Michele Serra come Quintino Sella dà la sveglia ai giovani

Finito di leggere “Gli sdraiati” (Feltrinelli,108 pagine, 12 euro), best-seller di Michele Serra, viene da chiedersi in quanti si siano accorti che uno dei migliori opinion leader italiani, che ogni giorno ci tiene compagnia con la sua “Amaca” nelle pagine del quotidiano La Repubblica, ha in realtà scritto il più bel libro “sulla” montagna degli ultimi tempi. E’ un libro, “Gli sdraiati”, che tocca nervi scoperti della gioventù di oggi e al tempo stesso stigmatizza con il sorriso sulle labbra la cattiva coscienza di noi “vecchi” con o senza virgolette. Una requisitoria aspra e talvolta spietata sull’estraneità dei figli, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa dei padri, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Nel libro, Serra sembra condurci verso un pessimismo esistenziale, come se la barriera d’incomprensione che ci separa dai giovani “sdraiati” fosse qualcosa d’irrimediabile. Invece a un certo punto abilmente ci fa capire che, come il muro di Berlino, quella barriera può inaspettatamente sgretolarsi. E, particolare sorprendente, bisogna prendere atto che la cosa succede durante una gita in montagna.

Eccoli padre e figlio diciannovenne che scarpinano faticosamente. Il figlio lo fa dopo avere ceduto alle insistenze del padre, in seguito a quel suo tormentone che è anche un disperato, reiterato invito a compiere una passeggiata in montagna (“se non vieni con me al Colle di Nasca non fai un dispetto a me, lo fai a te stesso”). Il figlio è riluttante e mal vestito, con le sue braghe sbrindellate e le sue sneaker dalla suola liscia. SdraiatiIl padre è contrariato più per l’indifferenza del figlio quando si trova a tu per tu con quella “disciplinata montagna borghese”, di quanto non lo sia per la sua scarsa o nulla attitudine alla fatica. Il figlio arranca indolente e a un certo punto sembra sul punto di desistere. Il padre crede di esserselo lasciato alle spalle e invece guardando in su (e in se) scopre che il ragazzo si è già involato verso il Colle della Nasca e gli compare lassù che si staglia contro il cielo agitando il cappellino da basket in segno di esultanza. “Poi mi hai dato le spalle, ti sei calcato di nuovo il berretto in testa e in pochi passi sei scomparso dietro il ciglio grigio della montagna”, è l’epilogo della storia che si è obbligati a svelare a costo di sciupare la (relativa) sorpresa finale.

Libro imperdibile per tutti e quasi obbligatorio per quelli che amano la montagna, “Gli sdraiati” ci riconduce nei suoi risvolti educativi addirittura a Quintino Sella. Forse è un’esagerazione e chissà che cosa ne direbbe Serra se sapesse di essere paragonato all’illustre statista dal quale lo separa non soltanto un cambio di consonanti. Comunque, come si sa, Quintino impugnò la piccozza anche e forse soprattutto per strappare, offrendo il buon esempio, la gioventù dell’Italia post risorgimentale agli ozi e all’alcol.

Unica, sostanziale differenza. Quintino aveva figli e nipoti disciplinati, diventati suoi fedeli discepoli. La sua passione per l’insegnamento dell’alpinismo è adeguatamente raccontata dal figlio Corradino il cui apprendistato alpinistico iniziò alla tenera età di 7 anni durante una gita sulle Prealpi Biellesi in cui raggiunse la quota di 2500 metri. “Ma a 11 anni”, precisa Corradino, “cominciai ad assaggiare i ghiacciai e a 18 avevo salito parecchie punte del Monte Rosa e attraversato Cervino e Monte Bianco, sempre con mio padre che si lamentava solo di non avere agio di passare maggior tempo con noi sulle Alpi”. (Ser)

Corradino Sella
Corradino Sella, figlio di Quintino, fondatore del Cai (arch. Fondazione Sella).

Sella fu maestro di alpinismo anche per un nipote illustre, Guido Rey che ci ha lasciato libri di alpinismo incomparabili. Proprio con lo zio Quintino, Rey racconta (“Il tempo che torna”, collana I pionieri, CAI 2011) di aver compiuto i primi passi. “In quei tempi, durante le vacanze estive, i miei parenti soleano mandarmi ogni anno a passare qualche giorno a Chiavazza nella casa ospitale dello zio, il Quintino di Biella, come lo chiamavano orgogliosamente i suoi conterranei, allora. Quelle erano per me giornate di divertimento straordinario, lungamente attese, godute appieno. Il clou della vacanza biellese era sempre una grande escursione alpina che lo zio preparava pe’ suoi figli e pe’ suoi nipoti ogni anno, e che quasi sempre dirigeva egli stesso quando la politica glielo consentiva. Allora egli raccoglieva attorno a sé una nidiata di giovinetti dai dodici ai sedici anni, tutti parenti, guardava bene che le scarpe fossero ampie e ferrate a dovere, e che fossimo calzati di lana, ci metteva in testa un cappellaccio qualunque, magari uno de’ suoi; in mano un alpenstock, talora sproporzionato alla nostra statura, e poi via…”.

Non aveva apparentemente bisogno, Quintino, di supplicare il figlio o il nipote perché lo seguissero in montagna a costo di ricorrere alle minacce, come racconta Michele Serra di questo suo padre esasperato. Unico dubbio, che una superficiale ricerca in Google ha lasciato irrisolto: ma il Colle di Nasca esiste davvero o è pura metafora?

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