Roby che perse la vita in montagna come suo padre

Incrociare Roby Piantoni vagabondando nelle alte era sempre un evento gioioso: un sorriso, qualche battuta, considerazioni estatiche sulla magica sensazione di essere lassù, liberi nell’avventura della montagna. E’ un’immagine indelebile quella che rimane dell’alpinista di Colere che nell’ottobre 2009, a 32 anni, perse la vita sulla parete sud del Shisha Pangma (8.027 m) in Tibet, sotto gli occhi di due amici, Marco Astori e Yuri Parimbelli. Era con loro anche il valtellinese Adriano Greco. Roby è diventato da allora un flusso di energia nel cui nome vive l’importante iniziativa di “Insegnanti per il Nepal” (www.robypiantoni.it). Lo ha raccontato a Davide Sapienza, che ne ha riferito il 25 maggio nelle pagine del Corriere della Sera, l’amico Villiam Amighetti, professionista di fama internazionale (tra i 19 posturologi riconosciuti dal Coni) che non solo conosceva bene la “macchina” dell’atleta Piantoni, ma che condivideva lo spirito libero dell’alpinista il cui perno dell’esistenza era l’intrinseco “essere montagna”.

Ora una biografia scritta dallo stesso Amighetti porta l’emblematico titolo “In cammino con l’io piccolo” (Henge edizioni, 320 pagine, 23 euro) e viene presentata il 1° giugno al Presolana Cultural Forum di Colere. “L’io piccolo”, spiega Amighetti, “era il bambino che continuava a vivere dentro di lui, il legame con l’infanzia che non lo abbandonava, la spensieratezza, la voglia di non assoggettarsi agli schemi della vita adulta. Roby era davvero un bambino speciale, ma per me era anche un eroe invincibile. Avevamo tanti progetti e più volte mi ero già immaginato noi due più grandi e maturi impegnati insieme nel sociale”.

PiantoniRoby era figlio d’arte, con una passione per la montagna che arrivava da lontano e, anche, da una tragedia famigliare: il papà, Livio, aveva perso la vita in montagna, cadendo durante una spedizione in Sud America. Era scomparso nel 1981 sul Pukaijrka, un seimila delle Ande Peruviane. Nel suo sito Roby spiegava le ragioni che lo avevano spinto a fare l’alpinista: “Io penso che ognuno di noi abbia dei sogni nel cassetto, e penso anche che questi non siano altro che uno specchio della nostra infanzia, un ponte di collegamento tra il noi piccoli ed il noi grandi. Da bambini si sognano tante cose, si hanno aspirazioni e aspettative, e crescendo cerchi in tutti i modi di non deludere quel io piccolo che purtroppo e inevitabilmente ti ha lasciato, cedendoti il testimone per entrare nella realtà adulta. Ti accorgi quindi che i sogni che avevi da bambino sono proprio difficili da realizzare, ma ti resta comunque una promessa da mantenere, una parola data a quel io piccolo che ti ha salutato alcuni anni fa. Bene, il mio io piccolo voleva andare in montagna, voleva scalare e voleva salire in alto. Sono ancora in cammino per non deludere l’io piccolo, cerco il mio spazio in montagna e in tutti quelli che mi seguono o che mi seguiranno, cercando di contagiare tutti, facendo ammalare di montagna quelli che conosco…”.

Leggi sul Corriere della Sera l’articolo che Davide Sapienza ha dedicato a Piantoni.

5 thoughts on “Roby che perse la vita in montagna come suo padre

  • 02/06/2015 at 08:03
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    Il testo è stato corretto e ci scusiamo per gli errori. Grazie agli amici che ci seguono con tanta attenzione cortesia.

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  • 30/05/2015 at 14:54
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    E nn Lovere ma colere…..

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    • 02/06/2015 at 07:38
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      Nell’articolo del Corriere, c’è scritto COLERE, infatti, basta cliccare il link in fondo.

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  • 29/05/2015 at 08:40
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    Bello il ricordo di Roby Piantoni. Segnalo solo che era figlio di Livio, scomparso sul Pukaijrka nel 1981 con altri due compagni di spedizione, e non di Placido, altro grande nome dell’ alpinismo bergamasco.

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    • 01/06/2015 at 13:55
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      Si era Livio, nel mio articolo sul CorSera infatti si parla di Livio. Grazie per la segnalazione comunque, Luca. Davide Sapienza

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