Rischiare la vita per soccorrere. L’esperienza di Valentini

Sopravvissuto a una valanga che nel 2009 ha falciato la vita di quattro colleghi del Soccorso alpino impegnati con lui in Val Lasties, nelle Dolomiti, Sergio Valentini ha sempre mantenuto un certo riserbo su questa esperienza che si è prestata anche a qualche riserva. Fino a che punto il soccorritore può o deve mettere in gioco la sua vita? Dove il senso del dovere confina con l’azzardo? Cinquantasette anni, guida alpina dei “Ciamorces de Fasha” ed esperto alpinista che nel 2007 ha raggiunto la vetta dell’Everest senza ossigeno, l’alpinista di Canazei ha recentemente accettato di raccontare quel terribile 26 dicembre del 2009. E lo ha fatto a Trento dove, in concomitanza con il filmfestival, si è svolto il 9 maggio il convegno “Grave incidente in quota, come affrontarlo”, organizzato dalla Società italiana di medicina di montagna e dalla Commissione centrale medica del Club alpino italiano. Il convegno è stato seguito con interesse da un folto pubblico di alpinisti, medici e soccorritori e si è aperto proprio con il drammatico racconto di Valentini, uno degli scampati alla tragedia che ha visto morire sotto una valanga in alta Val di Fassa quattro guide alpine. Valentini ha raccontato le sue emozioni, i suoi pensieri immediati, come puntualmente riferisce Oriana Pecchio, giornalista e medico di montagna, in DiscoveryAlps.

Comelli e Binelli
Gino Comelli, capo stazione del Soccorso alpino Alta Fassa, con la Targa d’argento assegnata nel 2010 alla sua squadra per il coraggioso e tragico intervento in Val Lasties (ph. Serafin/MountCity)

“Che cavolo di fine sto facendo dopo tutte le montagne che ho scalato…”, è stato il suo primo pensiero. Poi il tentativo di rilassarsi ascoltando le voci di chi stava arrivando a soccorrerlo e infine l’intorpidimento provocato dall’ipotermia. A salvargli la vita è stata una bolla d’aria che si è formata sotto la coltre nevosa, in prossimità di una roccia. Pura fortuna. Con Valentini si sono salvati anche Roberto Platter e Martin Riz, mentre la valanga ha sopraffatto Alex Dantone, Diego Perathoner, Luca Prinoth ed Erwin Riz.

“Valentini”, riferisce la dottoressa Pecchio, “ha introdotto molto bene il tema del disturbo da stress post traumatico che lo ha colpito dopo il seppellimento e dopo la perdita dei quattro compagni di soccorso. Lo psichiatra romano Paolo Di Benedetto ha poi dato alcune indicazioni su come affrontare lo stress psicologico a tre livelli: nei parenti delle vittime, nei sopravvissuti e nei soccorritori”.

L’intervento degli psicologi è un’azione che rientra nelle emergenze, ma non sempre è disponibile come in Valle d’Aosta, dove un’equipe collabora con il pronto soccorso e il soccorso alpino. L’intervento psicologico è subito necessario, a quanto si è appreso a Trento, per gestire i vissuti emotivi, tornando sul luogo dell’incidente il prima possibile, e deve essere continuato anche fino a tre anni dall’incidente. Come si ricorderà, una medaglia d’oro al Valor Civile è andata a Diego, Erwin, Alex, Luca, tutti e quattro guide alpine. Un riconoscimento al quale si è aggiunta nel 2010 a Pinzolo (TN) la Targa d’argento della solidarietà alpina.

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Un aspetto del convegno organizzato a Trento dalla Società italiana di medicina di montagna e dalla Commissione centrale medica del Cai.

Secondo una ricostruzione del quotidiano Alto Adige, la macchina dei soccorsi si era messa in moto quel 26 dicembre alle ore 18, con una squadra di sette tecnici del Soccorso alpino Alta Fassa coordinata dal capo stazione Gino Comelli che aveva appena raccolto l’allarme lanciato dalla fidanzata di uno dei due alpinisti dispersi. Saliti con la funivia al Sass Pordoi, i soccorritori sono scesi con gli sci in val Lasties sulle tracce lasciate nel pomeriggio dalla guida fassana Tone Valeruz. Nell’oscurità sono arrivati a circa tre quarti della discesa quando si è improvvisamente staccato un grandissimo costone di neve. Quattro come si è detto non hanno avuto scampo. Valentini è rimasto sepolto per un’ora e mezza, fino all’arrivo del collega che lo ha salvato: aveva gli sci ancora ai piedi, il viso appoggiato alla roccia dove si era fortunatamente formata la sacca d’aria.

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