resegone… Ph. R. Serafin

Superata la fase iniziale, circa duecento metri di dislivello nel bosco in un dedalo di roccioni su cui destreggiarsi anche a costo di aggrapparsi a provvidenziali radici, ci siamo guardati negli occhi e tacitamente abbiamo riconosciuto: non è un sentiero per vecchi. Quasi un secolo e mezzo in due, 48 anni di matrimonio e di camminate in montagna, due figli e quattro fantastici nipotini, due by pass (io), perché mai in effetti ci siamo cacciati nel ginepraio del famigerato e appassionante sentiero detto “Pra’ di ratt”?

Ma il peggio deve ancora arrivare e non ce lo ricordavamo più, perché di solito dell’andare quieti in montagna si conservano solo i buoni ricordi. Altri roccioni sbarrano infatti il sentiero considerato nella segnaletica “impegnativo” costringendo a faticosi equilibrismi finché si congiunge, all’altezza di un crocifisso, con il percorso per gente “normale” che in breve conduce alla Capanna Alpinisti Monzesi.

Per fortuna, il vibram gli scarponi nuovi di zecca fa presa a meraviglia e la calzata è confortevole. Ma il sole è a picco, si suda e si soffre, anche se la natura qui particolarmente prodiga fa di tutto per distrarci dalla fatica: un placido gorgogliare di acque, il baluardo dolomitico della Cermenati che fa da sfondo, i gigli martagoni che punteggiano i prati, uno scoiattolino che se ne va lieve di albero in albero nella foresta impenetrabile…Basta gettare uno sguardo a Google Maps per capire come qui domini una wilderness assoluta.

No, non è un sentiero per vecchi nemmeno quello “normale” che scende dalla Capanna Monza in un alternarsi di guadi, pietroni viscidi, tracce cementate dagli alpini fino all’invitante sorgente San Carlo dove l’acqua (che si sorseggia nella ciotola di acciaio legata con una catenella) aiuta a smaltire la polenta taragna divorata al rifugio sui tavoli di pietra che invitano alla sosta.

Asinello alla Monzesi
Una presenza inattesa sulla porta della Capanna Monzesi. Ph. R. Serafin

Ma in questo versante sud del Resegone, forse il più aspro e affascinante, l’escursionista deve accontentarsi dell’essenziale. Scarsa e talvolta illeggibile è la segnaletica, e se un albero è crollato sul sentiero sotto il peso delle nevicate non c’è che da scavalcarlo e amen.

Questo è anche il versante dove si inerpica una volta l’anno la leggendaria corsa notturna Monza-Resegone, con squadre di tre atleti alla luce delle frontali.

Da Erve fino alla capanna “loro” ce la fanno in cinquanta minuti, noi in stile alpino ci accontentiamo di due ore abbondanti. I nomi delle squadre arrivate a destinazione sono appesi sulla porta del rifugio in un lungo elenco plastificato, a prova d’intemperie. Intanto un neonato asinello sosta sull’uscio seminando minuscole cacche con una certa quale aria smarrita perché la mamma sembra averlo rifiutato e ora eccola lì, indifferente, che si appresta a scendere a Erve per fare un carico.

La mammaccia infame tornerà su l’indomani, ma lungo un percorso particolare, scelto apposta per lei, che evita l’attraversamento di guadi. Lo sapevate? Agli asini, molto più esigenti di noi vecchi scarponi, non piacciono i guadi. Forse perché non calzano le nostre confortevoli pedule in goretex.

Ser

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