Mauro Corona. Una vita tra camosci e cuculi

“Se corro il rischio di ripetermi? Può darsi, ma non lo nego: sono più furbo che santo”. La sincerità è sempre stato un cavallo vincente di Mauro Corona nelle sue innumerevoli interviste. Ma più spietata che sincera, più masochistica che brillante appare la sua recentissima dichiarazione alla “Zanzara” di Radio 24 Ore. Qui Mauro si è fatto davvero prendere la mano da un suo incomprensibile cupio dissolvi, sempre che non si tratti dell’ennesima strategia per bucare gli schermi.

Durissimo è stato con se stesso: “Sono una merda, non mi piaccio. Sono un vile, avrei potuto fare di più, essere più leale. Mi faccio schifo, sono una brutta bestia, un cattivo essere umano, ma non nel senso di cattiveria d’animo. Mi faccio schifo anche fisicamente”.

Fishing for compliments? Be’ se non fosse per sua natura vanitoso e tacitamente voglioso di consenso, il geniale scrittore e scultore di Erto non continuerebbe a civettare (ma sono affari suoi, naturalmente) con quell’eterna bandana, come ha fatto il 24 aprile nella seratona di Raitre “IoLeggoperché” contribuendo probabilmente a far calare i già bassi ascolti (meno del 3 per cento) dello zibaldone condotto dal pur bravo Favino.

E’ vero che l’ultimo libro di Corona “I segreti della montagna” scala le classifiche, ma non si capisce perché per “fare montagna” sia necessario presentarsi con un’aria da troglodita. E alla sua non più tenera età. Così bardato, Mauro ha espresso in diretta sui teleschermi alcuni suggestivi concetti del libro appena pubblicato da Mondadori e che è stato presentato il 22 aprile a Bergamo, al teatro Donizetti nel quadro della fiera dei librai (www.fieradeilibrai.it/ipse-dixit/corona).

imisteridellamontagna450vDalle pagine emerge che non tutti hanno la fortuna di comprendere fino in fondo i segreti della natura. Che molti vedono le montagne come blocchi turriti, pilastri di roccia scabri e senza valore, ammassi di pietre inutili sorti qua e là per capriccio del tempo. Ma che basta alzare lo sguardo ed essere sovrastati dall’imponenza del mare verticale, con i suoi milioni di granelli di sabbia, per sentire nascere lo stupore. Corona ci esorta ad ascoltare la voce del vento, che non sapremo mai da dove nasce. Ci conduce lungo i ruscelli per spiare le ninfe dai lunghi capelli d’acqua, ci indica il sentiero per raggiungere il grande abete bianco: adagiando l’orecchio al tronco, sentiremo il suo cuore battere…

Il fatto, si potrebbe obbiettare, è che la natura non è da considerare un totem. L’unico modo per salvarla è abbandonare l’idea tradizionale di una natura che non esiste più e accettarne le trasformazioni. Questa sua concezione fondamentalista della natura ha invece un’aria modaiola come può esserlo l’immagine del montanaro duro e puro che Corona contrabbanda, consapevole del suo innegabile talento di scrittore e scultore abituato a destreggiarsi tra camosci e cuculi. Ma poi, siamo sicuri che dove lui vive nel Bellunese la montagna debba essere considerata, nella sua presunta povertà, un paese di duri e puri? Ci sono belle case, belle strade e attività economiche di tutto rispetto disseminate sul territorio. Forse per lui il tempo si è fermato e c’è il sospetto che le immagini che trasmette siano quelle della vita (allora si, povera) di quando era bambino.

Corona a Erto
Nel 2008 sullo sfondo delle case di Erto (ph. Serafin/MountCity)

Ma che cosa fa Corona per questo suo tanto amato paese che fu testimone e in parte vittima della tragedia del Vajont? Di idee forse ne ha tante, ma per realizzarne qualcuna gli ci vorrebbe la grinta di Reinhold Messner che ha riempito le Dolomiti di musei nel lodevole intento di valorizzarne la cultura. Invece, adulato nei salotti, firma di punta degli autori di casa Berlusconi, Mauro si adatta al suo ruolo di cavernicolo chic e fa di tutto per mantenere alta l’immagine di questo stereotipo. Stereotipo che dopotutto fu adottato anche dal grande pittore Giovanni Segantini, un “homo salvadego” che non disdegnava di frequentare le “corti” del Suvretta e degli altri grandi alberghi engadinesi ai tempi in cui dipingeva contadinelle e mucche al pascolo.

Ora, reso scettico dall’inevitabile decadenza di quel fisico scultoreo che gli ha consentito anche scalate di tutto rispetto, è probabile che Corona cominci a vedersi con un piede nella fossa e a esprimere cattivi pensieri. Capita, a una certa età.

“Non voglio nessun accanimento terapeutico”, ha raccontato alla “Zanzara” anticipando quella che potrebbe essere la sua fine, “ho fatto già il testamento dal notaio. Se sono capace di muovermi, scomparirò in qualche anfratto o foiba. Mi lascio morire lì, di fame e di sete”. Ma  per comprendere la sua vita e le scelte che ha fatto e continua a fare non c’è che un modo: leggere il suo ultimo libro. In fondo dovrebbe valerne la pena anche se i suoi misteri delle montagne ci fanno pensare, con tutto il rispetto, più a un libro “alla maniera” di Mauro Corona che “di” Mauro Corona.

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