Dal Bianco, il farmacista stregato dalla Civetta

Dal Bianco, mr Civetta copia
Vincenzo “Titi” Dal Bianco (1928-2014)

Un lavoro certosino, preciso, entusiasmante. Non ebbe dubbi la giuria del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” nell’indicare il vincitore nel libro di Vincenzo “Titi” Dal Bianco dedicato alla via di Solleder e Lettembauer alla Civetta. Era il 2002 e “Civetta – La soglia dell’impossibile” (Nuovi Sentieri) ebbe il successo che si meritava tra gli appassionati. In questi giorni si apprende dalle nitide pagine della rassegna triveneta del Cai “Le Alpi Venete” che Dal Bianco, farmacista di Padova e alpinista e scrittore raffinato, ci ha lasciato a 86 anni. Una notizia che ha rattristato chi scrive. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e dialogare con il dottor Dal Bianco, di raccogliere i segreti del suo operare, “stregato” da questo regno del sesto grado. Erano gli anni in cui il compianto lecchese Marco Anghileri scriveva una pagina importante dell’alpinismo contemporaneo compiendo (era il 2000) la prima solitaria invernale della Solleder. La buona notizia oggi è che, proprio qualche giorno prima di andarsene, come riferisce Gianni Santomaso nelle “Alpi Venete”, Dal Bianco ha consegnato al suo editore Bepi Pellegrinon, con cui era amico e collaborava da cinquant’anni, l’attesa opera “Civetta. I pionieri” che comporrà la trilogia della sua ricerca.

“E’ stata dura, ma sono riuscito a ritrovare tutti i ripetitori della via tracciata da Emilio Comici, dal primo all’ultimo”, mi confidò esultante il dottor Dal Bianco durante il dialogo nel retro della farmacia mentre sua figlia si affaccendava al bancone. Nel 2004 uscì infatti “Civetta, la rivincita dei triestini. La via di Comici e Benedetti”, altro suo capolavoro frutto di una dedizione quasi mistica a questa montagna dolomitica.

Il segreto delle sue guide sulla Civetta, così precise e minuziose, era dovuto, mi spiegò Dal Bianco, all’animo del collezionista che lo caratterizzava: sempre ostinato, deciso ad andare fino in fondo. Con puntiglio Dal Bianco riempiva ogni pagina d’informazioni, di note tecniche e di costume, di aneddoti. E sempre facendo lievitare sullo sfondo la muraglia inquietante di questa montagna a cui dedicò nel ’56 una celebre guida, rifatta nel ’70 con la collaborazione di Giovanni Angelini e ristampata nel 1984.

“Voglio essere preciso. Tutto è cominciato nel ‘45”, raccontò Dal Bianco. “Nel ’48, quando da Agordo mi trasferii a Padova con la famiglia, fu in realtà una conferenza di Ettore Cozzani a cui mi capitò di assistere nella Chiesa dei Servi a dare una svolta alla mia vita. Questo raffinato letterato dirigeva una collana dedicata alla montagna e quando seppe della mia passione per la Civetta mi invitò a raccogliere del materiale. Avevo appena vent’anni allora e non mi parve vero di poter seguire il suo consiglio”.

“Mio padre, invalido della Grande guerra, faceva il farmacista a Treviso”, mi raccontò ancora Dal Bianco. “Nel ’41, all’inizio della guerra e dei bombardamenti su Marghera, ha pensato di trasferirsi in un posto più tranquillo. Scelse Agordo, un mondo per me nuovo e sconosciuto. Lassù mi intrufolai in una compagnia di vagabondi della montagna. Bisogna tenere conto che non c’erano mezzi di locomozione. Il nostro raggio di azione era perciò limitato: Moiazza, Civetta, Agner, Pale di San Lucano. Più in là non si andava. Quando si riusciva a organizzare una corrieretta o un camioncino ci si spingeva al Falzarego, alle Cinque Torri. Il mio primo approccio è stato sulla Moiazza con salite elementari. Poi nel ’48, quando il mio amico Armando Da Roit ha avuto la gestione del rifugio Vazzoler, quella è diventata la mia seconda casa. E lì ho cominciato a fare sul serio ripetendo quasi tutte le vie tracciate da Tissi”.

Raramente, ricorda Santomaso, Dal Bianco alternò l’attività alpinistica con visite e salite in altri gruppi. L’amore per la Civetta era totalizzante e non lasciava spazio per altre ‘fughe’. Era solito ripetere: “Sono un civettomane inveterato”. Succede quando la montagna diventa una magnifica ossessione.

Ser

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