Fitz Roy, vetta e nuova variante sul pilastro Casarotto

Alpinismo lecchese sugli altari. In febbraio i “maglioni rossi” sono arrivati in vetta al Cerro Torre ripercorrendo la via dei Ragni 41 anni dopo la prima salita del “Grido di pietra” da parte di Casimiro Ferrari, Daniele Chiappa, Mariolino Conti e Pino Negri. La salita era firmata da due giovanissimi Ragni di Lecco, Luca Schiera di 23 anni e Luca Gianola di 27, arrivati in cima con Silvan Schupbach e Pascal Fouquet. Ora un nuovo vittorioso bollettino arriva dalla Patagonia. E’ firmato da Matteo Della Bordella ed è stato subito messo in rete sul sito dei Ragni con il titolo “Fitz Roy, atto finale: vetta e nuova variante sul pilastro Casarotto”. L’entusiasmo che traspare è comprensibile. Una via fantastica, arrampicata eccezionale e divertente su una delle più belle montagne del mondo: così la definisce Della Bordella. Del terzetto facevano parte anche Luca Schiera e Silvan Schupbach. Ecco la relazione di Della Bordella e alcune sue bellissime immagini su questa nuova straordinaria esperienza alpinistica che ne conferma le ben note qualità di fuoriclasse.

Linee granitiche sparano dirette verso il cielo…

Ci basta guardarci intorno per renderci conto che dove la parete Est del Fitz Roy finisce, si innalza imponente il pilastro che Renato Casarotto dedicò alla moglie Goretta. Un missile che si impenna contro il cielo e che termina 350 metri sotto la cima principale. Impossibile non restarne colpiti la prima volta che lo si vede. Il pilastro Casarotto è appunto esposto a Nord e dalle foto che abbiamo visto offre un’arrampicata fantastica in fessura. Io e Silvan siamo concordi per provare questa opzione; Luchino all’inizio non è molto convinto, ma dopo qualche ora decide comunque di essere della partita.

Una breve premessa e qualche accenno storico alla grandissima impresa che Casarotto compì nel 1979 è necessario e doveroso. Come molti già sanno, Casarotto è stato uno dei più grandi alpinisti italiani di tutti i tempi e sebbene al grande pubblico il suo nome sia meno noto di quelli di Bonatti, Cassin o Messner, le sue salite, il suo stile e la sua filosofia di andare in montagna non hanno nulla da invidiare a questi grandi nomi.

Casarotto fu autore di numerose prime solitarie e invernali sulle Alpi e non solo, imprese eccezionali, salite della durata di giorni e giorni, con un gusto e un fascino d’altri tempi, come quella sul Freney o sulle Grandes Jorasses in inverno, salite che ancora oggi a 30 anni di distanza, farebbero notizia nel panorama alpinistico mondiale.

Casarotto tentò per la prima volta la salita del Fitz Roy dal pilastro Nord (che successivamente dedicò alla moglie Goretta) nel 1978. Non essendo andato a buon fine questo primo tentativo decise di tornare l’anno seguente, con la moglie e altri due compagni, i quali tuttavia lo abbandonarono durante la spedizione. Casarotto proseguì quindi da solo, con l’aiuto di Goretta, e dopo aver attrezzato con corde fisse l’intero pilastro, raggiunse la vetta del Fitz Roy. La sua è la prima salita assoluta in solitaria di questa montagna e ancora oggi è l’unica via aperta in solitaria sul Fitz Roy; sempre ancora oggi, nel 2015, si tratta ancora forse della salita più difficile in solitaria mai compiuta in Patagonia. Scusate se mi sono dilungato un po’, ma un riconoscimento a questo grande personaggio, purtroppo deceduto nel 1986 al K2, era assolutamente indispensabile.

Torniamo alla nostra salita. Partiamo mercoledì mattina per la prima parte della via: un canale di neve e misto che, se in buone condizioni, presenta difficoltà contenute su ghiaccio e neve, mentre nelle condizioni sbagliate può diventare un incubo di roccia marcia e colate di acqua. Verso mezzogiorno raggiungiamo il “blocco incastrato” e il tempo inizia a peggiorare; le raffiche di vento si fanno sempre più forti e il cielo si copre. Luca parte in perlustrazione sui tiri successivi, ma dopo un paio di lunghezze facciamo ritorno al blocco dove ci chiudiamo nei nostri sacchi a pelo, intanto che il vento continua a soffiare sempre più forte e un po’ di pioggerellina inizia a cadere.

La notte non è certo delle più confortevoli, soprattutto per Luca e Silvan, che, per risparmiare sul peso, condividono in due un sacco a pelo. Tuttavia giovedì mattina puntiamo la sveglia di buon’ora e ci alziamo con un cielo stellato e senza vento. Con le prime luci dell’alba ci apprestiamo a ripartire: la cima del pilastro Goretta ci attende, 700 metri più in alto. Il pilastro è caratterizzato da una gran quantità di fessure e da un granito di qualità eccezionale. Siamo senza relazione tecnica della via e ci facciamo guidare dall’istinto. Parte Luca su una serie di fessure larghe nel centro del pilastro e dopo 150 metri proseguo io, sempre guidato dall’istinto e dalla bellezza dell’arrampicata.

Fitz Roy
La piramide del Fitz Roy, 3405 m, in Patagonia: è stata scalata per la prima volta nel ’52 da Guido Magnone e Lionel Terray.

A un certo punto mi rendo conto che certamente non stiamo seguendo la linea più logica e più facile del pilastro. Piuttosto stiamo seguendo quella ci sembra la linea più diretta e divertente da scalare! I tiri scorrono uno dietro l’altro. Lunghezze di 55, 60 metri per fessure e diedri perfetti, dove a fermarti è solo l’attrito e la lunghezza della corda; linee granitiche che sparano dirette verso il cielo, un’arrampicata incredibile, come a Yosemite, fatta di incastri di ogni genere

Per evitare un insidioso tratto di fessura ci spostiamo a destra, proprio al centro del pilastro. L’arrampicata continua a essere della migliore qualità e sempre sostenuta con tiri su lame e traversi che obbligano a movimenti poco convenzionali. Cento metri prima della cima del pilastro Silvan passo al comando. Un lungo camino, che già avevamo intravisto dal basso obbliga Silvan a una scalata scomoda e faticosa; io e Luca lo raggiungiamo in cima al pilastro intorno alle 18.30.

Da qui ci godiamo la vista sulla parte finale del Fitz Roy e chiamiamo il nostro amico meteorologo Deza per avere aggiornamenti sulla situazione meteo. Le news non sono ottime: l’arrivo del brutto tempo è anticipato rispetto a quanto previsto originariamente, dal pomeriggio di venerdì dovrebbe alzarsi il vento e il tempo dovrebbe ulteriormente peggiorare nella nottata su sabato con vento molto forte e precipitazioni.

Dopo aver bivaccato e averci pensato un po’ su decidiamo comunque di proseguire. Riparto sulla prima lunghezza della parte finale prima che sorga il sole. La parola d’ordine è, come sempre, scalare a manetta, nonostante le mani ghiacciate e i numerosi strati di vestiti addosso. Contrariamente a quanto descritto nella guida le 4 lunghezze impegnative finali si rivelano molto più scorrevoli e facili del previsto. In breve ci ritroviamo a calzare gli scarponi su terreno misto più appoggiato con tratti di roccia e di neve. Verso le 10.30 tocchiamo la cima del Fitz Roy..

Solite foto e strette di mano, anche se siamo arrivati in cima in anticipo rispetto a quanto preventivato, non perdiamo troppo tempo, la strada da fare prima che la salita sia davvero finita è ancora lunga.

Tiri Fitz Roy
Lame e traversi obbligano a movimenti poco convenzionali…

A metà pomeriggio, quando siamo già in discesa nel mezzo del pilastro Goretta, arriva il vento, che rinforza man mano che noi invece perdiamo quota. La discesa scorre lentamente ma senza particolari imprevisti, a parte un paio di corde incastrate (ma su 40 doppie direi che ci può stare). Con perfetto tempismo rimettiamo i piedi sul ghiacciaio verso le 19.30 quando ormai le raffiche di vento si fanno sempre più forti e la tempesta è alle porte.

Solo quando rientriamo a El Chalten, guardando sulla guida e parlando con Rolo Garibotti scopriamo che nessuno aveva mai seguito la nostra linea in centro al pilastro e ci rendiamo conto di aver aperto una nuova variante. Siamo stati guidati solo dall’istinto, dalla linea e dalla purezza della scalata e di queste tre cose conservo un ricordo fantastico. Il nome e i numeri di questa salita e di questa variante contano poco, ciò che conta per me è il ricordo di questa fantastica esperienza, il ricordo di una salita pulita e divertente, il ricordo di un’arrampicata eccezionale su una delle montagne più belle del mondo, il ricordo di un’esperienza condivisa con gli amici.

Su www.pataclimb.com potrete trovare il tracciato della nostra variante “Amaro vecchia romana” e qualche info tecnica. Per quest’anno salutiamo la Patagonia così. Grazie ancora a tutti quelli che hanno creduto in noi e ci hanno supportato in particolare a tutto il gruppo Ragni, Adidas, Kong, Sport Specialist, al CAAI (Club Alpino Accademico Italiano)

Matteo Della Bordella

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