Dita agili e occhi vigili, trattate come schiave. La vera storia delle “fabbrichine”

Ornavasso
Ornavasso, nella bassa Val d’Ossola, dal monte Faiè (ph. Paolo Crosa Lenz, per gentile concessione)

Dure condizioni di lavoro (55 – 60 ore la settimana), lavoro minorile (erano impiegate anche ragazze di 11 – 12 anni), incertezza contrattuale e contributiva (paghe tra le più basse d’Italia e d’Europa): questo il quadro rievocato con sapienza dallo storico Paolo Crosa Lenz nel libro “Pietrine & Fabbrichine. La lavorazione delle pietrine per orologi a Ornavasso nel Novecento” (www.grossiedizioni.it). Del libro, tenuto recentemente a battesimo nella accogliente libreria di Alessandro Grossi nella piazza Mercato di Domodossola, anticipa alcune pagine lo stesso Crosa Lenz, autore di un’infinità di guide ossolane e di affascinanti libri dedicati alle sue valli come il recente “Storia di Premia”. Come si può apprendere dallo scritto che pubblichiamo, il legame dell’autore con le “fabbrichine” è oggi per lui particolarmente vivo e sentito anche per una ragione molto semplice, che scoprirete al termine della lettura.

Copertina pietrine
La copertina del libro promosso dalla Pro Loco di Ornavasso (VCO)

Partivano a piedi di notte dalle loro vallate

Per tre quarti di secolo, dagli inizi del Novecento alla metà degli anni ’70, Ornavasso è stato il cuore di un distretto industriale basato sulla bucatura del rubino sintetico per la produzione di orologi. Le sue origini si hanno nella decisione dell’azienda svizzera “Theurillat & C.”, di Lucens nel “distretto dell’orologio” del Giura, di decentrare la produzione in Italia. Un’impresa anticipatrice di quanto è avvenuto negli anni ’90 con la delocalizzazione di attività produttive in Estremo Oriente e nell’Est Europa.

La scelta strategica individua come area idonea la bassa Val d’Ossola, in particolare la zona di Ornavasso, per una serie di ragioni: l’offerta di manodopera a basso costo e non sindacalizzata, l’abbondanza d’acqua ed energia elettrica a costi ridotti, la vicinanza delle linee ferroviarie Novara-Domodossola e internazionale del Sempione. Nel corso di settant’anni, in provincia di Novara, il settore passa dai 450 addetti nel 1911 ai quasi 3.000 degli anni ’60.

Nella prima metà del secolo la produzione era limitata alla bucatura del rubino sintetico che arrivava dalla Svizzera sotto forma di dischetti. Nel secondo dopoguerra il “distretto delle pietrine” raggiunge la maturità con la fornitura del prodotto completo: dalla materia prima acquistata direttamente in Svizzera o Francia (le boules di corindone) alla consegna del rubino pronto per il montaggio sull’orologio. Questa trasformazione del ciclo produttivo vede l’esplodere della richiesta di manodopera, prevalentemente giovane e femminile, che accelera la disgregazione dell’economia contadina e travolge i postulati della società tradizionale. Ad Ornavasso giungono ogni giorno in treno centinaia di giovani donne (le “fabbrichine”) che, nella faticosa esperienza del lavoro in fabbrica, si aprono alla modernità e superano l’individualismo e il conservatorismo contadino verso nuove forme di collettivismo e solidarismo sociale.

Le dure condizioni di lavoro (55 – 60 ore la settimana), il lavoro minorile (erano impiegate anche ragazze di 11 – 12 anni), l’incertezza contrattuale e contributiva (paghe tra le più basse d’Italia e d’Europa) provocarono, prima nel 1963 e nel 1966, poi nell’autunno 1969, serie di scioperi che lacerarono la comunità locale in quanto nati all’interno del mondo cattolico predominante a Ornavasso. Le conquiste operaie (si pensi alle “grandi vittorie” nel 1969 della settimana di 48 ore e di un locale mensa riscaldato) arrivarono quando stava iniziando l’inarrestabile declino del distretto industriale delle “pietrine”. Alla metà degli anni ’70 del Novecento, in un brevissimo volgere di anni avviene il crollo del settore. Questo avviene per l’introduzione di un sistema che forava il rubino con il laser, per la diffusione degli orologi digitali a basso costo e per il trasferimento di parte della produzione in paesi del Terzo Mondo.

Oggi, il ricordo del fiume di ragazze in grembiule nero che, partite a piedi dalle valli di montagna quando era ancora buio e arrivate a Ornavasso in treno, rimane nella memoria e nel racconto dei vecchi. I giovani ascoltano e sorridono, ma devono sapere ed è nostro dovere raccontare.

La memoria storica della “stagione delle pietrine” è diffusa e radicata in Val d’Ossola. Non esiste paese del fondovalle o dell’inizio delle valli laterali che non abbia avuto una donna impiegata a “bucare”, non esiste famiglia che non abbia avuto una “fabbrichina”, i libri paga delle aziende raccontano l’onomastica di una valle. Fu una stagione che vide l’accumulo di facili ricchezze, ma anche di condizioni di lavoro “cinesi”. Le lotte sindacali lacerarono comunità ancorate all’individualismo contadino, ma migliorarono e resero più libere e moderne quelle stesse comunità. Ornavasso e l’Ossola di oggi sono figli anche di quelle esperienze. Per i vecchi e le anziane donne che ricordano, la memoria confonde le fatiche di un tempo per restituire il tempo straordinario e irripetibile della gioventù e della speranza.

“Fabbrichine” al lavoro (arch. Crosa Lenz, per gentile concessione)

Oggi delle fabbriche di un tempo rimangono solo vecchie immagini sbiadite e qualche cartolina di rappresentanza. I laboratori per la bucatura domestica (il “lavoro a domicilio”) sono diventati case d’abitazione. Gli stabilimenti delle tre grandi fabbriche hanno avuto esiti diversi e altrettanto simbolici: l’azienda più grande (la Società Industrie Cardana) è diventata un complesso residenziale, la Ripamonti è stata riqualificata come locali per palestra di fitness e centro benessere, i muri della Seitzinger rimangono diroccati e scheletrici a raccontare una storia ormai muta.

Tuttavia, per i corsi e ricorsi di una Storia che sempre riserva strane ironie, nei locali al pianterreno dell’ex stabilimento Ripamonti, Ezio Seitzinger con una decina di dipendenti continua a lavorare le pietrine con una tecnologia che sostanzialmente è rimasta quella di un tempo e che vengono utilizzate in orologi meccanici di alta qualità, riservati ad un mercato di ristretta fascia con alta capacità di spesa. Erede ed epigono di una tradizione imprenditoriale che vanta un secolo di storia, la “Hardtec” di Ezio Seitzinger rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e futuro, accogliendo le sfide della contemporaneità e della globalizzazione. Parte della produzione delle moderne “pietrine” viene infatti utilizzata come isolatori per i pacemaker in tutto il mondo. I cuori malati degli uomini della Terra continuano a battere grazie anche a minuscole pietrine prodotte a Ornavasso. Le “vecchie” pietrine che un tempo regolavano il tempo degli orologi, oggi regolano anche il cuore degli uomini.

Prima della demolizione dell’ex industria Cardana, ammuffiti in soffitta, sono stati ritrovati i libri paga mensili relativi alla fine degli anni ’30 e ai primi anni ’40. La copertina reca l’intestazione “Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli infortuni e le malattie”. I libri mastri riportano i nomi degli operai, le ore lavorate e la paga ricevuta. Sono documenti “ufficiali” che nascondono l’effettiva realtà dei valori di ore lavorate, straordinari mai eseguiti, e salari pagati. Non potendo leggerli tutti, a campione ho scelto alcuni mesi incrociandoli con i drammatici eventi storici di quegli anni. Nell’esaminare il mese di giugno 1944 (mese dei grandi rastrellamenti nazifascisti in Val Grande e sui monti di Ornavasso che videro gli alpeggi dati alle fiamme) ho incontrato il nome di una ragazza di 16 anni. Si chiamava Silvia Saglio. Quel mese aveva lavorato “ufficialmente” 164 ore e mezza, non aveva svolto lavoro straordinario e aveva guadagnato 920,66 lire.

Quella ragazza era la mia mamma. A lei e a tutte le “fabbrichine” dovevo questo libro.

Paolo Crosa Lenz

www.grossiedizioni.it

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