Il soccorso va pagato. Al Tg della “7” il Messner-pensiero

L’alpinismo e il “non alpinismo” di oggi, il soccorso alpino a pagamento, la diffusione dell’eliski. Questi i tre temi “caldi” che Reinhold Messner ha affrontato il 12 febbraio 2015 in un’intervista al telegiornale de “La 7”. Una manciata di minuti in cui il Messner-pensiero, sviluppato a rotta di collo (ma con estremo rigore) dato l’esiguo tempo a disposizione, è stato corroborato da immagini pertinenti. In primis l’affollamento sui colossi himalayani per visualizzare quell’alpinismo “pistaiolo” che riguarda, a detta di Reinhold, il 90% di chi pratica questa attività seguendo itinerari già tracciati e attrezzati.

“Così il rischio è ridotto al minimo”, ha osservato Messner, “ma questo non è più alpinismo. Tutto invece si riduce a un’attività puramente sportiva. E meno male che è così, altrimenti i morti non si conterebbero. Chi pratica l’alpinismo tradizionale sa che la montagna è pericolosa e si prende tutte le responsabilità. Per questo la gran parte di chi oggi va in montagna non potrà mai fare dell’alpinismo tradizionale”.

Resta inteso che uscire dalla pista comporta pericoli incommensurabili. “Peccato che la maggior parte di chi va in neve fresca non conosca la situazione dell’elemento in cui si muove, in quest’inverno particolarmente incostante e insidioso. Non si spiegherebbe altrimenti come mai fino ad oggi nelle Alpi si siano registrati più morti che in tutta la passata stagione”.

Folla in Himalaya
Folla sugli ottomila himalayani in un’immagine trasmessa da “La 7” nel corso dell’intervista del 12 febbraio a Reinhold Messner.

No, non è accusabile di fare del “terrorismo” Messner, accusa viceversa rivolta a chi sui blog denuncia questa situazione. Fa piacere saperlo d’accordo con i siti internet che hanno sviluppato negli ultimi tempi il grave problema dell’elliski praticato nelle Alpi italiane in un clima di deplorevole deregulation. “Nelle Alpi questa attività non è intelligente”, ha detto Messner nel corso dell’intervista, “perché qui da noi stiamo fin tropo stretti. Va bene fare eliski nei grandi spazi del Canada. E anche in Himalaya non me la sento di condannarlo. Ma sulle Alpi considero questa attività del tutto improduttiva”.

Infine il re degli Ottomila ha detto autorevolmente la sua su un altro tema scottante, quello del ticket sul soccorso alpino. Un argomento che in questi giorni infiamma i siti della rete, compreso questo che gli amici di MountCity stanno visitando. “Non vedo altra strada se non quella di far pagare il soccorso alpino. Perché non è giusto che il costo di un elicottero impiegato per soccorrere chi, per esempio, sta facendo eliski debba ricadere sulle spalle della gente comune. Ormai si va d’abitudine in montagna con il portatile nello zaino e ci vuole niente a chiamare l’elisoccorso. Può anzi rappresentare un pretesto per farsi un piacevole volo”.

E ai giovani che cosa consiglia Reinhold dall’alto dei suoi settant’anni vissuti con tutta la sua ammirevole vitalità? Ma certo: occorre farsi un’esperienza per anni prima di affrontare “da alpinisti” le pareti. Senza escludere che prima o poi possa tornare la voglia di riconciliarsi con la natura e con se stessi. Soltanto allora si accetterà con sollievo, come una rivelazione, la mancanza di un sentiero, l’assenza di un chiodo a cui affidarsi. E di qualsiasi altro artificio che possa rappresentare una certezza.

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