Messner e Gogna, schermaglie tra due grandi

Non capita tutti i giorni che due grandi dell’alpinismo come Reinhold Messner e Alessandro Gogna siano al centro di vivaci se pur amichevoli schermaglie. Il primo sostiene che l’alpinismo, il suo alpinismo è fallito. Il secondo contrattacca nel suo blog sostenendo l’esatto contrario: l’alpinismo è vivo e vegeto e ancora oggi, soprattutto oggi, c’è chi fa cose straordinarie. L’argomento era già stato trattato da MountCity prendendo spunto da un articolo di Michele Serra sul quotidiano La Repubblica che garbatamente rimbeccava l’amico Messner invitandolo a prendere atto che il fascino delle grandi scalate è oggi immutato.

Riepilogando, è stato Messner ad aprire le ostilità. “L’alpinismo tradizionale è rimasto un’attività marginale fatta da pochi alpinisti”, ha detto davanti alla telecamera, “che sono molto, molto bravi perchè si allenano molto più di noi, hanno equipaggiamento migliore di noi e fanno delle cose incredibili. Però sono molto pochi. Il mio alpinismo, devo dirlo apertamente, è fallito, non c’è più. Forse Bonatti è stato l’ultimo alpinista tradizionale, poi la nostra generazione aveva la fortuna di portare quest’alpinismo sulle vette più alte però oggi questo alpinismo non viene più seguito dai giovani”.

Salvaterra
Ermanno Salvaterra

D’accordo, l’alpinismo di Bonatti e di Messner rientra in quella categoria che l‘insigne cronista di montagna Emanuele Cassarà definì “irripetibile” in un libro diventato un classico. Perché irripetibile? In un convegno a Torino organizzato nel 2002 dall’Associazione giornalisti italiani della montagna (Agim), il giornalista torinese, che è stato anche alla guida del Filmfestival di Trento e ha dato vita alle competizioni di “Sportroccia” sfidando i tabù della minoranza arrampicante, spiegò come ai tempi d’oro dell’alpinismo fosse facile alimentare l’epica, la magia.

“I grandi erano persone speciali e l’impresa per i nostri sentimenti di allora parlava da sé. L’antico alpinismo aveva qualcosa di disumano e non era difficile definirlo un surrogato della guerra. Oggi invece…”.

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.
Patrick Gabarrou al Naso di Zmutt.

Oggi invece assistiamo, ha detto Cassarà, a una vera e propria mutazione genetica: gli alpinisti che all’epoca erano considerati, con qualche eccezione, zingari (bergvagabunden) e ribelli si presentano come comuni mortali, persone che a questa società (dei consumi) si adattano e si adeguano. E’ forse per questo che l’alpinismo può dirsi oggi finito, vittima di una sorta di normalizzazione? Certamente finito lo è quello eroico e tardoromantico dei Cassin, dei Bonatti e probabilmente dei Messner. Ed è incontestabile che sia cambiato anche lo scenario dell’alpinismo e, contemporaneamente, il modo di raccontarlo su blog e carta stampata. Parafrasando Joseph Pulitzer, l’ebreo ungherese a cui è dedicato il più famoso premio giornalistico del mondo, un pessimista potrebbe dire che “carta stampata e alpinismo crescono e declinano insieme”. Ma perché parlare di declino dell’alpinismo? Ad Alessandro Gogna, il discorso di Messner pare come minimo incompleto. “Messner”, scrive infatti l’alpinista e scrittore nel suo blog, “non accenna alle centinaia di “spedizioni” grandi e piccole che ogni anno vengono fatte alle montagne di tutto il mondo senza alcuna possibilità che possano essere confuse con il turismo. Anche i meno informati possono seguire le cronache di ogni giorno, sui portali internet e sulle riviste specializzate”.

Già, ma quanti sono oggi a tenersi informati tramite internet sugli sviluppi del moderno alpinismo? Lo stesso Gogna, che è anche un blogger molto seguito, su questo argomento è a dir poco perplesso. “Mi rendo conto”, dice, “che più possibilità di informazione c’è (portali, siti dedicati, libri, riviste e chi più ne ha ne metta) e più la disinformazione regna imperante. Strano, no?”

E così continua Gogna, accalorandosi: “Oggi la cronaca dà più importanza al record di Kilian Jornet sul Cervino che alle centinaia di imprese che si registrano nel mondo, italiane e non. A tal punto che il record di Jornet quest’anno, dopo un solo anno, è stato festeggiato a Cervinia in modo grottesco. Si è insomma preferito celebrare l’impresa sportiva che, invece di magnificare la loro montagna e riportarla alla leggenda, la costringe in un recinto, la declassa a pista di record!”. Sono queste, secondo Gogna, le scelte che fanno male all’alpinismo. E poi non va dimenticato che una tradizione, checché ne pensino Messner e Bonatti, è sempre dinamica, non è mai un museo di nostalgie come forse loro vorrebbero. La tradizione è un punto di arrivo, ma anche e sempre un punto di partenza. Mai sentito parlare di dinamismo della tradizione? Una tradizione senza passato, ha detto un autorevole commentatore, è vuota. Una tradizione senza futuro è cieca.

Alessandro Baù
Alessandro Baù

“E poi vorrei osservare”, dice Gogna, “che anche ai tempi di Walter e Reinhold non erano poi in tanti a fare alpinismo d’avventura: i “pochissimi” di oggi sono uguali ai “pochissimi” di ieri”. Ecco allora che, per ridare luce a questa tradizione, Gogna decide di dare spazio nel suo blog a tutte quelle cordate che oggi rendono grande l’alpinismo. In Gogna Blog sono dunque di scena i fuoriclasse evergreen Georges e Gabarrou (di cui si è recentemente letto il resoconto di una fantastica scalata al Naso di Zmutt sul Cervino dove lo stesso Gogna tracciò una via che regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna). E ora sono in vista incontri con Nones, Della Bordella, Rutkiewicz, Schiera, Salvaterra, Cazzanelli, Beber, Baù, Tondini e tanti altri. “Non accetto”, conclude Gogna, “che prima Bonatti nel 1975 e poi Messner nel 2014 dicano così, a cuor leggero, che l’alpinismo tradizionale e avventuroso è finito con loro. Questa è disinformazione pura, somiglia a un’auto-celebrazione o a un inno alla senilità. Uno non c’è più e vabbè, l’altro l’ho invitato a dare precisazione per iscritto. Vedremo”.

Gogna l’ha sempre pensata così. “Bisogna guardare con simpatia”, spiegava in un suo scritto degli anni Ottanta, “a chi ci ha seguito, a chi oggi ‘fa’ cose straordinarie. E’ importante seguire l’attività alpina ed extraeuropea sulle riviste estere: allora si capisce che non solo l’alpinismo non é finito, come qualcuno dice a vanvera. E si capisce soprattutto che il nostro é servito a qualcosa (e non solo a gonfiare il nostro io)”.

Ser

 

 

 

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