Collegamento tra Zermatt e Val d’Ayas. L’opinione di chi lo condivide

“La progettata funivia tra Zermatt e la Val d’Ayas rappresenta una minaccia per il paesaggio del meraviglioso vallone delle Cime Bianche e dell’alta Val d’Ayas”. Così si sono espressi il 19 novembre in MountCity i milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, illustri studiosi della cartografia storica delle Alpi e assidui frequentatori della zona, proponendo un referendum da sottoporre agli abitanti della cittadina valdostana. L’argomento ha ottenuto un ragguardevole numero di “visite”in MountCity (più di 1700, finora) ed è subito dilagato sui social network suscitando commenti in genere positivi. Sicuramente in controtendenza è invece l’opinione che pubblichiamo, il cui autore si qualifica come “un professionista milanese appassionato di sci che trascorre gran parte dell’inverno in Val d’Aosta, a Breuil Cervinia” e si rivolge agli Aliprandi definendoli “simpatici vecchietti” senza tenere conto che le loro tesi potrebbero essere espresse con altrettanto vigore e competenza anche da persone di buon senso di qualsiasi fascia di età. (R.S.)

Ecomostri e bomboniere

La mia passione mi porta tutti gli anni a girare l’Europa per visitare nuove stazioni sciistiche e nuove montagne. Mi addolora profondamente constatare che in Italia, ogni volta che, anche nel comparto dello sci e del turismo alpino, viene fatta una proposta innovativa, lanciato un progetto di alto livello internazionale, con una valorizzazione tecnologica di risalto, la reazione che più spesso viene riportata dai media sia sempre “meglio di no,  bisogna preservare l’ambiente, chi l’ha detto che poi i vantaggi sono più degli svantaggi” e così via, con l’avvio del solito processo demolitorio che ha come conseguenza l’evidente immobilismo che sta facendo sprofondare in tutti i comparti il nostro paese ai livelli più infimi delle classifiche mondiali.

Di tanti pareri circolati sulla realizzazione della funivia da Saint Jacques al colle delle Cime Bianche, quale cerniera di collegamento del comprensorio di Cervinia-Zermatt a quello della Val d’Ayas – Champoluc e Monterosa Ski, opera che permetterebbe la creazione di un spettacolare domaine skiable di 550 chilometri di piste, su due nazioni e quattro valli, viene ora dato sulla stampa nazionale e locale particolare risalto a quello dei signori Aliprandi, rispettabilissime persone che hanno sempre amato le montagne valdostane e che invocano un referendum locale ad Ayas sulla realizzazione o meno di tale opera.

Qui il problema non è tanto quello di valutare l’opportunità di fare un’opera ardita o unica al mondo che possa avere delle conseguenze negative per l’ambiente, e sinceramente non mi sembra opportuno che siano i cittadini di Ayas a valutare, visto che i soldi che verrebbero impiegati per la realizzazione dell’opera sarebbero della Regione, e più specificamente quindi di tutti i contribuenti italiani, ma semplicemente quello di imitare nazioni più avanzate di noi e cercare di creare un comprensorio che possa competere con quelli già esistenti altrove, belli, perfettamente inseriti nell’ambiente naturale e ottimamente funzionanti. Nulla di eclatante dunque, soltanto il tentativo di colmare un gap che ci distanzia da nazioni più competitive.

Funivia St.Anton
Impianti tecnologicamente avanzati: la funivia Galzighbahn a St. Ankton (Austria).Nell’immagine in alto una promozione degli sport invernali.

Sentiamo infatti tutto l’anno le litanie degli operatori commerciali, albergatori e amministratori della Valle che si lamentano per il calo delle presenze, soprattutto italiane. Ed il problema non è certo la crisi economica: i comprensori austriaci e francesi sono strapieni anche quest’anno: provate a prenotare una settimana bianca a Courchevel o a Sankt Anton per il mese di febbraio 2015 se ci riuscite…

E perché tali comprensori sono strapieni? Perché le amministrazioni di tali località hanno saputo ampliare, diversificare e soprattutto completare l’offerta di servizi per la montagna e lo sci: i comprensori devono essere sempre più vasti, perché con l’avvento delle nuove tecnologie e di attrezzature sempre più maneggevoli ed efficaci, lo sciatore medio vuole spaziare, non fare la stessa pista trenta volte al giorno, nella valle bella e incontaminata ma con una seggiovia di quarant’anni fa…I comprensori delle Trois Vallées e delle Cinq Vallées in Francia, Sankt Anton, Leck e Ischgl Samnaun in Austria sono esempi eclatanti della realizzazione di questa offerta vasta e completa. E senza andare tanto lontano, il comprensorio del Dolomiti Superski è l’emblema del comprensorio moderno e vincente, con un afflusso di turisti ben più alto di quello che raggiunge la Val D’Aosta. Una regione che fonda la sua economia e la propria vita sul turismo di montagna non può dunque estraniarsi da queste logiche, e soprattutto non può accantonare l’evoluzione trincerandosi sempre dietro l’orrore dello stravolgimento ambientale, la cementificazione massiva, il dissesto orogenetico.

Non mi sembra che le località che ho citato siano famose nel mondo per i loro ecomostri o le loro montagne violate, anzi, tutt’altro: sono bomboniere se confrontate alla stessa Cervinia o a Sestriere. Venendo poi all’iniziativa dei signori Aliprandi, il riferimento alle delibere del 1974 del Comune di Ayas circa il blocco di costruzione di nuove funivie qualifica esattamente la natura della loro visione: vecchia e superata. Ha fatto benissimo il comune di Ayas a bloccare in quegli anni ulteriori speculazioni ed interventi che sarebbero stati sicuramente malfatti e invasivi. Ma ora sono passati quarant’anni, la tecnologia ha fatto passi da gigante e la cultura infrastrutturale è ben evoluta: impianti di risalita di ultima generazione hanno un impatto sull’ambiente ben diverso, le tecniche di costruzione non sono più invasive come una volta.

I signori Aliprandi, cui piace villeggiare ad Antagnod da quarant’anni, non hanno probabilmente mai visto la Galzigbahn di Sant Ankton, una funivia di ultima generazione a doppia fune con una stazione di partenza multilivello compattissima, di dimensioni ridottissime nonostante la mostruosa capacità di portata; o la funivia dell’Hahnenkamm di Kitzbuel, connessa con la stazione ferroviaria.

Per non parlare poi delle funivie di tipo 3S (ce ne sono 8 nel mondo), un ibrido fra funivia e cabinovia dalla notevole portata oraria su campate di ampiezza inimmaginabile con le vecchie tecnologie. La 3S di Kitzbuhel ad esempio, collega il comprensorio di Pengelstein a quello di Jochberg-Resterhöhe, lasciando del tutto incontaminata la vallata sottostante, scavalcata ad un altezza di 400 metri, la più grande distanza da terra del mondo. Altrettanto spettacolari e discrete per l’ambiente sono le 3S di Saas-Fee, di Val d’Isère e Bolzano. L’afflusso poi di macchine paventato dai signori Aliprandi francamente dipende da specifiche scelte delle amministrazioni: vi ricordo che a Zermatt, che ogni anno accoglie dieci volte i turisti di Ayas, non circola neanche un’automobile, ma solo auto elettriche e non da ieri, ma da trent’anni.

Concludendo, siamo tutti perfettamente d’accordo che sventrare Saint Jacques con le tecnologie e gli approcci degli anni 70 non ha senso, ma valorizzare un’intera regione con un intervento moderno, tecnologico ed efficace è doveroso, se si vuole che nei prossimi anni Ayas e la sua valle e la Val d’Aosta intera vengano considerati come mete turistiche interessanti dai turisti e dagli sciatori della nostra era e non solo da due simpatici vecchietti come i signori Aliprandi a cui va tutto il mio affetto e rispetto.

Enrico Maschio

enrico@materamaschio.it

 

18 thoughts on “Collegamento tra Zermatt e Val d’Ayas. L’opinione di chi lo condivide

  • 14/08/2015 at 13:20
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    Sinceramente, ma molto sinceramente, forse andrei a sciarci in inverno… non credo piu di quanto gia faccia, visto che comunque di impianti in valle ce ne sono già a sufficienza e un monterosa sky mi sembra già grosso abbastanza.. Ma soprattutto per i restanti sei mesi all’anno cambierei di certo zona, di fare alpinismo o escursionismo con le funi o le cabine che sbucano in mezzo a un bellissimo panorama come quello della valle d’ayas ne faccio volentieri a meno.. e di viaggi escursionistici e relative spese ne faccio molti di piu che non di sciate invernali…
    Vorrei vedere il progetto, ma così sulla carta sono assolutamente contrario, anche vedendo le foto postate sopra…
    Nel resto d’Europa si pubblicizzaziono e si ampliano le zone wilderness, tendenza degli ultimi 5 anni: un progetto del genere è quindi indietro almeno di un quinquennio.

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  • 24/03/2015 at 11:21
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    Il problema oggi sta nel fatto che senza turismo, in particolare modo senza turismo invernale, la montagna muore. Basti guardare la fine che hanno fatto i piccoli villaggi ed i piccoli alberghi nei paesi in cui gli impianti scarseggiavano, un giro per le valli della bergamasca, della Valtellina, delle alpi marittime e del Veneto dove la perdita di competitivita’ sul mercato delle vacanze ha portato al totale spopolamento dei villaggi. Se poi, a questo, si aggiunge anche la crisi dell’agricoltura si vede subito come chi e’ fuori finisca per perdere immediatamente le sostanze necessarie per sopravvivere. A poco contano le seconde case, o la ricettivita’ estiva, quando manca lo sci manca il pane. Il mercato si sta riducendo, la domanda di sci e’ in forte calo e si stanno trasformando i periodi di vacanza i rapidi mordi e fuggi sia per le ridotte possibilita’ economiche sia per la presenza di molte alternative alle classiche vacanze di una volta. Al calo della domanda alcune stazioni (o intere comunita’) stanno rispondendo con un miglioramento dell’offerta, unendo i comprensori e creando dei pacchetti fortemente orientati al turismo ed all’attrazione del poco rimasto, soprattutto quello straniero che si sta affacciando al nostro Paese (UK, Germania, Russia, Est Europa, America, Sud Africa etc …), in pratica stanno cercando di resistere e di porate via quello che possono a chi non puo o non vuole competere. A questo punto si potrebbe dire: differenziamo! puntiamo tutto sulla natura sul, relax, etc… Il problema in questa scelta e’ che si devono realizzare ugualmente tante infrastrutture, molte delle quali in Val d’Ayas ( ma anche Gresoney e valtournenche) non funzionerebbero bene. Terme, Piscine solarium di world class etc. sono cose che farebbero fatica a funzionare i valle dove non ci sono sorgenti termali e dove (con la sola eccezione di Brusson) il sole scarseggia nel pomeriggio. Restano l’alpinismo e lo sci. Senza impianti adeguati di arroccamento e senza infrastrutture anche l’alpinismo stenta, sono troppo pochi quelli che possono pensare o avere il piacere di effettuare una escursione o una salita in puro stile alpinistico (come una volta), troppo pochi per fare campare le valli. Nel caso in questione, ovvero del Vallone delle Cime Bianche, quanta gente si trova sul sentiero oltre l’alpe Ventina? Pochi. A volte mi sono trovato da solo anche nel periodo di punta delle vacanze, la passeggiata, infatti, pur non essendo difficile e’ molto lunga e richiede circa quattro ore di buon passo, ovvio che chi deve affrontare un simile sforzo punti a obiettivi piu prestigiosi, ovvio chi chi deve affrontare cime elevate si rechi nelle localita’ che permettono un arroccamento comodo con gli impianti di risalita. Pure gli alpeggi si sono spopolati per l’assenza di infrastrutture. Ed allora cosa facciamo? Sacrifichiamo tutto in nome del turismo meccanizzato? NO. Basta pensare bene e fare le cose per bene. Allora dimostrato che la costruzione dell’impianto sia una pura e semplice questione di sopravvivenza per le quattro valli Italiane ed anche per Zermatt (che ha gli stessi problemi ed e’ disposto a metterci i soldi!) si puo’ pensare di fare le cose per bene, senza scempio e riducendo a meno del minimo l’impatto sull’ambiente ed il territorio. La tecnologia ci aiuta, oggi esiste la possibilita’ di costruire impianti molto diversi da quelli di una volta. Esistono impianti chiamati 3S che sono un ibrido tra la telecabina di una volta (o MGD) e la funivia a va e vieni (detta anche ATW) che permettono di costruire l’impianto ad altezze elevate e con campate fino a 2500 metri senza la necessita’ di interferire con il terreno sottostante ed eliminando l’impatto della palificata necessaria a sostenere le telecabine. L’impatto visivo si riduce alle semplici stazioni di monte e di terra che, con un piccolo sforzo di architettura possono essere ben mascherate nel paesaggio (magazzino ed argano interrati e sovrastruttura in stile alpeggio) tanto da essere confuse con qualsiasi baita di montagna. La funivia si limiterebbe a volare sopra appoggiandosi, con dei sostegni bassi e abbastanza nascosti, ai pochi speroni rocciosi senza interferire con l’equilibrio idrogeologico della zona. Chi vorra’ passeggiare lungo il vallone potra’ comunque farlo senza vedersi rovinato il paesaggio, chi vorra’ giungere in quota rapidamente lo portra’ fare, chi vorra’ sciare lo pora’ fare, chi vorra’ fare fuori pista ne avra’ la possibilita’. Magari senza dire: voglio la Montagna fatta secondo le mie esigenze e non quelle di tutti gli altri, visto che la possibilita’ di convivere esiste.

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    • 26/03/2015 at 15:40
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      “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”… utile ricordare che nessun portatore di interessi particolari può ritenersi al di sopra dell’interesse generale. Quali sono qui gli interessi particolari e quelli generali? Si impone una attenta riflessione, soprattutto da parte di chi, novello positivista, proponga con qualche leggerezza la ricetta “magnifica e progressiva” della trasformazione generalizzata delle Alpi in “non luoghi” attraverso l’incentivazione tout court del turismo alpino funiviario (per non parlare di quello eli-volante).
      Per quanto la tecnologia di domani possa essere indefinitamente ritenuta migliore di quella di oggi l’orizzonte a cui dobbiamo sforzarci di guardare è il limite delle risorse su questa terra. Un concetto che fu teorizzato nel 1972 e che stenta purtroppo a divenire linea guida, a maggior ragione per chi pretende di formulare soluzioni inoppugnabili per le sorti di un ecosistema così fragile e delicato come le Terre alte.

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      • 27/03/2015 at 16:03
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        sono d’accordo con te su quanto detto, ma trovo la cosa difficilmente applicabile al caso in questione. Saresti in grado di fornire dei numeri reali in merito a quello che potrebbe essere l’impatto su quell’ecosistema che anche io considero fragile? Io, nonostante la ventennale esperienza nella costruzione di infrastrutture di vario genere, trovo veramente difficile quantificare un impatto dell’impianto in progetto al di fuori di quello visivo che, nonostante tutto, resterebbe estremamente contenuto. Semmai, se proprio vogliamo parlare di opere che hanno avuto un impatto, anche grave possiamo citare i famosi ru di cui, invece, la valle va molto fiera, o le famigerate strade inter poderali, senza le quali la pastorizia in quota non avrebbe piu avuto senso; tutte cose che, sebbene impattanti a poco aventi a che fare con il turismo sono state ben accettate, anzi si e’ trovato il modo di fare si che potessero essere funzionali al turismo, classico esempio di due piccioni con una fava. Ciononostante l’ambiente alpino non e’ morto, anzi … semmai l’ambiente alpino sarebbe morto se nulla fosse stato fatto, e cosi e’ e cosi sara’ sempre. Idem dicasi per lo sci, quanti di voi sono in grado di identificare con certezza il percorso delle piste da sci in estate dove sono stati effettuati i lavori di ri-semina e di ambientamento com sulle piste dell’ostafa? Solo Pochi ingegneri esperti ed estremi conoscitori della materia che sono in grado di riconoscere i piccoli segni rimanenti, nessun turista, nessun alpinista.
        Ripeto prima di generalizzare e sparare a caso sui possibili impatti all’ambiente prego portare documentazione e valutazioni serie, tali da potere essere ripetute e contestate, solo in questo modo si potra’ fare dell’ambientalismo serio e della seria tutela dell ambiente alpino, invece la mia carriera professionale si scontra esclusivamente con gente che suppone, pensa, dice, cerca cavilli per ricorrere e regolarmente perde, ottenendo solo il risultato di peggiorare le cose.

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        • 27/03/2015 at 16:50
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          Grazie ing. Pelosi per le sue puntualizzazioni. Sono corretti i suoi riferimenti ad altre infrastrutture che ugualmente impattano sull’ambiente… e talvolta vengono abbandonate, così come le funivie del resto, che lasciando tristi tracce sui monti. Chi scrive non considera come lei la questione da un punto di vista esclusivamente quantitativo ma invita a considerare prima di tutto la frattura simbolica che questi impianti, proiettati sempre più su alte quote considerata la scarsità di innevamento, operano sul territorio alpino aprendo valichi innaturali e, senza limiti appunto, lasciando intendere possibilità di colonizzare turisticamente infiniti spazi “senza quasi lasciar traccia”. La invito nuovamente a considerare meglio il concetto di limite, in senso leopardiano magari, se può aiutare, così che si convinca anche lei che le Alpi trasformate in un indefinito reticolo funiviario saranno domani un luogo svilito e triste. Persino dico io se qualche uomo di grande ingegno inventasse la vernice che rende invisibili funi cabine e stazioni. Si immagini che il Club Alpino Italiano ha deciso che non possano più essere realizzati, sotto la sua egida, nuovi bivacchi in quota se non in sostituzione di altri esistenti. Per non parlare delle vie ferrate considerate talvolta troppo impattanti… pensi ai “sofismi” sulle chiodature eccessive o altre molteplici questioni che appassionano gli alpinisti. Immagino che per chi come lei è abituato a misurare le Alpi con la lunghezza delle gittate delle funi tutto ciò risulti quanto meno ridicolo… ecco forse perché è così difficile intendersi.

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  • 20/01/2015 at 16:00
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    Non saprei davvero… Ma ribadisco: cosa si vuole fare per “rilanciare” la montagna?

    PS – Ora mi aspetto che gli Aliprandi e soci si scatenino contro Eat Italy a Helbronner…. Altrimenti, come sempre, siamo al NIMBY, not in my back yard… ovunque ma non da me…

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  • 15/01/2015 at 17:10
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    L’unica cosa che mi viene in mente è: scusate, ma il disastro fatto dalle seconde casa di milanesi e torinesi (che per di più non servono a niente e nessun altro che ai proprietari, siano presenti o meno)? Certo, complici i valligiani qui e là che vendendo stalle a peso d’oro (no, platino) si fanno le vacanze alle Bahamas…
    Suvvia, il problema non sono gli impianti, è la mentalità. Italiana.
    Tutti e subito.
    Ha ragione sicuramente il signor Maschio: guardate Zermatt.
    Se si vuole, si può fare un bel lavoro anche da noi.
    Magari per dimenticare gli scempi di Cervinia….

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    • 16/01/2015 at 12:51
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      ciao Marco, la mentalità italiana prevede se per questo anche un continuo sfoggio di esterofilia, francamente poco produttivo… ogni luogo ha una sua specificità, a ogni quota e latitudine, e per questo ti invito a non far di tutta l’erba un fascio: se qui in Italia si patisce una urbanizzazione selvaggia (e questo è innegabile) non dobbiamo per questo sdoganare forme ancora più subdole di colonizzazione di massa dell’ambiente naturale le quali piuttosto che risorse per le economie alpine finiscono per rivelarsi sempre più come volani di spreco di risorse pubbliche, oltre che fattori di disequilibrio ambientale, idrico e floro-faunistico… chi ama il luna park se lo faccia in città!

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      • 17/01/2015 at 14:01
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        Caro Lorenzo, ammetterai però che esistono anche delle belle contraddizioni… Si dice, da una parte, di ridare vita alle nostre montagne abbandonate… e dall’altra né si propone nulla (di seriamente costruttivo) ma solo si dice no a qualsiasi “tentativo”… Ben venga il dibattito, ma mi aspetterei, sinceramente, che si dessero o proponessero alternative.
        La Val d’Ayas deve rimanere un (bellissima) valle abbandonata alle seconde case e a una vecchia funivia, o svilupparsi in qualche modo?
        Tieni presente che non parteggio per funivie sciistiche, non scio più da anni… ma non disdegno il fatto di poterle prendere, anche d’estate, quando ci sono… (esattamente come han fatto quando faceva loro comodo (e deturpavano lo stesso) tutti i paladini odierni del “basta funivie”…

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        • 20/01/2015 at 00:06
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          Caro Marco, tutte ottime argomentazioni le tue, ma non mi pare qui si parli del piacere di farsi trasportare in alto da un impianto a fune, per quanto magari vecchiotto, e purchè sicuro… ma della volontà deliberata di trasformare sistematicamente la montagna in un tapis roulant… e gioca un ruolo fondamentale la tecnica: la velocità degli impianti, la pressione dell’acqua negli sparaneve, la velocità nel batter la pista di notte col gatto, e nel prosciugare bacini idrici… cosa c’entra la montagna e soprattutto cosa centra più l’uomo in tutto ciò? Quanto alle seconde case stai certo che quelle nuove che si faranno con le nuove funivie non saranno da meno… da questo punto di vista in effetti qui nel belpaese non c’è limite al peggio.

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  • 12/01/2015 at 14:40
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    Egregio signor Maschio, Lei ha ragione, i ritorni a livello mondiale di un tale comprensorio sarebbero eccezionali ma non credo che tutti abbiano l’IQ necessario per capirlo.

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  • 06/01/2015 at 20:09
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    Non entro nel merito delle considerazioni di Enrico Maschio, perché la montagna non esiste solo d’inverno, innevata naturalmente o artificialmente per il nostro piacere sciistico, ma esiste tutto l’anno e a prescindere dagli esseri umani. La montagna, la natura ci precedono, e ci chiedono attenzione e rispetto per contemplarne appieno la bellezza. Fatta questa premessa, vorrei che ci soffermassimo sulla peculiarità dell’ambiente o meglio degli ambienti naturali che si attraversano salendo da Saint Jacques alle Cime Bianche. Per chi conosce bene la val d’Ayas, è evidente che tale ricchezza di ecosistemi non si riscontra in altre pur bellissime passeggiate. La salita nel bosco accanto al ruscello, l’arrivo nel punto da cui trae origine il canale Courtod, la salita sul fianco della montagna a destra, l’aprirsi di paesaggi brulli con terreni muschiosi… Mi farebbe molto piacere se nel dibattito intervenisse un naturalista o un geologo che ci spiegasse e documentasse la varietà di questi ecosistemi, e quanto anche solo quattro piloni (come recentemente intitolava un articolo sulla rivista Sette del Corriere della Sera) possano sconvolgere fragili e preziosi equilibri di flora e fauna, frutto di secoli di adattamento delle diverse specie al luogo e della costante interazione reciproca. Grazie! Antonia Prandi

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  • 04/12/2014 at 14:27
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    Grazie sig. Maschio per aver suggerito ai lettori di questo blog una nuova e irrinunciabile opportunità: il turismo impiantistico.

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    • 07/01/2015 at 00:22
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      Mah, ne’ nuova ne’ irrinunciabile, un semplice dato di fatto….

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    • 20/02/2015 at 10:41
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      E’ ovvio che il turismo in montagna è per buona parte impiantistico, una passeggiata salutare la si può fare anche nelle campagne vicino a Milano o a Torino e non prendere la macchina e sgasare fino alla propria casetta Antagnod, pretendendo pure che non ci vengano altri, ma contemporaneamente che gli impianti esistenti vengano manutenuti e perchè no potenziati.
      Vorrei segnalare che il trasporto a fune è uno dei modi di trasporto più ecologici e sicuri, sicuramente da inserire in contesti ben studiati, concentrando gli interventi in poche località ad alto valore turistico, promuovendo una valorizzazione del territorio, delle colture locali e delle persone che non lavorano direttamente per il turismo lasciando il giusto sfogo alla natura.
      La gente maggiormente va dove ci sono servizi e opportunità, chi vuole una valle meno turistica non ha che l’imbarazzo della scelta, Champorcher, Valgrisanche, Valsavaranche, Valpelline, Cogne

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      • 24/02/2015 at 18:13
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        Giuste osservazioni Giangui, aiutano a capire quanto l’estensione e la capillarità dei sistemi trasportistici, se non limitati e circoscritti, possa crescere a dismisura, paradossalmente senza limiti… a poco vale invocare l’intelligenza e capacità pianificatorie quando dietro a queste funi si muovono prevalentemente interessi economici e speculativi

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