Bonatti, l’uomo e il mito. Nel privato uno come tanti

bonatti-libroIl 13 settembre 2011 a 81 anni moriva Walter Bonatti. Per ricordarlo nel terzo anniversario della scomparsa e a sessant’anni dalla conquista del K2 in cui svolse un’azione determinante, Priuli&Verlucca e il quotidiano La Stampa hanno proposto in edicola da giovedì 4 settembre 2014 in Piemonte (escluso Torino) e Valle d’Aosta la biografia “Walter Bonatti: l’uomo, il mito”. Il libro è in vendita anche in alcune librerie.

Come autore del volume e amico di Walter – che ho avuto la fortuna di frequentare anche legandomi occasionalmente alla sua corda in brevi scalate alla mia modesta portata – non posso che compiacermene augurando rinnovate fortune al mio apprezzato editore e a questo mio libro buttato giù di getto, sotto il suo lungimirante impulso, alla scomparsa dell’amico e subito accolto da ampi consensi con due tirature, un premio al concorso “Leggimontagna” promosso dal Club Alpino Italiano e una traduzione in Francia da parte di Glénat (Walter Bonatti, de l’homme au mythe).

Certo, Bonatti si è già raccontato con le sue biografie diventate dei classici (Le mie montagne, Montagne di una vita), ma ragionevolmente non vi possono che restare in ombra alcuni aspetti di una personalità così ricca e complessa. Ed è legittimo, credo, per un biografo non autorizzato mettere in luce anche altre verità, talvolta in contrasto con quelle proclamate dal personaggio in esame.

Nel dedicarmi una stroncatura, un saccente collega ha scritto su un blog che il libro “non ha né lo scopo di far storia né il passo di una narrazione storica. Ha il linguaggio del rotocalco, i colpi ad effetto del mestiere, e abbondanti dosi di ‘colore’ studiate per tenere alta l’attenzione del lettore”.

Perfetto: il giornalismo è sempre stato il mio mestiere. Perciò, a differenza di tanti ipocriti adulatori, non mi sono mai fatto riguardo nello scrivere ciò che pensavo di Bonatti e di dirglielo in faccia, amichevolmente, potendo contare sul suo stile e la sua intelligenza come conferma una dedica in cui mi definisce il suo ”caro aguzzino”.

Sulla copertina di Epoca “vede ancora la morte e la pazzia” dopo la tragedia (1961)
Sulla copertina “vede ancora la morte e la pazzia” dopo la tragedia del Pilone Centrale (1961)

Quella dei rapporti di Bonatti con i giornalisti è, del resto, una storia controversa. Nel succedersi delle polemiche che gestiva con impeto, il nostro Walter non si sottraeva a qualche prevedibile bordata malevola nei suoi confronti. Ma poteva pur sempre contare, essendo lui stesso giornalista, sul “fuoco amico” di illustri firme, a cominciare da quelle di Dino Buzzati e del comune amico Carlo Graffigna che fu mio caporedattore al Corriere d’informazione e competente scrittore di montagna.

Il collega Marco Albino Ferrari nel suo recente libro “Le prime albe del mondo” (Laterza, 343 pagine, 18 euro) traccia un magistrale ritratto di Bonatti, dapprima impermalosito per una sua frase e poi prodigo di gentilezze, disposto a raccontarsi nella sua casa in Valtellina.

“I giornalisti”, annota Ferrari, “non gli andavano a genio. E non riuscivo a spiegarmi il perché di questa paura di essere frainteso, sminuito, criticato, come se nascosto dietro l’angolo ci fosse sempre qualcuno pronto a colpirlo”.

Si, questo era anche Bonatti. Fenomeno mediatico per eccellenza negli anni in cui un alpinismo considerato irripetibile faceva ancora notizia sulle prime pagine, risulta che i suoi rapporti con la stampa li abbia sempre coltivati metodicamente, scegliendo i suoi interlocutori ideali e facendoseli amici. O mandandoli al diavolo rifiutando con ostinazione di concedersi alle loro richieste di intervista. E qui potrei citare qualche nome di collega a me caro…

E’ stato con il racconto in esclusiva della sciagura del Freney che Bonatti nel 1961 si guadagnò i galloni di avventuroso giornalista e divenne l’inviato speciale del settimanale Epoca. L’esclusiva gli fruttò una discreta somma che volle generosamente devolvere alla famiglia dell’amico Oggioni vittima della bufera.

Per rispettare quell’esclusiva cercò di sottrarsi alla curiosità dei giornalisti giunti trafelati a Courmayeur al culmine della tragedia: tra i quali, piuttosto contrariato, l’indimenticabile Egisto Corradi, già ufficiale dell’Armir nella sciagurata campagna di Russia e famoso inviato di guerra sul fronte del Vietnam, al quale è dedicata una piazza nella natia Parma.

“Un quarto d’ora dopo il suo arrivo, Bonatti era disteso sopra un divano di casa sua”, scrisse Corradi il 18 luglio 1961 sul Corriere d’informazione. “Gli occhi gli lacrimavano abbondantemente. ‘Povero Oggioni!’ ripeteva ogni tanto. Tre medici lo andavano visitando. ‘Sto bene’, diceva poi a tratti. In realtà, nel discorrere piuttosto confuso che Bonatti faceva, affioravano brevi lampi di vaneggiamento. ‘Eravamo lì, in cordata. Avete visto il francese? Si, si, posso mangiare di tutto’.

“A un certo momento”, prosegue Corradi, “Bonatti disse: ‘Peccato. Bastava mezza giornata di bel tempo per giungere in cima’. Poi disse ancora: ‘Siamo stati colpiti dalla folgore’. E aggiunse: ‘Chissà se troveranno quelli che sono rimati su’. Fu tutto”.

E conclude Corradi: “Ci fu, a questo punto, qualcuno che si premurò di informare i giornalisti presenti che in nome di Bonatti era stato firmato un giorno prima un accordo per la cessione in esclusiva del resoconto della vicenda a un settimanale”.

Bonatti blandamente impegnato in una scalata con l’amico giornalista Roberto Serafin da lui scherzosamente definito “un caro aguzzino”.
Bonatti blandamente impegnato in una scalata con l’amico giornalista Roberto Serafin da lui scherzosamente definito “un caro aguzzino”.

E’ un reato raccontare anche questi aspetti della limpida personalità di Bonatti? Significa intorbidarne la figura dopo averne analizzato le stimmate che ne hanno fatto già da vivo una leggenda? Ho avuto abbastanza dimestichezza con Bonatti e posso oggi considerarlo un uomo come tanti nei suoi comportamenti quotidiani: simpatico e socievole, pur con i furori autorevolmente riscontrati anche da Marco Albino Ferrari.

Ma che cosa faceva invece di Bonatti una persona dalle doti eccezionali, un caso unico sotto tutti gli aspetti? Un’analisi fra le più originali su quest’uomo d’acciaio l’ha compiuta il 29 marzo 2011 all’Università dell’Insubria di Varese (che gli assegnò in vita una laurea ad honorem) il dottor Hermann Brugger, direttore dell’Istituto di medicina di emergenza in montagna di Bolzano: una conferenza che ho avuto la fortuna di seguire per il giornale per cui lavoravo.

Forse furono le caratteristiche dei suoi mitocondri, benefiche particelle cellulari che madre natura ci fornisce, a favorire Walter nel tremendo bivacco agli ottomila metri del K2 e nelle sessanta ore di bufera del Pilone centrale. Forse. Perché a proposito di ipossia e di ipotermia, ha precisato Brugger, la genetica è ancora in gran parte da indagare.

Ecco allora affacciarsi l’ipotesi più plausibile.

Fu soprattutto grazie a fattori psicologici che Bonatti seppe sopravvivere alle avversità climatiche, alle quali contrappose concentrazione e preparazione fisica (era stato un apprezzato ginnasta) insieme con una naturale intelligenza: un insostituibile strumento per sopravvivere quest’ultimo, lo stesso con cui concepì e realizzò le sue straordinarie scalate.

Con la stessa strategica intelligenza si è poi offerto alle cronache come un caso mediatico, è stato un grande fotografo e inviato speciale, un intellettuale autodidatta, un acceso polemista.

Sono convinto che il mio instant book, scritto di getto con tutti i suoi limiti, sia da considerare un preludio a più corpose e approfondite ricerche basate su solide basi storiografiche e scientifiche come ho avuto occasione di ipotizzare nel 2012 ad Anghiari (Arezzo) rendendo omaggio al Bonatti viaggiatore in occasione della rassegna “Racconti in cammino: viaggiatori, pellegrini, naviganti” organizzata dalla Libera Università dell’Autobiografia.

Ricerche che finora, tuttavia, sono mancate.

Ser

One thought on “Bonatti, l’uomo e il mito. Nel privato uno come tanti

  • 03/09/2014 at 14:34
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    abbasso soloni e benpensanti, tra questi in particolare quelli del Club degli Adulatori Italiani

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