Passione o mania? Storia (vera) di un “cacciatore” di funghi

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Peter Handke

Una passione che con il passare degli anni si fa via via più consapevole e travolgente può trasformarsi in mania paranoide? In mortifera ossessione? Come giustamente osserva Franco Marcoaldi in una recensione su La Repubblica del 21 giugno 2015 è questa la questione messa a tema da Peter Handke nel suo ultimo libro, “Saggio sul cercatore di funghi” (Guanda, 176 pagine, 15 euro). Un terreno minato, evidentemente, sul quale si muove chiunque coltivi una passione, non escluso l’alpinismo. Sappiamo tutti che di funghi si può morire e non soltanto per avere ingerito inavvertitamente esemplari mortali scambiati per buoni, anzi ottimi. La passione o forse la mania dei funghi può condurre alla rovina chi si avventura nei boschi e bene fa il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico a raccomandare prudenza indossando calzature adeguate e lasciando informazioni precise sul luogo e l’orario del rientro, per facilitare i soccorsi e ridurre i tempi d’intervento in caso di necessità. La passione dei funghi ha contagiato personaggi illustri. Karlheinz Stockhausen, geniale sperimentatore musicale tedesco, trovava ispirazione anche nelle sue scorribande nei boschi. L’ingegner Giulio Natta, premio Nobel per la chimica, ebbe modo di rendere pubblica questa passione facendo una dedica al manuale “I funghi” (Edagricole, 1969) di Carlo Serafin.

Nel libro di Handke, romanziere, drammaturgo e poeta austriaco, collaboratore del famoso regista Wim Wenders, si racconta la storia (vera) di un amico d’infanzia che nel dopoguerra andava per boschi a raccogliere funghi da rivendere per qualche misera moneta. Già allora quel bambino si sentiva un eletto, scappava di casa, appariva e scompariva. Diventerà negli anni un penalista di grido quando d’un tratto riprenderà a percorrere quei sentieri solitari e i sensi, troppo a lungo assopiti, si risveglieranno nell’incontro con questi meravigliosi frutti della terra.

Saggio sul cercatore di funghiSenonché questa sua smisurata passione anziché riavvicinarlo a una vita semplice e naturale lo spinge verso una sorta di allucinazione che lo induce a dimenticare la moglie adorata e il figlioletto.

Qui Handke rivela il suo talento compiendo un’analisi della ricerca di funghi che nessun manuale ha mai compiuto e anche per questo il libro è da consigliare a chiunque questa estate si avventuri per i boschi con questo scopo. I funghi come last wilderness, come ultimo luogo selvaggio? Di più: Handke ci presenta il “cacciatore” di funghi come ultimo avventuriero. In un mondo interamente scoperto e mappato, il fanatico, pardon, l’appassionato trova nel fungo l’unico frammento di selvaggio disponibile: una flora non addomesticata, “impassibile di fronte a qualsivoglia intromissione umana”.

Handke conclude quindi che i funghi sono ormai gli ultimi esemplari di flora rimasti sulla terra che non ammettono di essere coltivati, o civilizzati, gli unici che crescono selvaggi. Peccato che chi con tanta passione li cerca, questi benedetti funghi (che questa estate latitano per via della siccità), rischi di sprofondare in una forma di ossessione: come capita al protagonista di questo insolito romanzo-saggio. (Ser)

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