Cervino in salsa milanese. La scalata “esistenziale” sulla Gran Becca di un giovane manager raccontata da Matteo Sartori

Roccia viva
Il nuovo romanzo di Sartori (www.isbnedizioni.it)

Cervino che passione. Mai se ne è parlato e scritto tanto come in questi tempi di celebrazioni (per i 150 anni della conquista e i 50 della solitaria invernale di Walter Bonatti). La Gran Becca appare anche sulla copertina del romanzo “La roccia viva” di Matteo Sartori (Isbn edizioni, 308 pagine, 19 euro). E’ il Cervino, nel libro, a decidere i destini di tre cittadini milanesi uniti da un tratto in comune: la passione per la montagna, le scalate, gli allenamenti estremi. La montagna è vista nel romanzo anche come metafora oltre che per la sua “innata” capacità di opporsi alla presenza umana e di determinare i comportamenti e le azioni.

Impossibile e forse inopportuno sarebbe però annoverare tra i libri di montagna questo volume del giovane scrittore milanese, autore di altri due romanzi (“Il magro Rio e la minoranza silenziosa”, Frassinelli, 1997; e “Regole di famiglia”, Isbn, 2010).

Dei personaggi del nuovo romanzo di Sartori facciamo conoscenza nelle prime pagine. Chiara Novo è una giovane avvocatessa torinese trapiantata a Milano; Michele Tenzoni il rampollo dell’azienda di famiglia, la StarGas una fiorente ditta brianzola di combustibili; Rudi Valenti è un artista anticonformista appartenente a una ricca famiglia della Milano bene con cui Chiara intesse una relazione.

In questo affresco di una classe di professionisti fra i trenta e i quarant’anni tendenzialmente in crisi si inserisce, per loro sfortuna, la Gran Becca. “Lassù”, come spiega Sartori nei risvolti di copertina, “la roccia era viva. Il letto della terra in continua trasformazione, come i mari e le foreste. E chi pensava che un sasso incrostato di licheni fosse roba morta peccava di vigliaccheria e scarsa onestà intellettuale e semplicemente si manifestava per quello che era, per quello che eravamo tutti, pulviscoli di presunzione privi di direzione e scopo attraverso un manciata di millenni insignificanti”.

Matteo Sartori
Sartori come appare nel risvolto di copertina.

Piccoli uomini e grandi montagne, tanto per cambiare. Ed è un sasso affilato che decide tutto, mandato dalla grande montagna a dire la verità definitiva su ognuno dei personaggi. A renderli forse più infelici ma più autentici. Così come è autentica la competenza alpinistica che emerge dalla descrizione, mai banale, della scalata del Cervino dal versante svizzero. Mentre Rudi e Chiara lasciano la facciata tozza e il tetto nero della Hornlihutte, a valle i prati scintillano, ma dopo avere aggirato la capanna a strapiombo della Solvay i prati scompaiono e per loro c’è solo pietra verticale. E per un attimo Chiara si rilassa e si lascia guidare dal tintinnio irregolare dei moschettoni che pendono dall’imbragatura di Rudi.

Non che, con ciò, il romanzo sia esente da pecche. A cominciare da un eccesso di ricercatezza stilistica che le rende piuttosto ammanierato, con quelle palpebre di Chiara che troppo di frequente “vibrano d’amore”.

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