Il ghiaccio si colora di swing

Nell’affascinante manuale “L’arte del ghiaccio” di Jerome Blanc-Gras e Manu Ibarra (Versante Sud, 215 pagine, 32 euro) il nome di Franco Cerri manca. Lacuna comprensibile: il maestro Cerri, il chitarrista più autorevole in Italia nel campo del jazz, come si può leggere in Wikipedia, pratica un genere diverso di arte e adotta uno strumento, la chitarra, con cui ci conduce da tempo immemorabile sui sentieri del jazz. Per l’esattezza da quando, nell’immediato dopoguerra, entrò nell’orchestra di Gorni Kramer facendo di tutto per cancellare swingando gli orrori del conflitto: così come gli alpinisti dell’epoca, comunque la pensassero, deponevano il moschetto e riprendevano a stringere tra le mani la piccozza.

Una tradizionale picca forgiata da Charlet-Moser negli anni Settanta è lo strumento che, per la prima volta in vita sua, questo milanesissimo “signore delle note” ha accettato per gioco di impugnare su invito di MountCity che ha anche provveduto a immortalarlo. Un piccolo, innocente intermezzo al termine di una colazione tra amici appassionati di montagna.

Cerri suona
Il maestro Cerri e la sua inseparabile chitarra.

Alla vista dell’attrezzo, il maestro si è lasciato prendere da quella curiosità che a 88 anni ancora si esprime con l’eleganza del fraseggio, con il tocco inconfondibile, con la spontaneità che è possibile ritrovare nel suo nuovo disco “Barber Shop” registrato con un’eccezionale cordata di musicisti: Dado Moroni (pianoforte), Riccardo Fioravanti (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria). Vi sono registrati dieci splendidi brani che vanno da Gershwin (But not for me) ad Antonio Carlos Jobim (Corcovado).

Si può disquisire a lungo sulle affinità che legano la creatività dei “conquistatori dell’inutile”, come il francese Lionel Terray ha definito, bontà sua, gli alpinisti, e l’improvvisazione jazzistica legata a determinati schemi ma pur sempre nel segno della massima libertà espressiva. Coincidenze non mancano. Mentre Cerri entrava di soppiatto, ancora ragazzo, nell’universo dello swing tanto inviso al fascismo, l’alpinista e musicologo Massimo Mila che tanti autorevoli scritti di alpinismo ci ha lasciato, subiva la persecuzione delle camicie nere ed era costretto al confino. In un caso e nell’altro le esperienze controcorrente di Cerri e Mila all’insegna della libertà, senza la quale non avrebbero alcun senso né il jazz né l’alpinismo, incontrarono l’insulsa opposizione del regime.

Cerri con Intra
Con il pianista Enrico Intra durante un divertente duetto (ph. Serafin/MountCity)

Particolare curioso. Mentre lo swing di Cerri filtrava in sordina dalle cantine e dai microfoni di Radio Tevere sfidando le orecchie della milizia, gli alpinisti conoscevano (secondo Mila) ondate di esecrazione pubblica. Specialmente quando, durante la guerra, “attraversavano la città con piccozza e ramponi, oppure con un paio di sci sulle spalle, rischiando di passare qualche guaio e facendo una pittoresca raccolta di inviti a recarsi sul Don”.

Nell’impugnare la piccozza, c’è da giurare che il maestro Cerri da uomo di lettere, autore con Pierluigi Sassetti della documentata autobiografia “Sarò Franco” (Arcana Jazz, 2013), abbia intuito forse in modo inconsapevole ciò che Camillo Giussani scrisse nel remoto 1927 sulla Rivista del Cai: in ogni ascensione degnamente compiuta c’è uno stile d’arte e un gesto di bellezza. Idem per quanto riguarda una jazzistica jam session. Senza contare che tra alpinismo d’élite e pentagramma si è più volte compiuto in passato una specie di corto circuito. Basti pensare a figure di celebri alpinisti e musicisti come  Gabriele Boccalatte, fuoriclasse torinese diplomato al conservatorio, o del mantovano Ettore Zapparoli, romanziere e compositore, grande amico di Dino Buzzati, perito tra i ghiacci del Monte Rosa.

Ser

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