Rischiare per sentirsi vivi. L’esperienza di Carlo Mauri

CoverQuarant’anni dopo ricompare sugli scaffali “Quando il rischio è vita”, un libro che si temeva dimenticato. Ne è autore Carlo Mauri (1930-1982) che si misurò con l’amico Walter Bonatti non solo sugli scenari dell’alpinismo più spinto (che li vide impegnati assieme, tra l’altro, nell’invernale alle Tre Cime di Lavaredo e nella conquista del Gasherbrum IV), ma anche nel mutevole mondo dell’editoria: Bonatti nelle pagine di “Epoca” a ripercorrere gli itinerari di antichi viaggiatori e scrittori, Mauri in quelle della “Domenica del Corriere” a correre ovunque, in capo al mondo, ci fossero storie da raccontare. Ora “Quando il rischio è vita” (Corbaccio, 246 pagine, 19,90 euro, prefazione di Andrea Vitali, in appendice uno scritto di Francesca Mauri sulle cure prestate al padre dal medico russo Ilizarov) ci permette di riaccostarci a questo lecchese “nato e cresciuto in salita” che i tanti amici chiamavano a ancora chiamano il Bigio, un uomo dall’innata sete di avventure. Curiosamente Mauri sapeva immedesimarsi nelle popolazioni che incontrava e la sua capacità di adattamento era straordinaria: alpinista nelle Alpi, sherpa nell’Himalaya, eschimese in Groenlandia, discendente degli Incas sulle Ande, masai sul Kilimangiaro, uomo primitivo fra gli indiani d’Amazzonia e fra gli aborigeni del deserto australiano.

“A volte”, raccontava, “per adattarmi all’ambiente, ho dimenticato la mia cultura e sono sopravvissuto meglio con il solo istinto: come un animale, ho immaginato di essere un pinguino all’Antartide e anche un delfino, quando navigavo a vela nelle acque tempestose di Capo Horn…”.

Mauri morì a 52 anni per un infarto sulla ferrata del Pizzo d’Erna. Quel giorno era solo, ma con lui doveva esserci anche chi qui scrive queste note. Appresi con sorpresa e dolore dalla radio della sua scomparsa. Era l’epilogo di una vita marcata negli ultimi tempi da acute sofferenze. Il suo cuore era provato per un recente infarto, una gamba era più corta dell’altra per colpa di un grave incidente curato dal rivoluzionario ortopedico russo Ilizarov.

In quel 1982 ero stato incaricato da Gigi Reggi, direttore della rivista “Playboy” (pubblicata dalla Rcs periodici su licenza di Hugh Hefner), di rimettere ordine nell’archivio delle sue immagini in vista di una serie di servizi. Per Mauri era una salutare boccata di ossigeno. Malauguratamente la gloriosa “Domenica del Corriere” a cui collaborava era stata soppressa dall’editore, così come l’agonizzante Epoca aveva troncato i rapporti con Bonatti. Il mondo cambiava insieme con l’editoria, e viaggi ed esplorazioni non erano più il pane quotidiano della carta patinata. Talvolta erano ingredienti di certi film a sensazione sul tipo di “Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti e dei pochi canali televisivi ormai votati al colore dopo l’indigestione del bianco e nero. Il popolo televisivo era affascinato dalle rubriche divulgative di Piero Angela e dagli esotismi di Mino Damato.

Giuria 2010
La giuria del premio che gli amici lecchesi dedicarono a Mauri: si riconoscono tra i personaggi in piedi Eugenio Pesci (secondo da sinistra), Alessandro Gogna (quarto), Marco Anghileri (quinto) e il segretario Renato Frigerio (settimo). Seduti l’economista Gianni Fodella, grande amico di Mauri, e Giancarlo Riva allora presidente del Gruppo Gamma.ph. Serafin/MountCity

Al Bigio e alla sua memoria rimasi fedele anche quando, per interessamento di Renato Frigerio, il Gruppo Gamma di Lecco mise in piedi un premio letterario dedicato a Mauri e venni ingaggiato come giurato sciroppandomi con piacere, per una dozzina d’anni e più, centinaia di resoconti e récit scritti dai concorrenti: scritti che, come da regolamento, dovevano essere sulla falsariga dei racconti e della “filosofia” di Mauri.

Questi aspetti dei miei rapporti col Bigio giustificano certamente la mia esultanza nel vedere ricomparire il vitalissimo “Quando il rischio è vita” la cui prima edizione conservo come una reliquia. Era un pomeriggio del 26 febbraio 1982 (tardo Medioevo…) e ci eravamo appena tolti le imbracature quando il Bigio mi fece sul libro una dedica di cui vado orgoglioso: “Insieme abbiamo fatto la via ferrata sul monte Medale. Ora siamo soddisfatti e amici”. Prima di congedarci prendemmo insieme un caffè in una pasticceria di Lecco con l’impegno di rivederci al più presto. Ma il destino decise diversamente.

Ser

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