Le montagne del Tour come le raccontava Orio Vergani

Vergani Orio
Orio Vergani nel 1953 accanto alla moto del Corriere della Sera utilizzata al seguito del Tour (arch. Serafin/Lomar)

Come mai nelle riprese televisive del Tour de France le risorse naturali e paesaggistiche sono messe in evidenza ben più e meglio che in quelle del Giro d’Italia? “Ogni tappa”, scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera, “è un racconto che sembra seguire, in molte parti, una sceneggiatura: stacchi perfetti sul paesaggio, appuntamenti descrittivi ben programmati, un racconto vivido per esaltare le bellezze della Francia”.

Colpa di chi in Italia organizza le riprese? Probabilmente la differenza sta tutta nel miglior rapporto che i francesi hanno con le risorse del loro territorio, montagne comprese. Ma un problema potrebbero essere le carenze culturali dei fin troppo loquaci inviati e commentatori della Rai, costretti di straforo a recitare a pappagallo qualche dépliant delle organizzazioni turistiche, palesemente indifferenti e quasi impacciati di fronte alla grande bellezza di campagne, fiumi, parchi castelli che l’elicottero esplora secondo un copione accuratamente predisposto.

Il telespettatore si deve così sorbire fino alla noia totale interminabili testimonianze del compagno di stanza del campione di turno, reiterate interviste a mamma e papà, disquisizioni su possibili ingaggi nelle varie squadre. Morale? Il “racconto vivido” per esaltare le bellezze della Francia di cui parla Grasso non può in realtà essere affidato a persone che non sono in grado di farlo.

Forse occorre fare un passo indietro. Ci sono stati più salti generazionali in campo giornalistico tra i commentatori delle corse ciclistiche, e solo le tecniche di ripresa si sono evolute. Ci sono oggi giornalisti dalla penna scaltra che sanno farsi leggere, ma restano pur sempre sul terreno obbligato della cronaca sportiva. Quanti oggi, a parte Gianni Mura su La Repubblica, sono in grado di rinverdire i fasti e la prosa di maestri come Gianni Brera, “padano di riva e di golena”, di intessere sapienti divagazioni sul canovaccio della corsa?

Targa moto suiveur Tour 1953 copia
La targa dei “suiveur” professionali da applicare agli automezzi o alle moto (arch. Serafin/Lomar)

Le grandi penne un tempo erano di casa alla Grande Boucle. C’era, assai riverito, Vittorio Varale per La Stampa. E poi, seguitissimo nelle pagine del Corriere della Sera, c’era Orio Vergani che non si lasciava distrarre dai “garoni” di celebri alteti quali Coppi, Bartali o Bobet quando si trattava di dare conto, per fare un esempio, delle meraviglie delle Alpi francesi, terra dai teatri paesaggistici continuamente variabili.

Celebre nel giornalismo sportivo come inviato al seguito di ben 25 Giri d’Italia e di altrettanti Tour de France, con il suo talento letterario Vergani portò ai massimi livelli anche la ritrattistica dei campioni dello sport. Esemplari i pezzi su Alfredo Binda, campione della sua generazione.

Vergani era anche critico drammatico, era stato inviato di guerra. Sfornava pezzi appassionanti anche improvvisandoli al telefono, come racconta il leggendario Gaetano Afeltra nel suo “Corriere primo amore” (Bompiani, 1984). Il Tour era per lui un pretesto per raccontare il mondo di allora, per deliziare il lettore con la descrizione dei menu-gourmet in cui si tuffava voluttuosamente, per farlo sorridere con la sua caustica ironia.

Seguire il Tour era un premio per i fortunati giornalisti che ricevevano questo incarico. Nel 1953 Vergani ebbe come “spalla” al Tour Carlo Serafin, redattore stenografo del Corriere, già ufficiale degli alpini, appassionato delle montagne e soprattutto della motocicletta quanto lo era stato della vela (a bordo dello sloop “Dux” aveva compiuto a soli 17 anni una straordinaria traversata da Venezia alle Baleari).

Serafin e Bartali, 1953 copia
Il giornalista “centauro” Carlo Serafin con Gino Bartali all’arrivo di una tappa (arch. Serafin/Lomar)

Serafin cavalcava da par suo un “Falcone” della Guzzi su quelle straducole del Delfinato o dei Pirenei che qualche volta erano cosparse di pietrisco, quanto di più insidioso per le ruote strette delle moto di allora. Era sempre alla ricerca di un telefono pubblico per “connettersi” con via Solferino e dettare aggiornamenti in tempo reale.

Vergani lo aveva voluto con sé in quel 1953 in cui si dimise il governo De Gasperi. Il Tour era anche un’occasione per prendere le distanze dai guai di casa nostra e Afeltra nel suo libro nota che il giorno della partenza “fu per Serafin il giorno più felice della sua vita”.

A Parigi quell’anno salì sul podio Louison Bobet e si capì che il pur grande Gino Bartali non era più in grado di replicare la fantastica cavalcata del 1948, quando la sua maglia gialla distolse l’attenzione degli italiani dall’attentato di cui era stato vittima Palmiro Togliatti, allora segretario del PCI, avvenimento che aveva provocato una grande tensione politica e sociale in Italia.

Altri tempi, altre tempre, altre penne.

One thought on “Le montagne del Tour come le raccontava Orio Vergani

  • 05/08/2014 at 14:44
    Permalink

    Ciao, navigando ho scoperto il tuo blog e l’ho trovato molto interessante. A mia volta vorrei suggerirti quello di Baita della cultura (http://baitadeisaperiesapori.com/) che tratta tematiche turistiche relative alle aree montane di Bergamo; siamo anche sostenuti dalla nostra comunità montana e vorremmo stringere partnership con i blog di settore.
    Francesco Maroni
    baitadellacultura@gmail.com

    Reply

Commenta la notizia.