Pericolo imprevedibile e rischio calcolato

“Antropologia del rischio nella pratica dello sci” è stato il tema affrontato dal professor Annibale Salsa, presidente del Comitato scientifico dell’Accademia della Montagna del Trentino e past presidente generale del Cai, al VII Forum giuridico europeo sulla neve che si è svolto a Bormio (SO) il 13 dicembre 2014 con il coordinamento di Gianfranco Avella, procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Particolare attenzione è stata, come sempre in questo simposio, dedicata agli aspetti generali della sicurezza nelle aree sciabili attrezzate e nelle aree innevate libere. Per gentile concessione, MountCity pubblica un estratto dell’intervento del professor Salsa. Il documento estende allo sci praticato nei comprensori le riflessioni che già l’autore ha formulato per le attività libere in montagna (alpinismo, scialpinismo, escursionismo e sciescursionismo). “Con la differenza”, puntualizza il professor Salsa, “che, per le attività libere, si deve accettare l’alea del pericolo imprevedibile in senso oggettivo, mentre per lo sci da pista vale l’applicazione del concetto di rischio calcolato e quindi prevedibile in senso oggettivo. Ovviamente, dal punto di vista soggettivo, tutto è rimandato alle capacità del praticante ed alla nozione di colposità (imperizia, imprudenza, negligenza)”.

Salsa a incontro seniores 2009 copia 2

L’intervento del professor Salsa

Uno dei tratti costitutivi più rilevanti della società contemporanea è rappresentato dalla ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di quella che molti scienziati sociali hanno definito “società securitaria” o “società del rischio”. Tale società si ispira a modelli culturali nei quali il calcolo del rischio non ammette gradi di approssimazione o di errore. Tutto deve rientrare all’interno di una prevedibilità matematicamente e statisticamente fondata. Anche l’esperienza vissuta e la pratica consuetudinaria non possono essere ritenute sufficienti. In tale valutazione del rischio, l’oggettività dell’approccio riduce sensibilmente la rilevanza soggettiva della responsabilità etico-morale. Si creano, in tal modo, i presupposti della de-responsabilizzazione. Una distinzione significativa e che non risulta essere affatto bizantina è quella fra il concetto di “rischio” ed il concetto di “pericolo”. Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha più alcun senso: anzi, suscita scandalo.

Si produce così uno scontro fra la cultura della prevedibilità (rischio) e quella della imprevedibilità (pericolo). La prima appartiene alla società tecno-scientifica, la seconda alla società pre-scientifica anteriore alla nascita della società moderna. Se trasferiamo tali assunti teorici alla pratica della montagna, andiamo incontro al grande conflitto fra libertà e sicurezza. Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà”, secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà.

L’egemonia della tecnica (tecnocrazia) e la ricerca di un tecnicismo senza limite impongono la codificazione di protocolli che vorrebbero rilasciare garanzie assolute. Il fine dichiarato è quello di porre al riparo chi pratica o organizza attività pericolose dai danni morali e materiali derivati dall’esercizio di tali pratiche.

Bormio
Una veduta di Bormio, in Valtellina, e delle sue piste.

In questa ottica, ogni incidente non viene più imputato all’imprevedibilità degli eventi, alla dimensione dell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” ossia calcolabile delle regole e delle procedure. Scatta, quindi, l’effetto «blaming», ossia il meccanismo psichico-culturale dell’attribuzione di colpa (confrontare, in proposito, il saggio di Mary Douglas, Risk and Blame, 1994, trad. it. Rischio e colpa). Demandare in senso assoluto alla tecnica, alla strumentazione, all’abbigliamento la garanzia della sicurezza conduce, pertanto, a ridurre drasticamente le misure di autodisciplina e di auto-responsabilizzazione.

La casistica di molti incidenti di montagna – alpinistici, escursionistici, scialpinistici – è riconducibile proprio a tale concezione del rischio calcolato. Ma, a questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni.

La montagna non è una tecnostruttura. E’ spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile. Limite relativo a ciascuno di noi e difficilmente calcolabile in senso oggettivo ed assoluto. Nella «società del no limits» le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile ed aumentabile a piacere. L’alpinismo, invece, è l’oasi – forse l’ultima – della libertà umana e, come tale, deve essere riconosciuta.

Tuttavia, se dalle pratiche di frequentazione della montagna in ambiente naturale (alpinismo, escursionismo, sci-alpinismo, sci-escursionismo) ci spostiamo nell’ambito delle attività che si svolgono su terreni infrastrutturati (palestre di arrampicata, vie ferrate, piste da sci alpino, piste di sci da fondo) si entra invece in un ordine di valutazioni completamente diverso. Da un terreno caratterizzato da situazioni di pericolo del tutto imprevedibili, si passa a “terreni di gioco” veri e propri, in cui la prevedibilità diventa scientificamente misurabile. Fenomeni naturali come valanghe o tracciati non sicuri non dovrebbero rappresentare fattori di pericolo per l’offerta sciistica dei domaines skiables, dei comprensori sciistici.

La pratica dello sci in tali contesti, se si esclude l’alea soggettiva dell’errore individuale, dovrebbe rappresentare un esempio di rischio calcolato. Mentre nell’esercizio delle attività sciistiche fuori pista la libertà/responsabilità individuale è ineluttabile e non sindacabile, nelle attività sciistiche su pista la responsabilità dei gestori dovrebbe limitare – anche se non escludere – l’incidenza dei fattori oggettivi nel verificarsi di incidenti. Il senso del limite si sposta, pertanto, dall’ambito soggettivo a quello oggettivo.

Annibale Salsa

Marco Del ZottoIl parere dell’avvocato Del Zotto

Sciare fuoripista, su nevi che in poche ore possono cambiare caratteristiche e consistenza, in terreni accidentati e alberati, richiede un’ottima tecnica di discesa e un’adeguata esperienza. Un tempo lo sci era riservato a una ristretta élite di appassionati, che si guadagnava l’ebbrezza della discesa con lunghe e faticose salite con le pelli di foca, maturando in anni d’impegno l’esperienza e la tecnica. Oggi, gli impianti di risalita e la realizzazione di piste da sci sempre più evolute hanno reso la pratica di questo sport accessibile alla massa degli sciatori, con larghi margini di sicurezza, pur mantenendo vive le emozioni del rapporto con la magia della montagna invernale, almeno per chi le sa cogliere.

L’abitudine a sciare in sicurezza. Sono proprio le piste battute, preparate dai “gatti”, prive di ostacoli e di pericoli che hanno consentito la diffusione dello sci. Chi ha provato a uscire dalla pista battuta, anche per un breve tratto, e ha abbozzato qualche tentativo di curva, è presto rientrato sulla superficie levigata e sicura della pista, rendendosi subito conto della differenza. Negli ultimi anni, lo “stato dell’arte” del mondo dello sci ha visto moltiplicarsi le misure di sicurezza, per garantire l’incolumità degli sciatori. Sono stati corretti i tracciati pericolosi, è aumentata ed è stata resa più chiara la segnaletica, sono state apposte le necessarie protezioni in prossimità di dirupi e di rocce, le piste vengono quotidianamente preparate e manutenute e sono prive d’insidie.

Nessuna tutela per chi lascia la pista. Lo Stato italiano ha adottato – ormai da oltre dieci anni – una normativa specifica sulla sicurezza dei comprensori sciistici. E la giurisprudenza si è espressa anche affermando che il gestore di una stazione invernale è tenuto “contrattualmente” – in virtù della vendita dello skipass – ad offrire allo sciatore questo pacchetto di garanzie. Se lo sciatore abbandona la pista segnalata e battuta e si avventura su terreno aperto perde tutte queste tutele e, in caso d’infortunio, non potrà che imputarlo alla sua imprudenza e alla sua inesperienza. L’insidia tipica del fuoripista è il distacco di valanga che – secondo i dati rilevabili dalle statistiche di tutto l’arco alpino – nella stragrande maggioranza dei casi viene provocato dallo stesso sciatore che ne viene travolto. E’ il “classico” taglio del manto nevoso, provocato dalle lamine i sci e snowboard nonché dal peso dello sciatore che causa il distacco e lo slittamento a valle del pendio; con la conseguenza, non infrequente, di travolgere anche gli sciatori che si trovano sul percorso della valanga.

Forum Bormio
I relatori al VII Forum Giuridico Europeo della Neve (Bormio, 13 dicembre 2014)

Niente responsabilità per il gestore. La scelta di uscire dalla pista battuta da parte dello sciatore esonera il gestore del comprensorio da ogni responsabilità. Lo dice chiaramente anche l’art.17 della legge n°363/2003, che riporta testualmente: “Il concessionario e il gestore degli impianti di risalita non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuoripista serviti dagli impianti medesimi”. Sarà pertanto lo sciatore, o l’esperto al quale si sarà affidato – maestro di sci, guida alpina o istruttore – ad assumere la responsabilità di questa scelta: sia per gli eventuali infortuni che gli possono accadere, sia per le conseguenze dannose che possa causare ad altri.

Regole di base per la sicurezza. Accenniamo solamente ad alcune regole di sicurezza di base. • La scelta del fuoripista richiede la perfetta conoscenza del percorso e dello stato del manto nevoso. Sull’arco alpino e sugli Appennini non sono molti i grandi spazi che ricordano i territori degli Stati Uniti. I pendii sono spesso ripidi e boscosi, possono essere interrotti da salti di roccia, e la neve fresca può nascondere massi o avvallamenti imprevedibili. E’ necessaria perciò un’ottima tecnica di discesa, a meno che non si tratti di un pendio aperto, poco ripido, utile per le prime esperienze. In ogni caso, il percorso dovrà essere assolutamente adatto alle capacità di ciascuno. • Più difficile valutare la stabilità e la sicurezza del manto nevoso. Il bollettino delle valanghe, ormai consultabile “on line” per tutte le regioni, dà delle informazioni fondamentali sullo stato della neve, sulle previsioni meteo, sul pericolo di distacco di valanghe graduato da 1 a 5. Ma si tratta d’indicazioni per un territorio piuttosto ampio, che vanno integrate con la valutazione della situazione del posto in cui ci si trova. Ciò che conta è infatti valutare insieme ai dati che ci fornisce il bollettino, la stabilità e la sicurezza del pendio che ci accingiamo a percorrere. Questa valutazione che può essere definita “incrociata” – che è certo la più difficile – richiede esperienza e la conoscenza dei luoghi, la nostra o quella di chi ci accompagna. • Nessun percorso fuoripista, nemmeno accanto agli impianti di risalita, può essere affrontato senza avere indossato un Arva: quello strumento elettronico che consente d’individuare con rapidità, tramite l’intercettazione di un segnale, lo sciatore che sia stato sfortunatamente sepolto da una valanga. Salvo rare eccezioni, il tempo utile per salvare un travolto da valanga non supera i 20/30 minuti. Un soccorso così veloce può essere fatto solo dai compagni di discesa rimasti indenni, ed anche questa è una ragione più che convincente per non avventurarsi mai da soli su un percorso fuori pista. • A riguardo non possono essere dimenticate neppure la pala e la sonda: strumenti parimenti indispensabili quando ci si reca fuoripista. Sulla loro obbligatorietà, ricordiamo che ne fa espressa menzione anche la legge regionale del Piemonte. • Ma attenzione anche ad un’altra insidia che non può essere sottovalutata: la superficie ghiacciata del pendio da scendere. Il vento ma anche gli sbalzi di temperatura, soprattutto nel periodo primaverile, ne possono essere la causa. Una caduta in tali condizioni si trasforma in una scivolata inarrestabile, con conseguenze facilmente intuibili. • L’osservanza di queste poche regole di prudenza e d’esperienza può certo garantire un sufficiente margine di sicurezza verso se stessi e verso gli altri ma, nell’incertezza, non c’è dubbio, è meglio restare sulle piste battute, rinviando a un momento migliore la scelta del fuoripista.

La superficialità aumenta il rischio. La pratica dello sci fuoripista in questi ultimi anni è diventata un fenomeno sempre più diffuso. Ma, purtroppo, le conoscenze tecniche, l’esperienza e le valutazioni che prima e durante la discesa gli sciatori devono compiere per percorrere l’itinerario in sicurezza, troppo spesso sono insufficienti. La superficialità e la leggerezza prendono così il sopravvento, determinando un forte aumento dei rischi connessi alla pratica di questo sport. Ritengo purtroppo stia prendendo il sopravvento la concezione che libertà – intesa nella sua accezione più ampia e ricomprendente anche il diritto di andare fuoripista – per ciò che qui interessa, significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi. E’ la concezione del turista del giorno d’oggi, che può essere definito “consumatore”, per il quale la montagna non è più il luogo di formazione, di confronto con se stessi, da vivere e rispettare e che consente, con il tempo, di giungere a una crescita culturale e interiore. Ma quello del puro godimento rapido, effimero, che si pretende, o si è erroneamente convinti, sia anche garantito. E’ la montagna del “mordi e fuggi”.

Educazione alla montagna. Sono peraltro convinto che la strada da seguire sia quella dell’educazione alla montagna e della necessità di aumentare e meglio indirizzare l’informazione agli sciatori in pista e fuoripista, per ridurre i margini di rischio. Serve il contributo di tutti. Solo così si potranno ottenere risultati tangibili, nell’interesse primario dell’incolumità degli sciatori ma anche, conseguentemente, del “mondo montagna” e dei suoi operatori.

Marco Del Zotto

Avvocato e maestro di sci

da http://www.montagnaonline.com/

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