La battaglia di Peroni per il popolo dell’Artico

Peroni
Robert Peroni

Finalmente l’amico Robert Peroni ha deciso di scrivere in italiano. Cioè anche in italiano perché normalmente parla in danimarchese e scrive in tedesco, almeno i libri sulle sue avventure. Recentemente ha presentato l’ultimo (“I colori del ghiaccio”, Sperling&Kupfer, 183 pagine, 15,90 euro) al Bookcity di Milano. Fantastico il libro e fantastiche le storie che racconta sulla sua Groenlandia, quella che sta morendo. Io amo Peroni proprio perché sta combattendo contro i mulini a vento, con una battaglia di retroguardia. Altro non può fare per resistere, assieme al suo popolo di Inuit, all’invasione dei bianchi armati di Tv, supermercati, motori per le banche e il resto. Come sempre la redenzione dei selvaggi era incominciata con le medicine e le case di legno che però erano accompagnate dall’alcol. Con una mano ti cura con l’altra ti alcolizza. È la solita storia successa ovunque c’era un paradiso. Una battaglia di retroguardia però si deve combattere sempre e Robert lo sa. Serve per ritardare la sconfitta e magari anche l’arrivo di quelli del petrolio perché, forse, nel frattempo, calerà il prezzo oppure succederà qualche cosa non prevedibile perché non è detto che vincano sempre le prepotenze. È per questo che tutti dovrebbero amare Robert Peroni.

Franco Giovannini

Colori del ghiaccioDa trent’anni al fianco degli Inuit

Con le parole che MountCity ha la fortuna di poter riportare qui sopra, lo scrittore, alpinista e imprenditore trentino Franco Giovannini rende omaggio all’amico Robert Peroni che ha avuto modo di conoscere nelle gelide distese della Groenlandia attraversate avventurosamente (Giovannini, salvo errori, raccontò l’esperienza in uno dei suoi libri più appassionanti, “Fra cinque minuti l’aereo parte”, Mare Verticale, 2011). L’antefatto. Nel 1983 a quarant’anni, Peroni ha lasciato il suo Sud Tirolo e si è trasferito in Groenlandia dove ha fondato la Casa Rossa, residenza turistica ecosostenibile che dà lavoro agli Inuit in difficoltà. Si racconta in questi giorni nel suo secondo libro, “I colori del ghiaccio”, dopo avere scritto per la stessa editrice Sperling&Kupfer “Dove il vento grida più forte (2013) sempre giovandosi della collaborazione di Francesco Casolo, milanese, appassionato di viaggi e natura. Peroni rivela nel libro che cosa ha scoperto in questi trent’anni di permanenza in Groenlandia: un popolo, gli Inuit, che sa accettare la morte e la felicità con semplice saggezza; uomini come Tobias il cacciatore e Anda il suonatore di tamburi che hanno imparato a vivere nelle case, ma sentono ancora il richiamo degli spazi infiniti dei loro antenati nomadi; e l’incanto di una terra, bella e insidiosa quanto i ghiacci che le danno forma. “Non vi è stato giorno”, racconta Peroni, “in cui non abbia avuto davanti agli occhi, almeno per un istante, l’altopiano groenlandese, un luogo senza orizzonte, nient’altro che un bianco purissimo e infinito”.

Sul concetto della purezza di quella terra che si riflette nei comportamenti di chi vi abita, Peroni si sofferma di frequente. Racconta con particolare intensità il suicidio degli anziani che tuttora, quando sentono di avere fatto il proprio corso e temono di gravare sulla famiglia si allontanano dal villaggio o dal clan di cui fanno parte e s’incamminano da soli fino a un pianoro innevato dove si adagiano sulla neve e aspettano la fine.

Non stupisce che Peroni concluda le pagine del suo nuovo imperdibile libro citando una massima degli Inuit per i quali tanto si è speso in questi trent’anni: l’anima non muore, passa.

Ser

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