TrentoFilmfestival restaura “Vertigine bianca”

Vertigine bianca locandina
Una locandina del film di Giorgio Ferroni con lo svedese Sixten Jernberg in piena azione nella cinquanta chilometri di fondo.

In chiusura, sabato 9 maggio 2015, il TrentoFilmfestival prevede la proiezione di “Vertigine bianca” in una nuova versione restaurata: un’occasione da non perdere al Supercinema Vittoria dove viene presentato questo documentario di Giorgio Ferroni sui Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo del 1956, in collaborazione con il Cio (Comitato internazionale olimpico). Un evento a cui chi scrive non vorrebbe mancare per nessuna ragione al mondo. Ancora sono impresse nella mia memoria dopo tanti anni le immagini realizzate in eastmancolor quell’anno a Cortina d’Ampezzo da un maestro della fotografia, Enzo Serafin (Venezia, 1912 – 1995), che un anno prima vinse il Nastro d’Argento per le sue opere tra le quali “Cronaca di un amore” (1950) diretto da Michelangelo Antonioni e “Viaggio in Italia” (1954) di Roberto Rossellini. Insomma, una celebrità nel suo campo.

Si dà il caso che Enzo fosse mio zio a cui ero molto affezionato. Ancora ragazzo, venni invitato da zio Enzo, bello, aitante, simpatico, sportivissimo, a vivere in diretta i brividi di quell’indimenticabile “vertigine bianca” fra le Tofane e il Sorapiss. Mescolandomi con la gente della troupe, salii sul trampolino di Zuel facendo finta di darmi da fare. Mi affacciai fingendomi un aiutante anche sul nastro ghiacciato della pista che scendeva dal Col Druscié per vedere sfrecciare alla perigliosa curva Bandion il bob del “rosso volante” Eugenio Monti.

Enzo Serafin
Enzo Serafin (1912-1995), un maestro della fotografia.

Ricordo che c’era molta animazione a Cortina, ma alla frazione Chiave dove ero ospite della famiglia di Paolino Dimai, campione di pattinaggio di velocità, gli echi dei Giochi arrivavano attutiti attraverso la radio e i racconti di chi era sceso in paese. Sopra di noi il Pomagagnon splendeva alla luce del tramonto e sembrava infischiarsene. La neve era scarsa, perlopiù ghiacciata e spuntavano sassi dappertutto.

Trampolino Zuel
Il trampolino di salto di Zuel visto dall’alto nel ’56 (ph. Serafin/MountCity)

Il film giunse poi sugli schermi come “il più grande spettacolo a colori sulla neve e sul ghiaccio interpretato da autentici campioni”. Ma più che le acrobazie di Toni Sailer giù dalla Stratofana o l’acceso scontro allo Stadio del Ghiaccio fra sovietici e statunitensi dell’hockey (in piena guerra fredda!), mi affascinarono le eleganti falcate del fuoriclasse svedese Sixten Jernberg trionfatore della cinquanta chilometri di fondo su una nevaccia in cui sarei certamente affondato quando presi a cimentarmi con lo sci di fondo e le marcelonghe. Sessant’anni sono passati, accidenti, e scopro da Wikipedia che il bravissimo zio Enzo se ne è andato nell’altro millennio senza nemmeno informarmi. Ci eravamo semplicemente persi di vista. Sarà una banalità, ma noto che i cacciatori di vertigini bianche ora non vanno più in giro per le piste con la papalina di lana come gli atleti olimpici di quel Tardo Medioevo ma con caschi in kevlar. E non smadonnano per fare entrare gli scarponi – ancora in cuoio con i lacci – fra le ganasce degli attacchi e poi bloccarli con un cavetto d’acciaio azionato da una leva. Oggi ben calzati, con quegli sci corti e paciarotti che curvano da soli, loro si sono tuttavia messi in testa di sciare come ai vecchi tempi tuffandosi a Cortina nella “Vertigine bianca”, il nuovissimo paradiso del “fuoripista controllato” come avvertono i cartelli alla partenza degli impianti del comprensorio Socrepes-Tofana.

Bob a 4 Cortina 1954
Un passaggio sulla pista di bob del Col Druscié (ph. Serafin/MountCity)

Udite udite. Dopo le nevicate, un tracciato in particolare viene lasciato vergine! Sono gli sciatori a modellarlo con le loro discese, per provare l’emozione di una sciata “vintage”. Esattamente quello che eravamo costretti a fare noi che oggi ci ostiniamo a rappresentare l’incarnazione del vintage, ai tempi in cui le piste non venivano battute e trasformate in una tavola da biliardo.

Per la precisione, l’odierna “Vertigine bianca” parte poco sotto il rifugio Duca d’Aosta e scende lungo le pendici delle Tofane, collegando il tratto superiore del Canalone con il tratto terminale della Labirinti. E se si chiama “Vertigine”, un motivo c’è sostengono quelli che se ne intendono: 334 sono i metri di dislivello (da 2182 a 1848 metri) in appena 871 di lunghezza e una pendenza massima del 60%. Il risultato è quello che oggi si definisce una pista alla francese: poche ore per trifolarla, gobbe morbide per qualche giorno, poi gobbe dure fino alla prossima nevicata.

Peccato avere appeso gli sci al chiodo. Ma ormai è troppo tardi per ripensarci. E’ già un bel successo, a una certa età, vivere di ricordi o semplicemente vivere e devo un sentito ringraziamento al TrentoFilmfestival per averli fatti riaffiorare, questi ricordi, con la riproposta di “Vertigine bianca” (Ser).

 

http://trentofestival.it

3 thoughts on “TrentoFilmfestival restaura “Vertigine bianca”

  • 28/01/2019 at 23:16
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    Cara Silvia,
    è vero, quella “sua” Cortina del 1956 con i mai dimenticati, ospitalissimi Dimai nella bella casa ai piedi del Pomagagnon, mi è rimasta nel cuore e ho provato a raccontarla in questo sito a cui mi dedico per pura passione. Non pensavo che il mio scritto, quattro anni dopo averlo pubblicato… postato in MountCity, potesse attirare la sua benevola attenzione. Grazie per le belle parole che mi dedica nel suo commento qui pubblicato. Mi consenta un abbraccio a lei e a tutti i suoi cari.
    Roberto

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    • 07/02/2019 at 13:24
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      Gentilissimo Roberto,
      grazie infinite per avermi risposto!

      Per me ha significato molto e significa molto sapere che la mia famiglia sia ricordata con così tanto affetto…
      La “Cortina del 1956” per me è stata una splendida fiaba che papà Paolino mi raccontava per darmi la buonanotte, raccontandomene la bellezza ma anche il freddo patito nel pattinare, al fianco degli atleti russi, sullo splendido lago ghiacciato di Misurina.
      Quando poi quella fiaba prende forma ed incontro le persone che l’hanno vissuta, la realtà prende il sopravvento e l’oggi diventa una carezza al cuore nel ricordare chi non c’è più, e nel riviverla nei ricordi di chi c’era.

      La ringrazio ancora e ricambio l’abbraccio, anche da parte di mia zia Giulia.
      Con viva riconoscenza ed affetto,
      Silvia

      P.S. Complimenti per il bellissimo sito!

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  • 28/01/2019 at 21:23
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    La “mia Cortina”…
    E’ possibile sapere, e poter eventualmente contattare, chi ha scritto questo splendido articolo?

    Sono Silvia Dimai, nata sotto il Pomagagnon… figlia di quel Paolino la cui famiglia, nonno Isciuco e nonna Angelina, sembra averla accoLta quei tanti anni fa…
    Mi sono commossa nel trovare il mio “tatà” fra queste righe, mai lette prima, nel giorno in cui lui avrebbe compiuto 88 anni.

    Con stima e riconoscenza,
    fiduciosa che questo mio scritto possa avere un seguito,
    Vi saluto Cordialmente.
    Silvia Dimai

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