Regolari e abusivi, scoppia la guerra del canyoning

Davvero in Italia l’unico professionista abilitato ad accompagnare e a insegnare la pratica del canyoning (o torrentismo) è la Guida alpina specializzata in questa disciplina? Ed è giusto dire che “fare canyoning in sicurezza significa saper utilizzare correttamente l’attrezzatura alpinistica” come hanno sostenuto le Guide alpine in un comunicato del 13 luglio, dal momento che tale attrezzatura è peculiare soprattutto della speleologia? A mettere in dubbio, anzi, a contestare apertamente le affermazioni dell’Associazione Guide Alpine Italiane espresse nel comunicato che qui al piede riproduciamo è ora l’Associazione Italiana Guide Canyoning. Che non si ritiene affatto abusiva: è iscritta infatti all’elenco delle associazioni professionali non ordinistiche – Legge 4/2013 Art. 2 – presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Secondo quanto comunicato dal presidente di questa associazione, Simone Cecchi, al momento non esiste alcuna legge nazionale che parli di Canyoning, che dica che cosa sia, quale sia l’ambiente naturale di riferimento e quali competenze debbano avere i professionisti che lo praticano. Tantomeno, sostiene Cecchi, esiste una legge che riservi l’accompagnamento professionale in canyon alle Guide alpine.

Eppure il comunicato delle Guide alpine aderenti al CAI è categorico: “In Italia l’unico professionista abilitato ad accompagnare e ad insegnare la pratica del canyoning è la Guida Alpina specializzata in questa disciplina. Anche perché la legge n. 6 del 2/1/1989 stabilisce che l’insegnamento e l’accompagnamento nelle attività che prevedono l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche siano riservate alle Guide Alpine. Altre figure non riconosciute dalla legge offrono ai turisti escursioni e corsi di canyoning: da costoro è bene diffidare perché è in gioco la propria sicurezza e quella degli altri”.

Canyoning (foto Marco Heltai)
Paradisi naturali non esenti da rischi…(ph. Marco Heltai, per gentile concessione)

Che dire allora, domandano i rappresentanti dell’AIGC, della “guida speleologica”, figura professionale riconosciuta da leggi regionali (Friuli VG, Marche, Abruzzo) che contempla la specializzazione in canyoning? Le leggi danno la possibilità, e non l’esclusiva, alle guide speleologiche di accompagnare in canyon a titolo professionale. La sola Valle d’Aosta specifica nella Legge regionale che l’accompagnamento in canyon è riservato alle Guide alpine specializzate. In ogni modo, la stessa Valle d’Aosta è obbligata a riconoscere i professionisti abilitati in altro stato membro CE.

L’AIGC fa sapere di avere inviato da tempo al Ministero del Turismo il proprio piano formativo, che nelle competenze fornite, rispecchia quello francese. La Francia, prima in Europa a legiferare in modo stringente e puntuale in materia di canyoning, ha creato un diploma di stato in educatore sportivo specializzato in canyoning che rappresenta il più alto standard formativo esistente al mondo in materia di canyoning (1100 ore di formazione solo per il torrentismo; le guide alpine, fa osservare l’AIGC, in 900 ore affrontano temi diversi come arrampicata, scialpinismo, ghiaccio, misto, ecc, ma non il canyoning al quale dedicano 40 ore di specializzazione).

“Storicamente i primi a praticare il canyoning”, precisa il presidente dell’AIGC, “sono stati gli speleologi utilizzando tecniche e attrezzature proprie della speleologia e non dell’alpinismo. Se facciamo riferimento ai dati statistici del ministero dello sport francese, che ha monitorato gli incidenti in canyon negli ultimi 15 anni, e scorporiamo gli eventi specifici accaduti durante la progressione su corda, vediamo che buona parte di questi incidenti è stata causata dall’applicazione di ‘tecniche alpinistiche’ nella progressione in canyon (questo la dice lunga sull’affermazione delle guide alpine)”.

“Il canyon è un ambiente specifico che ha caratteristiche proprie”, spiega ancora il presidente dell’AIGC, “e si pratica con tecniche e materiali specifici. Il Canyoning o Torrentismo, non è Kayak, non è Speleologia, non è Alpinismo; la Legge 6/89 non ha a che vedere con il canyoning, l’interpretazione che ne danno le Guide alpine è sbagliata e rigettata dallo Stato Italiano che ha riconosciuto l’AIGC nella Legge 4/2013 e non ha avanzato censure di legittimità, ai sensi dell’art. 127 Cost. nei confronti delle leggi regionali citate. Concordiamo invece nell’affermare che, fatte salve le vere attività sportive, per la pratica del canyoning dietro compenso economico, sia necessario affidarsi a un professionista formato in modo specifico, diffidando da chi si improvvisa, guide alpine non specializzate comprese”.

Schermata 2015-07-26 alle 13.46.16Il comunicato contestato

Il Canyoning o torrentisimo consiste nella discesa di torrenti e di strette gole scavate da corsi d’acqua. Un’attività che si svolge in paradisi naturali ma non esente da rischi, che richiede un’ottima conoscenza dell’ambiente montano in cui ci si muove, delle tecniche e dell’attrezzatura alpinistica: corde, imbraghi, discensori, ecc. In Italia l’unico professionista abilitato ad accompagnare e ad insegnare la pratica del canyoning è la Guida Alpina specializzata in questa disciplina. Anche perché la legge n. 6 del 2/1/1989 stabilisce che l’insegnamento e l’accompagnamento nelle attività che prevedono l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche siano riservate alle Guide Alpine. Tuttavia altre figure non riconosciute dalla legge offrono ai turisti escursioni e corsi di canyoning: da costoro è bene diffidare perché è in gioco la propria sicurezza e quella degli altri.

Tuffi o calate in fresche pozze d’acqua cristallina. Toboga, discese in strette gole di roccia scavate dal fiume. Come anni fa successe alla canoa e al rafting, oggi il canyoning vive anche in Italia un vero boom di praticanti: non solo sportivi e amanti della montagna, dove si pratica il canyoning, ma anche semplici turisti desiderosi di vivere un’avventura che combina un’attività acquatica con l’ambiente montano. Fare canyoning in sicurezza però significa saper utilizzare correttamente l’attrezzatura alpinistica ed essere preparati a gestire le situazioni di rischio: in sostanza significa avere la competenza di una Guida Alpina.

“L’unica realtà che ha creato degli standard di specializzazione nell’ambito dell’attività di canyoning è quella delle Guide Alpine – spiega Marco Heltai, presidente della Commissione tecnica Canyoning del Collegio nazionale delle Guide Alpine e dell’UIAGM, l’Unione Internazionale delle Guide Alpine -, sia a livello nazionale sia a livello internazionale. La Guida Alpina ha le competenze necessarie a eseguire lavori con le corde e il resto dell’attrezzatura, ma deve ulteriormente specializzarsi: l’attività in acqua utilizza infatti, tecniche e problematiche differenti dai lavori in fune o dall’arrampicata in parete. Ci si muove in ambienti che comportano dei rischi, che la Guida Alpina è in grado di gestire perché viene formata per farlo”. 

Affidarsi a un professionista significa avere garanzia degli standard qualitativi. Non solo della sua competenza, ma anche nei dispositivi di sicurezza utilizzati.

“I materiali usati nel canyoning sono di diverso tipo – spiega ancora Heltai -. Ci sono quelli che hanno a che vedere con l’acqua, come i calzari di neoprene e la muta che devono garantire la stabilità termica di chi li indossa: elementi fondamentali anche alla sopravvivenza, in caso di incidente, che quindi non possono essere sostituiti con materiali scadenti e di dubbia affidabilità. Poi c’è il casco, non uno qualsiasi ma omologato per la caduta dei sassi, perché siamo in montagna e può capitare. L’imbragatura specifica, che non può essere la stessa dell’arrampicata perché deve essere adeguata anche all’acqua. Poi discensori, corde che hanno una colorazione, una lunghezza e una tenuta particolare perché utilizzate in acqua. Dopo di che questi materiali bisogna saperli usare a dovere: si praticano cioè, procedure di sicurezza e manovre specifiche per l’ambiente acquatico. Le Guide Alpine adattano le loro competenze alle peculiarità del fiume, per questo esiste una specializzazione a livello internazionale, recepita anche a livello nazionale”.

Sul territorio italiano tuttavia, proporzionalmente all’aumento dei praticanti, si vede crescere anche il numero di guide abusive che accompagnano nell’attività del canyoning turisti ignari del rischio che corrono affidandosi a chi non è qualificato a farlo.

 “È importante affidarsi a un professionista formato e preparato alla pratica del canyoning – spiega Heltai -, prima di tutto per una questione di sicurezza. Affidare la propria vita a una persona che non ha le competenze per gestirla è come affidarsi a un chirurgo che non è medico. Nelle mie mani, attaccate alla mia corda, passano decine e decine di vite ogni settimana. Pensiamo solo alle manovre di calata: se non ho le competenze necessarie metto a rischio non solo la persona che è legata a me, ma anche tutte le altre che sono con me in quel momento, nonché quelle dei soccorritori che poi devono venire a recuperare la persona che si è fatta male a causa mia”.

 “Come in ogni altro campo, il consumatore pretende che l’offerta, la proposta, il prodotto sul mercato siano verificati da qualcuno – conclude Heltai -, così come quando ci sottoponiamo a cure mediche abbiamo bisogno di avere la certezza che chi le somministra sia un medico abilitato a esercitare. In un ambiente però come quello del canyoning, in cui non ci sono controlli, non c’è cultura e conoscenze di quali figure siano abilitate e quali no, il rischio di finire nelle mani di un incompetente è alto. Per questo è bene accertarsi che chi ci accompagna a fare canyoning sia un professionista. Prima di tutto per una questione di sicurezza”.

Comunicato stampa n.6 del 13/07/2015 dell’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI), via E.Petrella 19 – 20124 Milano

Per approfondimenti: www.guidealpine.itwww.guidecanyon.it

3 thoughts on “Regolari e abusivi, scoppia la guerra del canyoning

  • 03/10/2015 at 13:49
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    Guardate che l’AGAI è una sezione CAI. Infatti nell’articolo c’è scritto “guide alpine aderenti al CAI” non “del CAI”

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  • 29/07/2015 at 22:45
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    Segnalo che le Guide Alpine non hanno nulla a che vedere con il CAI. Si tratta di AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane) come indicato al termine del comunicato riportato, e non di CAI. Sarebbe opportuno cambiare titolo e testo in questo senso.
    Nel merito, il modello francese e’ il migliore e andrebbe adottato anche in Italia.

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  • 29/07/2015 at 13:06
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    Il titolo dell’articolo e’ fuorviante. Non esistono ‘guide alpine del CAI’.
    L’AGAI e’ (anche) sezione del CAI, ma questo e’ un altro discorso.

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