Con Mario Sertori tra i graniti della Val di Mello

Tra le vallate alpine, e non soltanto in Lombardia, la Val di Mello non ha paragoni: la sua singolarità sta soprattutto nelle formidabili pareti a picco su un tranquillo fondovalle pianeggiante, dove scorrono le acque verdeazzurre del torrente. A queste muraglie monumentali è dedicata la nuovissima guida di Mario Sertori “Val di Mello” (Versante Sud, collana “Luoghi verticali”, 335 pagine, 29,50 euro). MountCity ha chiesto all’autore di raccontare come è stata concepita e realizzata la guida. E anche, ovviamente, di raccontarsi!

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La copertina della nuova guida pubblicata da Versante Sud.

Le muraglie della Val di Mello si sono formate con l’azione instancabile dei ghiacci del Quaternario che nel loro scorrere lento e inesorabile, grattando la schiena sulle rocce che li ospitavano, hanno lasciato dietro di sé lavagne smerigliate di granito accecante che bordano il versante esposto al sole, dal piano fino a una quota prossima ai duemila metri e costituiscono oggi uno straordinario terreno d’azione per i climber.

Ai bordi delle placconate e sulle cenge sospese, germogliano ciuffi di faggi secolari e qualche altra rara creatura arborea, creando un intreccio vitale tra i vari elementi. L’atmosfera un po’ fatata da albori del mondo echeggia nei nomi delle strutture e delle vie che ricordano la fertile fantasia dei Sassisti, i ragazzi che negli anni 70 li hanno scoperti e valorizzati in ottica arrampicatoria.

Prima di allora la Val di Mello era stata ignorata dagli alpinisti che l’attraversavano per raggiungere i luoghi alti del Màsino, forse ritenendo inespugnabili quelle fortezze di granito. I suoi abitanti, i ruvidi Mélat, avevano riservato accoglienze poco cordiali ai gentiluomini inglesi diretti a metà del 1800 all’esplorazione delle cime soprastanti. Ed è proprio dal paese di origine di questi contadini, giunti quassù, probabilmente intorno all’anno 1000, alla ricerca di erba per il loro bestiame, che la valle ha preso il nome.

I Melàt non si accontentarono di accatastare sassi e coltivare le comode zone pianeggianti, ma per salire ai pascoli più remoti realizzarono alcune vie di comunicazione grandiose in relazione ai mezzi a disposizione, sentieri stupefacenti per logica e audacia. “Quello che più resta visitando la Valle, quello che più colpisce, aldilà delle cascate, del granito o del paesaggio, è questo sudore di secoli che vien fuori da ogni sasso, accumulato lì da centinaia di uomini che qui hanno vissuto”. Questo scriveva Antonio Boscacci nell’introduzione alla sua prima guida della valle.

Raggiungere le vie di arrampicata consente anche di ripercorrere le loro tracce. Fate una sosta all’incredibile Stalla Ovale a 2000 metri di quota all’Alpe Qualido, realizzata nel corso di varie stagioni, dalla famiglia dei Della Mina, cavando (ovviamente con piccone e badile) circa 600 metri cubi di terreno, sotto un enorme macigno.

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“Oceano irrazionale”. Ph. M. Tagliabue

Osservate i buchi quadrati scavati nel granito, ancora ben visibili sulla traccia che sale in Val Qualido, che servivano a conficcare dei pali per proteggere il passaggio delle mucche: le vacche che andavano su quei pascoli avevano un ruolo fondamentale nella misera economia dei Melàt e se un bovino scivolava nel burrone era una tragedia al pari della morte di un familiare.

Abbiamo pensato che quest’area così importante meritasse un’edizione a sé di una guida e abbiamo lavorato a un volume monografico di ampio respiro, dove ogni itinerario apparisse con il suo carattere e la sua forza; dalle vie dei pionieri, così innovative al momento dell’apertura, a quelle venute dopo, con qualche raro spit su placche all’apparenza indecifrabili, fino a tutte le più recenti scalate. Dopo un periodo di stasi, le ultime stagioni si sono rivelate ricche di novità succulente che vanno ad arricchire un patrimonio verticale già di per sè formidabile.

Sono stati “scoperti” nuovi luoghi, come la Grotta del Ferro, il regno dei tiri di grado 8, lo Scoglio della Ràsica, un pilastro movimentato e panoramico, Royal Arches, una parete selvaggia che assomiglia a quella californiana da cui ha preso il nome. Linee inedite sono poi apparse sulla muraglia del Qualido, sul Brachiosauro, sulle Dimore degli Dei, sullo Scoglio delle metamorfosi e sulle Sponde del Qualido. Itinerari con parecchio artificiale sono stati percorsi interamente in libera, realizzando performance di notevole valore.

Una sezione importante del libro è rappresentata dai profili biografici di alcuni protagonisti dell’arrampicata in Valle – Guerini, Merizzi, Masa, Miotti, Boscacci, Giacherio, Fazzini, Pizzagalli, Vitali e Pedeferri – e dalle testimonianze di loro pugno su quel formidabile periodo storico.

A beneficio di coloro che perdono facilmente la via o qualche volta faticano ad arrivare all’attacco, abbiamo descritto minuziosamente i tiri e gli avvicinamenti. Insomma c’è del nuovo nella Valle, ma aldilà degli obiettivi verticali, ricordiamoci di essere in un luogo speciale, un microcosmo con una natura potente che si regge però su delicati equilibri: solo il suo rispetto, passando senza lasciare tracce, ma anche vigilando sulle attività più invasive dell’uomo, ne permetterà la conservazione.

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Mario Sertori

Com’era, come è cambiata

Nell’estate del 1982 ho fatto la mia prima via da secondo – Il Vaso di Pandora – alla Chiusa con Luca Martinelli di Bormio. Ivan Guerini, il pioniere, aveva spostato altrove la sua attenzione, ma ancora aleggiava sulle piastre melliche l’eco delle gesta leggendarie dei Sassisti che proprio in quell’anno avevano fatto il colpo grosso sul paretone del Qualido con la Big Wall  Il Paradiso può attendere. Ho avuto da allora un lungo periodo di innamoramento per questo luogo mitico, fatto di ripetizioni di vie e di incontri con personaggi, punti di riferimento della scalata locale, come Boscacci, Merizzi, Masa e Fazzini. Forse proprio sull’onda dell’energia sprigionata da quest’ultimo ho cercato qualche placconata per tracciare delle linee mie. Prima con un mio allievo sul Pesgunfi (non propriamente in Valle ma sopra il Sasso Remenno), poi con il giovanissimo (16anni) Luca Maspes che con grande intuito aveva individuato una sequenza di placche meravigliose sul Precipizio degli Asteroidi, dove inventammo Sole che ride.

Sempre nell’89 riuscii a percorrere quattro nuove vie su una struttura delle Arcate non ancora salita utilizzando un punteruolo a mano per posizionare qualche protezione su una roccia altrimenti inchiodabile. Ci furono poi  altre due linee su pareti un po’ fuori mano, quindi spostai la mia attenzione alle muraglie più in quota.

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Il Precipizio degli Asteroidi, immane pilastro che incombe sul primo tratto della Valle di Mello. Ph. M. Sertori

Da allora la Valle è molto cambiata, la sgangherata, meravigliosa mulattiera che l’attraversava è stata trasformata in pista trattorabile e tante stamberghe simbolo di un’economia contadina di sussistenza sono diventate case vacanza. Di parecchi mitici personaggi di “etnia Melatta”, con cui non era difficile relazionarsi e che contribuivano a fare della Valle un luogo unico, si sono perse le tracce, e i luoghi per me hanno perso una parte del loro fascino arcano. Ma credo sia nell’ordine delle cose e a ben guardare la Valle è sempre un posto fantastico e unico al mondo, del resto il tempo non si ferma e i cambiamenti che ci sono stati non hanno stravolto l’anima dei luoghi.

Nel 2009 la Valle è stata dichiarata Riserva Naturale Regionale anche se per arrivare a questo risultato c’è voluta quasi una sommossa popolare. Oggi sono circa 5000 gli ettari tutelati, di cui 516 di “Riserva naturale integrale”, ovvero di rispetto assoluto, dove l’accesso è precluso se non per motivi scientifici: un grande e importante risultato per tutti coloro che hanno a cuore la conservazione di questo luogo unico e prezioso.

Mario Sertori

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