Milanesi d’alta quota. Marco Polo, l’uomo dell’Everest

20140908_lg_n-36-trascinatoIl racconto di Marco Polo, istruttore milanese di alpinismo che partecipò nel 1973 alla prima spedizione italiana all’Everest, è fra le testimonianze più affascinanti del numero autunnale di “LG”, il notiziario periodico della Biblioteca “Luigi Gabba” della Sezione di Milano del Cai. MountCity è lieta di proporlo, per gentile concessione. A tiratura limitata, questa pubblicazione tanto cara agli appassionati milanesi di montagna, è nata per iniziativa di Renato Lorenzo nel 2005 con l’intento di proporre ai soci una selezione di argomenti e approfondimenti: trimestralmente un florilegio di saggi quali inviti alla lettura degli oltre 9.000 volumi presenti sugli scaffali.  Ecco il sommario del numero 36 disponibile presso la Biblioteca e la Segreteria della sezione e scaricabile a questo link:  Editoriale: Montagne da vivere, alla ricerca di una cultura comune Lorenzo Maritan; Testimonianze: Everest ’73 e altre storie LS; Piero Ghiglione: Viaggi, scalate e fantasia RS; Personalità: Il tempismo perfetto di Vitale Bramani, alpinista e imprenditore Tiziano Lozza; Commissione scientifica Giuseppe Nangeroni: Sulle tracce della deglaciazione, settimana naturalistica in Valfurva Brunella Marelli; Via Silvio Pellico: Memoria ritrovata: manovre in corso Luisa Ruberl; Due passi in Biblioteca: Tanta luce e nuovi scaffali, un work in progress che merita almeno una visita, articolo firmato dal Cronista di passaggio. 

Everest ‘73 e altre storie…

Primi anni Settanta: un momento cruciale per il percorso alpinistico e per le scelte di vita di Marco Polo. Nasce tutto qui, cioè lì, al Cai Milano di via Silvio Pellico, scuola Parravicini. Il ricordo è chiaro, netto, tagliente. Marco, a cui abbiamo chiesto di contribuire su LG con un breve resoconto di quella spedizione inizia il suo racconto, la sua voce fende il silenzio della biblioteca e le immagini dell’Everest si animano.

La spedizione militare all’Everest – spiega Marco – fu ideata e promossa da Guido Monzino, e coincise con l’anniversario dei 100 anni della Sezione di Milano. Un misto di spirito di avventura e di irredentismo spingevano quell’uomo, instancabile organizzatore ed esploratore, a cercare l’appoggio delle massime istituzioni  dello Stato per compiere un’impresa di grande impatto mediatico. Avendo acquistato direttamente dal governo nepalese le royalties per l’ascensione all’Everest, Monzino chiese e ottenne la partecipazione dell’esercito e si riservò il privilegio di poter scegliere personalmente i partecipanti alla spedizione.

Quale socio del Cai Milano Monzino pensò di corroborare l’anniversario della Sezione, che già aveva in cantiere una spedizione all’Huascaran, coinvolgendo quattro suoi soci alla spedizione all’Everest. L’allora presidente Casati sondò il terreno e la scelta cadde sugli istrutori della Parravicini. Entratovi nel ‘69, Polo diventò ufficialmente istruttore nel ‘72 e fu così coinvolto assieme a Mattioli, Bellotti e Leccardi. Solo Mattioli e Polo, vigile urbano presso il Comune di Milano (un ulteriore motivo per Monzino per far leva sull’orgoglio cittadino e sottrarre il giovane istruttore alla routine lavorativa), partono poi per il Nepal.

Marco firma un mucchio di carte e si ”arruola” così in una delle spedizioni alpinistiche più militarizzate del momento. Quasi tutti i corpi militari sono rappresentati nella spedizione, compresi gli incursori della Marina e l’Aeronautica militare che portò smontati, e poi rimontò all’aeroporto di Katmandu, tre elicotteri Agusta Bell; in quell’occasione uno dei tre stabilì il record mondiale di categoria atterrando a 6.500 metri di quota carico di materiale e con due piloti, impresa ancor oggi difficilissima da realizzare a causa della rarefazione dell’aria. Gli elicotteri portavano anche quotidianamente non solo la posta – che a Marco era preziosa perchè in quei giorni  era nato a Milano suo figlio Livio – ma anche l’insalata fresca da Katmandu.

Gli elicotteri – precisa Marco – erano uno strumento fondamentale non solo per salvare un compagno di spedizione da un edema polmonare, ma anche per trasportare le enormi e indivisibili macchine da campo per il complesso programma di test e prove mediche, parte integrante della spedizione.

“Toccare con mano un sogno, da istruttore della Parravicini, da alpinista… sentir parlare di Everest era un Mito… e nel giro di pochi mesi mi sono ritrovato dentro un romanzo”, racconta Polo.

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Marco Polo (a destra) in compagnia dell’amico Renato Lorenzo, altro robusto pilastro del sodalizio milanese (ph. R. Serafin)

Ma il sogno dura poco perchè il clima militaresco non è del tutto digeribile, soprattutto per l’intransigente Mattioli, uno dei tre della Parravicini. L’episodio scatenante è una razione smodata di pepe che Minuzzo (uno dei prescelti per la vetta assieme a Carrell e Innamorati) decise di aggiungere al rancio serale e che fece traboccare il vaso. Mattioli sbotta e per questo assieme a Polo sono allontanati temporaneamente dal campo base a Katmandu e messi alle strette. “Vogliate collaborare o partite”, intima Monzino per telegrafo. Mattioli se ne parte e Polo accetta definitivamente le regole d’ingaggio. Promosso sul campo magazziniere e soprannominato da Mario Curnis il “quater penn”, Marco lavora al campo base dalla mattina alla sera fino a quando non viene spedito a bruciapelo sull Ice Fall.

Breve e traumatica esperienza per via di un inevitabile mal di quota. “E però l’Ice Fall te lo porti dentro” ci spiega, così come la dimensione di quella spedizione dispotica e pure così istruttiva umanamente.

Un’esperienza che torna preziosa per i futuri anni di Parravicini e per i numerosi viaggi e le esplorazioni alpinistiche che segneranno anni di grande fermento; prima fra tutte quella al monte Api, condotta da Renato Moro, presidente della Parravicini dal ‘77 all’80. Marco gli succederà fino all’83 e cercherà di riportare nell’insegnamento le esperienze maturate nella spedizione all’Everest: la pazienza e una dimensione di ascolto maggiore, valori che nella grande spedizione gli erano stati completamente negati nel nome di un agonismo e di una competizione troppo esasperati, che ancora oggi spesso tendono a minare qualsiasi buon insegnamento.

L.S.

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