Incolpare l’imponderabile non basta

Come mai tanti alpinisti esperti morti in montagna? si chiedeva Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di lunedì 15 dicembre commentando la morte sul Gran Sasso di una guida alpina e responsabile del soccorso alpino di una cittadina abruzzese travolto e ucciso con un amico da una cornice di neve crollata sopra di loro. L’opinionista, che sappiamo avere una buona dimestichezza con l’alpinismo e le sue tecniche, crede di poter escludere che sia stata commessa qualche imprudenza. Ma certo, la vera colpa è dell’imponderabile. E cita l’alpinista e musicologo Massimo Mila secondo cui “il rischio resta inevitabilmente connaturato all’alpinismo”. Forse tra i numi tutelari citati ci stava anche Mario Rigoni Stern, convinto che nessuno andando in montagna abbia in tasca la certezza di fare ritorno.

E allora dobbiamo tutti noi alpinisti sia pure all’acqua di rose rassegnarci all’imponderabile? Con tutto il rispetto per chi ci ha lasciato, la diagnosi è probabilmente più complessa e in certi casi semplificare non giova se si intendono offrire contributi per una seria prevenzione dei rischi che fanno pur sempre parte del gioco.

Se riteniamo che il destino sia il solo arbitro della nostra vita, il discorso è automaticamente chiuso. André Roch sosteneva che gli esperti muoiono sotto le valanghe perché le valanghe non sanno che sei esperto. Ma non era propriamente un invito ad abbassare la guardia. Quanti incidenti non sono forse dovuti alle “illusioni cognitive”, ovvero agli errori di valutazione compiuti da una singola persona? Per stabilirlo, i tecnici dall’Accademia della Montagna di Trento hanno programmato una ricerca su 304 frequentatori della montagna di Trentino-Alto Adige e Veneto denominata “Errori cognitivi nella valutazione del rischio valanghe”. Senza peraltro chiarire perché le persone frequentino le montagne anche in condizioni rischiose, ignorando o sottovalutando l’indice di pericolo presente nei bollettini nivo-meteorologici.

Ma oltre alle “illusioni cognitive”, a complottare insieme con l’imponderabile sarebbero anche le cosiddette “trappole euristiche” (euristico è, secondo la Treccani, un procedimento intuitivo che consente di rendere plausibile un risultato tutto da verificare). L’argomento è stato trattato nel 2008 in un dossier sul periodico dell’Aineva “Neve e valanghe”, a cura dei tecnici Anselmo Cagnati e Igor Chiambretti. A proposito di fattore umano e, appunto, di trappole euristiche negli incidenti in valanga, si è avuta conferma nel dossier che la maggior parte avvengono per errori umani.

“Una bassa percezione del rischio”, spiegano Cagnati e Chiambretti, “e un’eccessiva familiarità con un certo pericolo o uno scarso autocontrollo sulle proprie pulsioni tende a far sottostimare le conseguenze e la probabilità di venire coinvolti in incidenti in valanga, il 69% dei quali avviene non a caso su pendii comunemente frequentati dalle vittime”.

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Una valanga si stacca in inverno dallo sperone Mummery al Nanga Parbat (ph D. Nardi, per gentile concessione)

Quali sono le trappole euristiche più comuni? Una tabella ne elenca sette, ognuna delle quali accuratamente descritta con esempi e comportamenti da tenere. Eccole: familiarità (con un itinerario), eccesso di determinazione, ricerca del consenso sociale, aura dell’esperto e istinto gregario o effetto gregge, competitività sociale, scarsità ed euforia, effetto di apprendimento negativo. In quest’ultimo caso, raccomandano i ricercatori, “si deve imparare a valutare criticamente non solo le gite nelle quali si è verificato un incidente, ma anche quelle che si svolgono senza problemi, chiedendosi se il rischio era accettabile o meno”.

Si è anche letto sul Corriere, a proposito della recente sciagura sul Gran Sasso, che d’inverno i versanti nord sono in genere sicuri perché la temperatura si mantiene stabile. Si sarebbe invece dovuto argomentare, senza per questo voler gettare ombre sul comportamento dei malcapitati abruzzesi, che in questa stagione il vento in quota può creare neviflusso. Che vi sono lastroni di neve ventata in prossimità delle creste. E che perciò occorre prestare la massima attenzione: i lastroni possono essere mascherati dalla nuova neve.

Parce sepultis, è evidente che specialmente in inverno la valutazione dei rischi in montagna non è una faccenda da risolvere in termini puri e semplici di fatalismo. Non è soltanto, insomma, una faccenda d’imponderabilità.

Ser

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