“Peak to peak” sulle montagne dell’archistar

Non è una burla. Il Peak Walk è il primo ponte sospeso al mondo che collega le vette di due montagne vicine. E’ la nuova grande attrazione di Les Diablerets, in Svizzera. Dove la montagna è deliberatamente un luna park anche per merito (o per colpa?) della celebre “archistar” Mario Botta che proprio in quell’area, a 3000 m, ha progettato un ristorante “spaziale” in corrispondenza con la stazione a monte della funivia.

Qui i raffinati degustatori delle alte quote possono provare un’esperienza definita… “gastroramica”: un neologismo che indicherebbe la fusione della gastronomia con un panorama mozzafiato.

Questo perlomeno si legge nelle promozioni elvetiche su internet che hanno il pregio di non temere il ridicolo. In Svizzera comunque sia, l’amore per il paesaggio è a prova di bomba, e forse loro possono permettersi queste stravaganze.

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Mario Botta, progettista di “Glacier 3000” a Les Diablerets (Svizera).

Nessuno infatti nella Confederazione, dove nel 2007 si è invano tentato di “restaurare” a scopi turistici il Piccolo Cervino (sovrapponendovi una piramide di cristallo che lo avrebbe innalzato fino alla quota di 4000 metri), sembra avanzare riserve su quello scatolone con cui Botta ha profondamente alterato, senza farsi complessi, l’ambiente d’alta quota dei ghiacciai di Les Diablerets.

Ma probabilmente tutto è concesso all’illustre architetto elvetico, autore del mirabile Museo d’arte moderna di Rovereto, al rifacitore del teatro alla Scala, considerato uomo d’ordine e forza, sapienza artigiana, l’artista delle geometrie elementari reinterpretate.

Il Peak Walk sarebbe dunque il primo ponte sospeso al mondo che collega due vette vicine, Scex Rouge (2971 metri) e View Point (2966 metri). Lungo 107 metri e largo 80 centimetri, può ospitare fino a 300 persone avide di panorami mozzafiato.

Occorre ancora meravigliarsi di queste notizie? MountCity lo ha chiesto all’amico Paolo Paci, rinomato autore di guide turistiche, manuali sportivi e libri di viaggi nonché confezionatore di un godibile baedeker sulla Svizzera che lui stesso frequenta e conosce come le proprie tasche. E Paci, con il linguaggio lieve del paradosso, ha acconsentito di dire la sua con questo articolo. Buona lettura! (Ser)

 

Paolo Paci, giornalista e scrittore milanese, è tra i maggiori esperti di turismo alpino.
Paolo Paci

Ho fatto un sogno

L’altra notte ho fatto un sogno. Ho sognato che Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Frank O. Gehry avevano spostato il loro quartier generale all’Hotel Mont Rosa, e stavano riprogettando Ground Zero ai piedi del Matterhorn. Nel general planning era previsto un grattacielo a forma di cavatappi alto 5001 m. Peccato non sia vero, mi dicevo stropicciandomi gli occhi al risveglio. Poi ho letto la notizia sul giornale e mi è tornato il buon umore: è stata finalmente inaugurata la piramide di cristallo e titanio in cima al Kleine Matterhorn, progettata dall’architetto cinese Pei (quello del Louvre): le Alpi hanno un nuovo Quattromila, il primo interamente handmade in Switzerland.

E sapete cosa? Mi piacerebbe andarci, subito. Mi piacerebbe accompagnare i miei figli sulla nuova superveloce funivia aerodinamica che parte da Zermatt (è stata disegnata da Norman Foster). Poi prendere l’ascensore trasparente che come un missile perfora la piramide. Al ristorante ordinare una raclette con patate per tutti, Rivella per loro e un costosissimo bicchiere di Fendant per me, poi affacciarmi alle ampie vetrate di fronte alla parete est della Gran Becca e raccontargli una storia, che potrebbe cominciare così: “Tanto tanto tempo fa, prima dei turisti e degli alpinisti, prima dei walser e dei romani e degli elvezi… insomma prima che qui arrivasse l’uomo, queste cime non esistevano”. Al che mi guarderebbero un po’ scettici, come fanno quando sto scherzando, e memori dei loro teneri studi di geologia direbbero: “Ma papà, le Alpi sono antichissime!”

Io però non sto scherzando. Le montagne, ne sono sicuro, senza l’uomo non esistono. O meglio, ci sono ma non hanno alcun significato, e nella civiltà dei segni qual è la nostra il non aver significato e l’inesistenza coincidono. E non da oggi. Edward Whymper era ben consapevole dell’operazione post-moderna che stava compiendo; era compito del disegnatore inglese “inventare” il mito: grazie a lui le vetrine di Bucherer hanno sostituito le tradizioni pastorali, grazie alle dinastie dell’ospitalità come i Seiler, ai moderni guru del marketing, i metro alpini e le spa della nuova hotellerie hanno fatto dimenticare l’antica economia di sussistenza.

A questo punto, per non confondere troppo le giovani menti dei miei figli, svierò l’attenzione sui dati tecnici della piramide appena costruita, ultimo e definitivo “segno” che l’uomo culturale ha apposto sulle sue Alpi. La bellezza high-tech degli incastri in lega, lo spessore delle vetrate e i sistemi di risparmio energetico, il design esclusivo dell’illuminazione, sperando che a questa meraviglia svizzera abbia partecipato qualche azienda italiana. E dirò: “Ragazzi, siamo a 4000 metri. Respirate a pieni polmoni, tanto qui dentro è tutto climatizzato”.

Il progetto di Mario Botta per il belvedere di Les Diablerets.
Il progetto di Mario Botta per il belvedere di Les Diablerets.

Mi piacerebbe andarci, davvero. E trovo che non sarà molto diverso dal salire in treno fino allo Jungfraujoch, prendere un tè al ristorante girevole del Piz Gloria o una boccata d’ossigeno (quello delle bombole) alla Capanna Margherita. Non sarà molto diverso dall’andare a sciare, nel Vallese come in qualsiasi altra stazione invernale, appesi a un filo d’acciaio, spesso su neve “decisa” dall’uomo e programmata da raffinati software. O piantare uno spit, mettere un friend in una fessura (quanta bellezza high-tech in questi piccoli oggetti di piacere!).

Perché la montagna è civiltà, industria, sviluppo e cultura, fin dai tempi dei tempi, da quando il primo pastore walser salì con le sue greggi là sotto al Trokener Steg, e cominciò un duro lavoro di spietramento per far crescere l’erba.

E la natura? Ecco davanti ai nostri occhi la cosiddetta natura: lindi pascoli dove erano solo sfasciumi, boschi coltivati e maggenghi di smeraldo al posto di selve impenetrabili, e poi naturalmente asfalto, alberghi, impianti di risalita, rifugi d’alta quota e tutti, anche i soci dei Club alpini, a magnificare l’incanto del creato. Il creato antropizzato.

Ci fosse ancora tra noi qualche mente lucida come Jean Baudrillard, forse ci direbbe: “Montagne? Dove sono le montagne? Qui intorno vedo solo feticci”. E ci risveglierebbe dall’illusione e dai pericoli della cultura pseudo-romantica, quella di John Ruskin e del suo nobile scoglio, quella del più ingenuo e tardivo ecologismo. Dessimo retta a quella cultura, i walser sembrerebbero più moderni di noi. Per fortuna siamo stati furbi. A Zermatt, sul Kleine Matterhorn, abbiamo lasciato mano libera alle archistar per sviluppare la Grande Babele. Abbiamo permesso che il post-moderno prendesse il sopravvento. La nuova piramide di cristallo fa parte di questa storia, fa parte di noi: ce la meritiamo, non dobbiamo rinunciarvi.

Infine riporterò giù a valle i miei figli, un po’ frastornati per le variazioni di pressione. “Sapete” gli spiegherò scendendo in auto per i tornanti, “alla fine dell’Ottocento volevano costruire un ascensore fino alla vetta del Cervino. È da un secolo che queste montagne non sono altro che un simulacro”. Ma loro, assorbiti dalle misteriose funzioni dei cellulari, già non mi ascoltano più. Il paesaggio, quel che ne resta, non si guadagna nemmeno uno sguardo. Non merita di esistere…

Paolo Paci

Altre informazioni: http://www.glacier3000.ch/en/newspeakwalk

One thought on ““Peak to peak” sulle montagne dell’archistar

  • 18/09/2014 at 13:57
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    Ma allora è vero che sono una creatura di altri tempi: mi sento a mio agio solo nella montagna priva di turisti, alberghi e impianti di risalita, ma mi piacciono gli alpeggi.
    Aiuto! Vuol dire che dovrò cancellare dal mio futuro un numero sempre più grande di montagne.

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