Questa ingrata vita da orsi

“Ogni sera li penso soli nel bosco e piango”. Conoscendo Luisa Iovane e la sua sensibilità si può comprendere il suo dolore per la sorte dei piccoli orsi rimasti soli dopo l’uccisione della loro madre Deniza. “Quei maledetti politici spero che paghino caro”, scrive indignata Luisa, che fu campionessa di arrampicata ed è una delle alpiniste più famose (vanta una solitaria alla sud della Noire e un’infinità di prime e ripetizioni in Dolomiti), rivolgendosi per posta elettronica all’amico Lodovico Marchisio, scrittore di montagna, ambientalista e animalista militante, che cortesemente ci mette al corrente di questa sua privata corrispondenza.

Intanto, dopo l’uccisione (accidentale) di Deniza che aveva ferito un cercatore di funghi per proteggere i suoi piccoli, si è svolta a Roma una manifestazione di protesta degli animalisti davanti al Ministero dell’Ambiente. Ricordiamo che l’orsa era stata mortalmente colpita da un proiettile al narcotico con l’intento di trasferirla altrove.

Forse però, cavalcata dai media, l’ondata di emozione per la sorte di Deniza ha un po’ debordato.

E’ giusto, si sono chiesti in molti (quorum ego), scendere in piazza per un orso e non per Gaza? O meglio: chi scende in piazza per l’orso lo fa o lo farebbe anche per i bimbi di Gaza o per la sorte dei piccoli curdi?

Niente di nuovo sotto il sole. E’ destino che sulla sorte degli orsi, reintrodotti il secolo scorso nelle nostre montagne, si accendano accese dispute. Ricordo che nel 2009, nel pubblicare sullo Scarpone un estratto dell’annuale “Rapporto orso”, provocai un pandemonio. Furono decine le lettere pro e contro l’orso al quale Pinzolo, alle soglie del Parco Adamello Brenta popolato dai plantigradi, ha pur sempre dedicato un monumento. E fu proprio la presidentessa di quella locale associazione turistica a manifestarmi delle perplessità circa i rapporti non sempre sereni tra il plantigrado e la popolazione che la sera se lo trovava di fronte a frugare nei bidoni delle immondizie.

Il servizio fotografico di Walter Bonatti sullo sterminio degli orsi marini. Venne pubblicato da Epoca nel 1966.
Il servizio fotografico di Walter Bonatti sullo sterminio degli orsi marini. Venne pubblicato da Epoca nel 1966.

Nel clima di generale indifferenza che oggi è peculiare del nostro stile di vita, l’emotività che si accompagna alla difesa degli animali è un dato certamente positivo che forse va ulteriormente indagato. Ma chi appartiene a una generazione cresciuta fra le ristrettezze del dopoguerra ricorda che ben diverso era l’atteggiamento negli anni sessanta. Straordinario successo ebbe nel 1961, pur tra molti contrasti, il documentario “Mondo cane” in cui Gualtiero Jacopetti, vecchia volpe del giornalismo scandalistico, assemblava episodi curiosi, violenti e voyeuristici, comprese le immagini di animali ammazzati brutalmente. Non solo suscitò curiosità morbose e redditizie, ma anche l’indignazione dei cosiddetti benpensanti che si riflette oggi nelle schede del “Mereghetti”, un libro considerato la bibbia dei cinefili. “Shock e scandalo furono all’origine di un successo internazionale”, osserva Mereghetti, “con 800 milioni di lire d’incasso solo in Italia e l’avvio di un filone”.

Ma non fu soltanto Jacopetti a intrigare le platee con immagini di brutalità nei confronti degli animali. Con gli occhi e la sensibilità dei nostri giorni ci si può stupire che anche Walter Bonatti nel 1966 su Epoca abbia documentato un massacro di orsi (marini) nelle isole Pribilof senza esprimere una sola parola di riprovazione. Non era tra i suoi compiti, d’accordo. E senza la sua testimonianza ci saremmo privati di una documentazione ineccepibile su un’orribile mattanza dovuta al commercio che un grande emporio di Seattle faceva di quelle pelli valutate cento dollari ciascuna.

“La mattanza periodica”, scrisse Bonatti, “ha le sue regole tradizionali, tecnicamente perfette e spietate. Prima che spunti l’alba del giorno stabilito, decine di uomini entrano in azione sulla costa spingendo i branchi verso l’interno. Qui li attendono altri uomini armati di lunghe mazze sul tipo di quelle usate per il baseball. Con rapide occhiate esperte questi ‘sterminatori’ scelgono gli orsi maschi, lasciando però da parte quelli che giudicano più adatti alla riproduzione: poi, con un solo terribile colpo sul cranio, fulminano le loro vittime…L’ultima immagine del mio viaggio nel Grande Nord è questa distesa di grossi animali immoti, abbattuti con un sol colpo di mazza al capo”. Quella grossa distesa di orsi marini, sapientemente fotografata, resta tra le immagini più orrende di un mondo e un modo di agire che per fortuna non esistono più. E che però, di sicuro, anche a quell’epoca avrebbero spremuto qualche lacrima a persone sensibili come Luisa Iovane.

orso-centro-docum-museomontagna-copiaUn’immagine straordinaria custodita al Museomontagna

La problematica convivenza dell’uomo con l’orso è eloquentemente documentata in questa immagine intitolata “Black Bear”. Fu scattata negli anni Trenta da Byron Harmon (1875- 1942), uno dei maggiori fotografi canadesi, che si dedicò alla documentazione dell’ultima frontiera delle Montagne Rocciose Canadesi e dal 1906 al 1913 fu il fotografo ufficiale dell’Alpine Club of Canada (Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino / Centro documentazione).

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