Montanari di città. Franzin dalla “rossa” alla Groenlandia

A dare il suo contributo nel far scendere le carrozze della “rossa” nelle viscere di Milano c’era, mezzo secolo fa, anche il brianzolo Giuseppe Cazzaniga. Una fase delicata nella nascita della prima linea della metropolitana, un’impresa forse oscurata dalle tante altre da lui compiute sulle montagne del mondo. Dove Cazzaniga, ovvero Franzin per gli amici e per tutti quelli che hanno avuto occasione d’incontrarlo, ne ha fatte di ogni colore.

Oggi che il cinquantennale del vecchio metrò è diventato un evento con una mostra, cori di ragazzini, balli in Duomo e a Cadorna e tanta nostalgia da parte di chi ha conosciuto quella laboriosa Milano degli anni Sessanta, l’occasione è buona per rivolgere un pensierino piccolo piccolo all’ottantacinquenne Franzin, grande alpinista e sciatore che ha sempre fatto della modestia (con la M maiuscola) e della discrezione le sue armi vincenti.

Il Cai gli ha reso omaggio a suo tempo assegnandogli una medaglia d’oro per le sue benemerenze, e i lettori dello Scarpone, quello “vero” in carta e inchiostro che il Cai ha soppresso, rammentano la sua firma nella rubrica dedicata alle nuove ascensioni che Franzin redigeva con impegno e competenza “fotografando” con precisione il mondo dell’arrampicata di allora.

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Franzin alla partenza della Tervahiito, in Finlandia, con l’inseparabile Scarpone. In alto (a sin.) durante la traversata della Groenlandia (1988).

Mariola Masciadri, che curò per undici anni Lo Scarpone (giornale nato a Milano, lo ricordiamo, nel 1931, per iniziativa di Gaspare Pasini), rammenta un Franzin tricolore: capelli neri, baffi rossi e barba bianca. Poi Franzin è diventato tinta unica: non argento come direbbero i superficiali, ma acciaio. Acciaio inossidabile per resistere alle intemperie, alle usure del tempo e a quelle del lavoro che nello sterminato cantiere della metropolitana non doveva essere facile né semplice.

Fra le tante esperienze compiute sulle montagne del mondo con e senza la sua Marcella che purtroppo è venuta a mancare recentemente, forse Franzin va ricordato per un’impresa “orizzontale”. Nell’88 fui lui infatti a guidare una spedizione milanese patrocinata dalla Gazzetta dello Sport e dalla rivista Sciare con sci di fondo e slitte in Groenlandia, nel centenario dell’epica traversata compiuta dal “collega” norvegese Fridtjof Nansen (circa 500 chilometri fra il 64° e il 65° parallelo). Gli sono stati compagni Giulio Beggio, Anna Bianco, Maurizio Dalla Libera, Gianfranco Fasciolo e Vanni Spinelli.

Cazzaniga, pardon, Franzin oltre che guida alpina era, come si sarà capito, uno sciatore appassionato. Sciatore nordico, come si diceva allora, quando lo skating non era stato ancora adottato dalla quasi totalità degli sciatori “fondisti” e gli attrezzi per procedere “a passo alternato” andavano sciolinati con stick e klister.

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I nuovi vagoni della “rossa” (ph. Serafin/MountCity)

Chi scrive ricorda di avere corso sulla sua scia una Terrvahiito a Oulu, una novantina di chilometri nel cuore freddo della Finlandia. Era il 1989, e la cosiddetta “corsa del catrame” celebrava il centenario. Franzin era sulla sessantina, bello tosto. Noi italiani eravamo saliti in massa a Oulu per rendere omaggio all’oscuro Aappo Lumajoki che un secolo prima, a 44 anni, aveva vinto questa interminabile maratona. Eravamo tutti pazzamente innamorati dello sci nordico.

Franzin era di casa anche alla Vasaloppet, in Svezia, dove non gli era parso vero, un paio di anni prima, di buttarsi nella mischia dopo che il chirurgo gli aveva sistemato una discopatia.

Poi, finita la stagione delle maratone, si è messo a scolpire il legno. Piccole opere piene di poesia.

Ma con la montagna, che è stato il filo conduttore della sua vita, ha sempre mantenuto buoni rapporti. E chissà che di questo post possa prendere visione e, perché no?, assegnare la sufficienza a questo suo seguace e ammiratore che, quando in questi giorni sale sulla “rossa”, non può non rivolgere un affettuoso omaggio al mai dimenticato maestro (Ser)

 

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