Ritorno nel “mezzogiorno di pietra”

Cover Pietra dei sogni
La copertina del libro edito da Versante Sud in libreria dal 25 novembre. Sarà presentato allo Spazio Oberdan di Milano martedì 9 dicembre con la partecipazione di Manolo.

Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che gli permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, Alessandro Gogna è finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo. Ora nel nuovo libro “La pietra dei sogni” (Versante Sud, collana I Rampicanti, 20 euro) ripercorre la storia dell’arrampicata nel mezzogiorno d’Italia, all’alba del free climbing.

“Da protagonista con i miei compagni”, racconta il celebre alpinista, guida alpina e storico dell’alpinismo italiano di fama internazionale, “il nostro gruppo tenne la scena per un certo periodo, poi altri se ne appropriarono con energia, portando avanti la ricerca con uguale dedizione e la stessa possibilità di errori”.

Gogna parlante copia 2
Alessandro Gogna durante una delle sue conferenze (ph. Serafin/MountCity)

Ne è uscito un libro personale ricco di episodi, di ritratti di noti arrampicatori, ma anche corale, con testimonianze di chi quegli anni li ha vissuti: anni di ricerca, di miglioramento sportivo, di discussioni sul come e con quali mezzi.

“Intanto”, continua Gogna, “ci lasciavano Roby Manfrè, Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli e Oskar Brambilla, cui voglio dedicare questa fatica. Nell’illusione, talvolta così forte da essere quasi reale, che l’occuparmi delle avventure altrui e lo scavare nei piccoli misteri sia l’unico modo valido per non poltrire nei ricordi personali”.

“Un’illusione”, conclude Alessandro, “che porta a credere, maliziosa tentazione, che anche per noi anziani il sogno non sia ancora finito: e che la Pietra dei Sogni sia come quella filosofale”.

La vastità del territorio e l’iperbolico aumento degli appassionati hanno nel frattempo creato nel “mezzogiorno di pietra” un terreno di gioco tra mare e montagna per un grande numero di giocatori, giovani e meno giovani. A loro è soprattutto rivolta questa nuova opera di cui qui MountCity è lieto di pubblicare, per gentile concessione dell’autore, la prefazione.

Goloritze (Sardegna)
L’Aguglia di Goloritze, in Sardegna, una delle più affascinanti “scoperte” di Gogna che la scalò per primo con Manolo (ph. Serafin/MountCity)

Il mito della “difficoltà pura”

All’inizio il passaggio fu inavvertito, ma poi acquistò presto velocità e la “cosa” prese forma, si staccò dalla matrice; poi fu ben chiaro che avrebbe con sicurezza tenuto una sua direzione autonoma e che questa, come spesso accade nei fenomeni nuovi, avrebbe anche portato alla negazione delle origini per affermare indipendenza e superiorità.

Certi meccanismi sono automatici e scontati, anche se possiamo dire questo solo ora, e dopo un primo momento in cui si è cercato di capire quel che stava succedendo, magari rammaricandoci della perdita di alcuni “valori”, oggi non dispiace più che i climber abbiano trovato un loro spazio su certe falesie e vi si concen­trino in gran numero.

Tutto era partito dalla guida di Ivan Guerini “Il gioco-arrampicata in Val di Mello”: il gioco aveva coinvolto i sassi grandi e piccini che occupano i prati del Màsino, si era esteso alla Sirta, all’Antimedale, alla Bastionata del Lago; solo a fatica, e forse non senza qualche compromesso con il proprio orgoglio, gli ambienti dell’alpinismo classico (come quelli di Lecco e Monza, ma anche Bergamo, Brescia e Milano) si accorsero della novità e i migliori decisero che era il caso di andare a vedere che diavolo stesse succedendo.

Contemporaneamente dalla Francia si importava il mito della difficoltà pura, della bellezza e dell’armonia del gesto, tutte cose che si ottenevano meglio con protezioni sicure e già in loco anziché affidarsi a incerti aggeggi incastrati, a volte dopo lotte eterne con le fessure.

C’era poi chi diceva già allora che l’arrampicata doveva essere sicura e senza pericoli: solo così si sarebbe finalmente visto chi era il migliore, solo così ci sarebbe stato progresso. Era la nascita dell’atletismo, quindi dell’arrampicata sportiva, sembrava la fine dello spirito creativo, o quanto meno il malinconico tramonto prima del letargo.

Alla naturale spontaneità del movimento arrampicatorio originale, si sostituirono gradualmente, ma non del tutto, la ripetitività dei gesti al fine di ottenere una concatenazione che rispondesse a nuove regole di gioco (rotpunkt) e un allenamento apposito per “quei” gesti.

Alla competizione indiretta che affiorava nel comportamento degli alpinisti sulle grandi pareti si affiancò (e qui fu grande il contributo della stampa e degli altri media) una competizione più diretta, alla ricerca di notorietà e successo conquistati su piccoli frammenti di roccia.

L’opinione pubblica, che fino a quel momento sapeva solo di Bonatti e di Messner, si trovò di fronte a uno “sport emergente”, a un gioco per il quale la vita era “sulla punta delle dita”. Le nuove avventure di un genio come Patrick Edlinger furono presto traslate a tutte le altre attività su roccia e ben pochi si ribellarono all’inevitabile mito emergente che affondava e affonda le sue radici nell’equivoco di un’avventura che ora sembrava a portata di tutti.

Alle falde del M. Turuddò (Monte Albo). Nel furgone bianco sono M. Mazzucchi, L. Salusso, R. Bonelli. Fuori: G. Azzalea, G. Beuchod, A. Gogna. 05.1981
Quando il “mezzogiorno di pietra” si spalancava con le sue meraviglie ai climber degli anni Ottanta (ph. A.Gogna)

Quindi niente più veloci scorribande sulle rocce, liberi di fare e di raccontare come si voleva. Bensì performance su corsie separate, sotto l’occhio attento di giudici se si arrampicava in gara.

Senza dubbio i migliori, quelli che dopo l’esperienza della Val di Mello e della Valle dell’Orco iniziarono a portare avanti l’arrampicata estrema sulle pareti vicino a casa, avevano e hanno ancora forti radici che in qualche modo li legavano al vecchio mondo del Nuovo Mattino. Ma questo mondo era condannato a un lungo periodo di assopimento: non servì a evitarlo neppure l’esportazione dei “100 Nuovi Mattini” che feci nel “Mezzogiorno di Pietra”.

Ci fu un momento in cui sembrava, per restare solo nel Sud Italia e nelle Isole, che null’altro esistesse se non la falesia con i suoi riti da monotiri. Le pareti, prima dell’avvento del cosiddetto multipitch, erano colpevoli di presentare solo vie “da suicidio” in fessure marce o placche improteggibili o con i chiodi “da schifo”; le coraggiose esplorazioni di tanti, che ho cercato di riportare in questo libro, sono state a lungo oscurate, neppure prese in considerazione, a tal punto che oggi molti loro itinerari sono stati ripercorsi con chiodatura a fix e rinomi­nati con indifferenza.

Fino a che i nuovi migliori hanno ben compreso come l’avventura abbia potuto avvantaggiarsi delle nuove capacità sportive e dell’allenamento: e qui è cominciata la nuova era, la nuova alba del free climbing.

Alessandro Gogna

da “La pietra dei sogni” (Versante Sud, collana “I Rampicanti”, 20 euro)

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