“Torneranno i prati” di Ermanno Olmi: un capolavoro o uno sterile lamento sulla guerra?

Brescia Winter Festival“Torneranno i prati” dell’ottantaquattrenne Ermanno Olmi, in cui si racconta una nottata sul fronte nord-est dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917, è davvero un capolavoro della decima musa come vorrebbe la stragrande maggioranza dei critici? Ampie riserve sul film vengono invece espresse in un saggio da Alberto Peruffo, scrittore, attivista, alpinista ed editore vicentino, concittadino di Olmi. Lo scritto appare nel catalogo del Brescia Winter Film che si apre venerdì 28 a Brescia. Lo proponiamo qui per gentile concessione dell’associazione “Gente di montagna” che per il quinto anno organizza la rassegna. Va precisato che numerose al BWF, di cui daremo in seguito ampie notizie, sono le prime visioni, due mondiali (con il film italiano “Snowboard alpinismo” e il francese “Sedna”, entrambi dedicati al mondo della neve) e diverse prime europee (“Union Glacer” e “Mile, mile and half” tra gli altri). Ventuno sono i film, nove gli stati da cui provengono, tanti gli ospiti che presentano personalmente il proprio film: tra questi Jeremy Collins, artista, alpinista, musicista e molto altro ancora. Ulteriori informazioni e il programma completo: http://bit.ly/1tNHG8g

Torneranno i pratiQuell’improbabile poesia

Dopo avere scritto il breve ed esplosivo saggio Consegna di immaginario, Davide Torri, direttore di un importante e coraggioso festival di cinema di montagna mi ha chiesto di scrivere un testo dove ci fossero montagna, freddo, neve, inverno e naturalmente cinema. Il caso vuole che ho assistito ad una delle prime proiezioni pubbliche del film Torneranno i prati di Ermanno Olmi, al cinema Lux di Asiago.

Importanti il contesto e il luogo. È una piovosa domenica autunnale. Con me una squadra di ragazzi giovanissimi, tra cui i miei figli, nonché una buona schiera di amici alpinisti con cui giro le montagne e l’Altipiano da molti anni. Accompagnare una “truppa” di giovanissimi a vedere un film di guerra è difficile, specie se l’autore è un grande maestro del cinema di impegno. Visto la “prossimità alle circostanze”, l’ho sentito come un dovere di padre. Vivo infatti tra una città militarizzata, Vicenza, e decine di migliaia di morti sepolti nelle montagne in cui sono nato e cresciuto.

All’uscita dalla sala, la prima cosa che ho cercato sono stati gli occhi dei miei compagni, giovanissimi e coetanei, per capire cosa gli fosse rimasto. Le loro prime impressioni. Retiniche, vorrei dire. Addirittura sonore. Che vanno oltre il suono e la luce. Infatti, su questo posso essere rapido, la fotografia (Fabio Olmi) e la musica (Paolo Fresu), come pure le scenografie e l’ambientazione, la luna su Cima Portule, sono tutte parimenti maestose.

Per non dire i metallici tocchi preziosi del percussionista Roberto Dani, quasi a sottolineare il silenzio e il rimbombo delle bombe, i due estremi di questo onirico film di Olmi. Ma per il resto devo dire che sono uscito sconfitto. Sconfitto nell’animo di combattente che vorrebbe trarre alimento per continuare a combattere per la giustizia e la libertà. Ho trovato la scrittura del film, la sceneggiatura, i dialoghi, i passaggi, molto deboli. Addirittura, in certi frangenti, infantili, dotati di una improbabile poesia che la guerra non ha. Sì, sappiamo che in guerra qualche volta si cantava… Ma questa confidenza di Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern dopo la durezza di Uomini contro non giustifica la debolezza del film di Olmi.

Olmi
Ermanno Olmi

Il primo fatto grave è che questa debolezza, quella del film, si trasferisce nel cuore e nella mente dello spettatore che esce dalla sala senza voglia di combattere per sconfiggere le cause delle guerre. Cosa ci si poteva aspettare da certe scelte di regia, dove il giovane ufficiale non poteva non essere che un amante delle umane lettere e della filosofia? E già questo dice molto sul “teatro” troppo disinnescato che si sta per solcare. Nell’unica scena magistrale, dal punto di vista attoriale, quella in cui l’attore “declama” una lettera alla madre, al Tenentino gli esce tremula dalla bocca un’infelice formula assolutoria, ipercattolica, che manda in malora l’intero film.

Che uomo sei se non perdoni? Ma cosa vuoi perdonare Olmi agli uomini infami che hanno voluto la guerra? Quando mai in quella folle indiscriminata caotica carneficina che è stata la Grande Guerra un soldato ha chiamato al perdono? Magari per i suoi superiori. Perdona perché non sanno quello che fanno. Un soldato! Non voglio certo invitare alla vendetta. Ma alla condanna sì. Alla condanna perenne. Senza riserve o prati che non torneranno se seminati dallo sterile lamento poetico che comunica questo film.

Il quale non offre neppure una chiara visione. Anzi, trasforma l’abnorme disperazione della trincea in pietà, suggerendo una formula assolutoria per le bassezze dell’uomo. Accreditata dallo stesso “alto” naturalismo poetico fatto di presenze animali gentili, topolini, lepri, volpi, inframmezzate da scene assolutamente improbabili e povere di qualsiasi verosimiglianza storico-narrativa: l’assurda e scontata uccisione di un soldato sulla neve da parte di un cecchino; il larice indorato e fulminato nel suo essere qui simbolo maltrattato; il teatrale suicidio di un commilitone che prima va a pisciare come le bestie che annusano l’entrata al macello; la corifeica quanto flebile bestemmia “Dio infame”, che sembra una dolcezza nella bocca dei soldati che a quel dio avranno sicuramente gridato “can e porco”, se non addirittura “mascio”. Parola di veneto.

Tutto sembra una “recita” ingessata, imbalsamata, accatastata sulla bravura degli attori, troppo attori, che tentano di essere salvati in extremis da un collage di pellicola storica assolutamente fuori luogo. Pori can, invece, ’sti soldati lo sono stati per davvero, come si accenna in un altro debole passaggio del film.

Attenzione però. Pori can bastonà insieme a noialtri, quando il cinema non fa il suo dovere, quando non consegna elementi sufficienti per continuare a lottare, ma inietta flebili poesie o puerili idiomi dialettali, avvalorando senza rendersi conto la retorica dell’Unione dell’Italia attraverso la guerra o, peggio ancora, improbabili assoluzioni di una follia mal raccontata.

Mille volte meglio allora il poco attendibile ma meravigliosamente pirotecnico per la coscienza… Uomini contro di Rosi. Perché da Asiago si esce dal cinema male accompagnati, con risposte che non sai dare, spiegando ai tuoi figli che pure il primo sponsor di questo film – secondo fatto ancora più grave – è un infame, etimologicamente parlando e secondo il giudizio di molti, istituto bancario.

I miei figli e i miei compagni mi guardano a questo punto con occhi sgranati. Spiego a loro che quella Banca che fa mostra di sé all’inizio del film è il primo sovvenzionatore occulto della militarizzazione della nostra città! Vicenza! La stessa  Banca che con il tax credit ora non solo si lava la mani apparendo il bravo sostenitore di questo film di impegno civile, ma diventa anche un abile imbonitore per una pletora di spettatori che non sanno più riconoscere le strade del male.

E che perdonano tutto. Come il debole Tenentino. Facendo diventare tutti i soldati eroi nazionali quando invece, sarò duro, quei soldati non hanno avuto il coraggio, la forza e l’intelligenza di ribellarsi alla guerra. Alla divisa! Di disertare fin dal primo giorno che le loro zucche percepivano la follia! Altro che eroi nazionali. Sottomessi alle barbarie e pavidi condannati alle forze del potere! Quanto gli stupidi produttori di questo film che l’hanno venduto a una banca che investe in economie di morte costruendo basi militari in un ridicolo scenario UNESCO, oltraggiando queste terre già martoriate da migliaia di morti! Che schifo.

“Di’ solo una parola e io sarò salvato”. Questo ci insegna il Fabio Fazio di turno. E questo fa cadere l’Italia teledipendente nella bassezza politica e culturale che non dobbiamo mai smettere di attaccare quando la vediamo apparire anche nelle forme e nei lavori dei registi che meno ti aspetti. Italia succube di una triste edulcorata televisione che allontana il grande cinema dal suo primo dovere. Quello di farti uscire dalla sala come un indomabile e incontenibile combattente.

Alberto Peruffo

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