L’ardua scalata alla libertà in 30 itinerari dei partigiani

In occasione dei 70 anni dalla Liberazione, è in edicola al prezzo di 12,90 euro il volume “Sui sentieri della libertà” in vendita assieme al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport. Curate dal Club Alpino Italiano e dotate di un ricco corredo iconografico, 30 sono le proposte di itinerari su Alpi e Appennini, dove è stata scritta una pagina fondamentale della storia italiana nel percorso verso la libertà. Sui pregi del volume si esprime qui Marco Vegetti, esperto come egli stesso ci spiega, di montagne e Resistenza, non senza manifestare qualche perplessità. Lo ringraziamo per il gentile contributo.

Schermata 2015-04-30 alle 10.27.48Quei sentieri ingiustamente dimenticati

Mi fa sempre piacere quando qualcuno si occupa dei due temi a me più cari: montagne e Resistenza. Ben venga dunque questo nuovo volume edito in collaborazione da Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport e Club Alpino Italiano. Itinerari per lo più interessanti, anche poco battuti e soprattutto sconosciuti non dal punto di vista dell’escursionismo quanto da quello storico. Ne è sortito un buon quadro generale delle possibilità per i lettori di percorrere l’Italia sulle tracce di chi quegli itinerari li ha battuti durante la Seconda Guerra mondiale, non certo per piacere ma per le necessità e le incombenze della guerra partigiana.

Da segnalare, parlando di itinerari, l’incongruenza dell’aver inserito il monte Grappa (parlando chiaramente nel testo degli eventi della Prima Guerra mondiale) tra “I sentieri per la libertà. Itinerari per conoscere le montagne della Seconda guerra mondiale e della Resistenza” – cito il titolo del volume.

Ma se dal punto di vista escursionistico non posso che apprezzare l’opera, è da quello storico che sorgono perplessità: quando si affrontano temi storici, a mio parere, va fatto in modo preciso, scientifico, storico appunto.

Da conoscitore, per studi, interessi e vicende familiari, della guerra partigiana mi sono apparse subito chiare alcune lacune e altre perplessità. La lacuna principale, a mio parere di milanese, è che non vengono citati i ben tre sentieri della memoria della 55° Brigata “Fratelli Rosselli” che coprono la Valsassina e la Bassa Valtellina e che sono stati ritracciati a cura degli amici della Brigata e dell’ANPI ed ai quali son dedicati ben tre volumetti! Tant’è.

Mi spiace ancor di più rimarcare che, ancor oggi, si stia “speculando” sulla figura di Ettore Castiglioni. Un titolo di paragrafo appella Riccardo Cassin e Ettore Castiglioni alpinisti e partigiani. Scusatemi, ma Castiglioni di “partigiano” (nel senso resistenziale) non ha MAI avuto nulla, a differenza del buon Riccardo, comandante di brigata.

Ma quello che da “storico”, da appassionato, da “persona addentro” alle cose resistenziali (sì, ho un padre partigiano combattente decorato, vice presidente dell’ANPI provinciale; sì, Filippo Beltrami è un parente di mia madre che porta lo stesso cognome) mi lascia a bocca aperta sono le affermazioni sull’epopea di Castiglioni, date per certe nel testo di Calzolari e Mantovani, ma senza alcun supporto storiografico, senza alcuna fonte se non il “sentito dire”.

Ora, se certo questo non inficia l’interesse di questo volume, dall’altra mi stupisco questo voler creare a tutti i costi il “mito” di Castiglioni. Non è storico, non è corretto. Ho lavorato 10 anni all’Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (presso il quale sono depositati i Fondi del CLN e del CVL), ho consultato i National Archives britannici decrittati, ho letto memorie, da Einaudi a Chanoux e la saggistica sulla Resistenza in Valle d’Aosta e in Lombardia, ho letto e riletto i libri sulla presenza dell’OSS americano tra Svizzera e Valtellina. Nulla. Di Castiglioni nulla.

Castiglioni e partigiani 1943
Esponenti della “Piccola Repubblica Indipendente” nel 1944. Castiglioni è il terzo in piedi da destra.

E allora mi chiedo: perché fare un gran bel lavoro sui sentieri partigiani e poi non usare rigore storico? Non è così che si lavora. Almeno non credo. Peccato.

Marco Vegetti

PS. Il rifugio Brioschi in cima alla Grigna Settentrionale (vedi foto e didascalie) non è bruciato in un fantomatico rogo: è stato distrutto dai bombardamenti di artiglieria nazisti e poi dato alle fiamme dai fascisti della Guardia nazionale Repubblichina. C’è differenza. Pane al pane, vino al vino.

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