Rilanciare l’alpinismo. Attraverso una serena decrescita

Restaurare in modo ragionevole le grandi vie di arrampicata, evitare gli accessi “selvaggi” alle pareti, bandire l’eliski dovunque lo si pratichi, Canada e Himalaya compresi, evitare di svolazzare qua e là per identificare nuove linee di salita. Che per sopravvivere l’alpinismo moderno abbia bisogno di maggiore umiltà e, forse, di una “serena decrescita” è il convincimento di Giuseppe Popi Miotti. L’argomento è vasto e queste sue autorevoli riflessioni potrebbero aprire un utile dibattito.

Cassin martella
Riccardo Cassin attrezza una sosta.


E Miotti propone un “restauro conservativo”

La diatriba fra chi sostiene che si dovrebbero riattrezzare le vie classiche con ancoraggi fissi tipo spit e chi si oppone, intimando di non toccarle perché testimonianze storiche, dura da anni. In linea di massima sono d’accordo con i secondi, ma allora, per coerenza, e maggiore sicurezza, tali vie dovrebbero essere completamente schiodate. Su questi itinerari non è raro trovare soste con due o tre vecchi chiodi dagli anelli zeppi di cordini marci dove non puoi infilare un moschettone e lungo i tiri, in alcuni casi, si è costretti ad usare chiodi già in via e di dubbia sicurezza.

Questa è l’avventura baby! direbbe qualcuno; però non mi pare giusto affidare la vita a un vecchio chiodo che appena messo poteva essere eccellente, ma che, negli anni, potrebbe essere diventato quasi inutile.

Alcuni sostengono pure che bisogna mantenere “selvaggi” i sentieri, compresi gli accessi alle pareti. Gli effetti di questa politica stupida li ho apprezzati in Corsica dove un locale “guru” aveva impostato le sue guide evitando volutamente di dare una descrizione precisa degli accessi, con il risultato che ogni cordata aveva tracciato un suo sentiero, degradando il delicato sottobosco spesso in maniera notevole. Non era meglio fare un sentiero ben segnalato in modo che tutti percorressero solo quello?

Se volessimo veramente rispettare la storicità dovremmo poi fare una via di Cassin o di Comici con le corde di canapa, le pedule di pezza e i moschettoni di ferro; per non parlare del vestiario e dei metodi di avvicinamento. Idee pazze, visto che ci sono le strade, i friend, i nut, le pedule con mescole speciali e un abbigliamento caldo e leggero; non escluso l’elicottero.

Detto ciò, trovo che l’idea di attrezzare con misura anche le vie classiche, possa essere uno dei tanti interventi sostenibili da fare sul territorio per favorire il turismo e l’economia locale, spuntando le armi a chi, con la scusa di creare in altro modo, posti di lavoro e ricchezza, potrebbe trovare facile spazio di manovra per progetti distruttivi. L’enorme successo dell’arrampicata in falesia ha creato una nuova dimensione mentale nello scalatore, ma era inevitabile visto che il progresso ci ha messo a disposizione la possibilità di scalare con maggior sicurezza.

Il cambiamento ha fatto spopolare le montagne e, oggi, quasi tutti preferiscono vie ben attrezzate, meglio se di facile accesso, evitando la meno comoda e sicura salita classica. Ecco perché comprenderei una sorta di “restauro conservativo” delle vecchie vie per farle rivivere (punti di sosta, magari neanche tutti, e punti dove è impossibile mettere protezioni mobili), proteggendole, fra l’atro, dalla voracità dei moderni “apritori d’assalto” che nel migliore dei casi le intersecano con “vie ferrate” a spit, ma a volte le “calpestano” anche per lunghi tratti.

Per l’intelligenza e la capacità di leggere la montagna con cui furono aperti, questi itinerari sono opere d’arte e dovrebbero essere considerati un po’ come quadri ed affreschi, costantemente oggetto di restauri e nuove soluzioni espositive che ne consentono un sempre migliore apprezzamento. Meritano di essere ripetuti e sono un insegnamento da non dimenticare: a volte mi è capitato di fare un moderno tiro dichiarato difficile scoprendolo quasi l’opposto se, utilizzando la “sapienza dei vecchi”, si seguivano i ritmi della roccia anziché la rettilinea, e per questo spesso un po’ ottusa, traccia degli spit.

Badile, foto Moiola
Lo spigolo nord del Badile visto dall’elicottero (ph. Moiola, per gentile concessione)

Elicottero solo quando serve e mai per “studiare” nuove vie di salita

Sul discorso dell’elisoccorso a pagamento sono pienamente d’accordo e che occorra un simile approccio lo dico pubblicamente fin dagli anni ’80, quando ero tecnico di questo servizio in provincia di Sondrio. Mi restano dei dubbi sul metodo con cui viene stabilito chi paga e chi no; ma come inizio può andare, anche se si dovrebbe gradualmente sostituire questo sistema un po’ incerto di valutazione avviando in parallelo una campagna che spinga gli appassionati della montagna ad assicurarsi sulla base di quanto già si fa in Svizzera con la REGA.

Detto ciò, se non per soccorso o per lavoro, l’uso dell’elicottero andrebbe bandito: l’eli-divertimento e l’eli-abuso sono da condannare ovunque li si pratichi, Canada e Himalaya compresi. Andare al campo base di una grande montagna in elicottero è il primo passo per avvallare domani anche una salita che inizi, che so, dal Colle Sud dell’Everest; e trovo anche un po’ triste svolazzare qua e là per cercare nuove vie di salita e meglio studiarle.

Io credo che per crescere, e sopravvivere, l’alpinismo moderno debba essere disposto a decrescere in grande umiltà, rivalutando sempre più la capacità di riconoscere i limiti e di “giocare” ad armi pari con le vette, cioè diminuendo per forza gli strumenti che si usano per salirle. Oggi più di ieri ce lo possiamo permettere: essere felici, ma magnanimi, perdenti piuttosto che vanesi, e forse anche un po’ finti, vincitori.

Giuseppe Miotti

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