Un secolo e mezzo di turismo invernale in Engadina. Ma intanto quassù sembra primavera e i laghi non gelano

Svizzera 150Non è certo colpa dei grigionesi se i centocinquant’anni di turismo invernale in Engadina si celebrano nel momento sbagliato, mentre il riscaldamento globale rende quassù l’inverno una semplice comparsa, riducendo drasticamente i percorsi a disposizione di noi fondisti e impedendo ai laghi di gelare. Ma a pensarci bene è sempre stato il sole più che la neve ad attrarre i turisti in queste lande care al pittore Segantini (che riposa in pace nel cimiterino del Maloja) e a imporsi anche nel manifesto ufficiale di Christoph Nieman: un delizioso, accattivante quadretto con la ragazza che, gettata la giacca a vento, si rilassa al sole sdraiata sulla cifra “1” di quel “150” messo per traverso, sullo sfondo delle montagne imbiancate.

Palace Hotel
Il fiabesco Hotel Palace al Dorf (ph. Serafin/MountCity)

Perché preoccuparsi, del resto? Sorride in un’elegante pubblicazione dell’Ufficio del turismo il veterano Konrad Freund, il primo in Engadina a volare sul deltaplano, che dal 1957 insegna a sciare sui dolci declivi di Corviglia e a 78 anni impartisce ancora lezioni di free stile oltre a occuparsi del soccorso sulle piste. Sorridono i Rominger, originari della Val di Fex, che da generazioni fanno i maestri di sci e che d’estate sono impeccabili professionisti del golf dopo avere dato vita ai primi skilift di Sankt Moritz, quegli infernali arnesi a forma d’ancora che hanno scomodamente trascinato a monte valanghe di sciatori di tutto il mondo (magari con il pargolo ben stretto fra le ginocchia, come è capito a chi scrive) e miriadi di vip tra i quali l’immancabile Gianni Agnelli, l’Avvocato, sciatore incallito nonostante la gamba anchilosata per un incidente.

Badrutt arch. Kulm Hotel)
Johannes Badrutt

L’unico accigliato nel moderato tripudio con cui l’Engadina celebra i 150 anni di turismo invernale mi è sembrato, nell’iconografia ufficiale, il leggendario Johannes Badrutt che nel 1864 investì le fortune dei cugini Kleinguti, pasticceri a Genova, nel Grand Hotel Kulm, e il cui busto emerge discreto al Dorf da un cumulo di neve. Tutto ebbe inizio nel 1864 e i primi clienti furono gli impettiti inglesi in fuga dalle nebbie londinesi, assetati di aria buona e comfort. Un mondo si apriva davanti a loro, quello del turismo invernale che stava dilagando nelle Alpi svizzere e, con qualche ritardo, anche nel versante italiano. Oggi non è chiaro grazie a quali cugini, veri o adottivi purché forniti di capitali, Sankt Moritz sia intenzionata a rimanere in tutte le stagioni “Top of the Word”. Ma a colpo d’occhio, raccogliendo qua e là qualche informazione, non sembra che le sia consentito di riposare sugli allori. Pare anzi di capire che debba darsi da fare in fretta nella ricerca di finanziatori. Che potrebbero anche appartenere, chissamai, al dilagante ambiente dell’imprenditoria araba.

Drink a S. Moritz
Aperitivo al Dorf. Il bancone del bar è scolpito nel ghiaccio (ph. Serafin/MountCity)

“Può darsi che lo sci tradizionale sia in declino”, è la straordinaria ammissione di Markus Moser direttore degli impianti del Corvatsch che la sera s’illumina per i rari nottambuli dello sci, “ma non si può ignorare che gli sport outdoor stiano conoscendo un rilancio senza precedenti anche grazie a importanti partnership e una serie di eventi che non ha riscontro in alcun’altra località”. E’ la prima volta che ufficialmente si ammette una (per ora) moderata fuga degli sciatori attratti da sport sicuramente meno impegnativi per il portafoglio e per le gambe. Ma Moser, perlomeno sulle pubblicazioni ufficiali, non può che mostrarsi ottimista e attribuire l’attuale trend a una carenza di posti letto nell’Alta Engadina, in quella parte perlomeno che i milanesi non sono riusciti a colonizzare con le loro seconde case. L’auspicio è che, grazie a investitori interessati, possa essere realizzato un ampio albergo, quasi totalmente sotterrato nei verdi prati che qui abbondano, alla partenza dell’impianto del Furtschellas, a Sils, verso il lago di Silvaplana: sarebbe l’unico modo per rendere più appetibile ed efficiente questo impianto collegato al Corvatsch che ha il difetto di rimanere in funzione per soli due mesi e mezzo all’anno. Troppo pochi, evidentemente, per far cassa come si conviene.

Tramonto al Maloja
Un incantevole tramonto verso il Maloja, quest’anno povero di neve, negli ultimi giorni del 2014 (ph. Serafin/MountCity)

Il problema, anche nella magica Engadina, è di mantenere alta l’offerta e al tempo stesso restare nei limiti di una sostenibilità che garantisca le risorse dell’ambiente e del paesaggio, le uniche che si possono considerare durevoli e che non richiedono particolari manutenzioni. Così gli strateghi svizzeri del turismo, decisi a non farsi prendere in contropiede dalla crisi globale e dalle avversità climatiche, hanno fissato le priorità in un’Agenda 2025 che comprende 16 moduli. Li desumo dal numero unico “150 Jahre Winterturismus” curato dal presidente del comitato per le celebrazioni Hansruedi Schaffner. C’è un po’ di tutto. Eventi da organizzare, attrazioni da riservare ai giovani, “interconnessione” di itinerari ciclistici, ottimizzazione delle strutture di accoglienza in funzione degli impianti di risalita. E soprattutto, tanta fantasia: e a questo punto non si capisce bene dove si voglia arrivare in questo luna park permanente che dilaga durante le festività natalizie in un tripudio di luminarie, tra le vetrine sfarzose e sfacciate del made in Italy, mentre nelle vie del Dorf fiumi di prosecco vengono offerti su banconi di ghiaccio scolpito alle impellicciate turiste.

Con l’avvertenza, gli strateghi ci tengono a precisarlo, che per realizzare la citata Agenda non è necessario attendere il 2025 e che il futuro qui è già incominciato. In questo clima di ottimismo è sicuramente il caso di sperare in un sorriso e nell’indispensabile benedizione del severo Badrutt che sta nei cieli.

Ser

 Altre informazioni: www.engadin.stmoritz.ch

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